giovedì 29 ottobre 2020

Covid...again...

 Ieri sera ho rivisto un film molto amaro, “Philomena”, tratto dal romanzo “The lost child of Philomena Lee” di Martin Sixsmith, che racconta la storia di un bambino che viveva insieme alla mamma, nubile, in una casa di accoglienza di suore in un paesino irlandese. Questo bambino venne dato in adozione ad una facoltosa famiglia americana alla fine degli anni ’50 e sua mamma non lo vide mai più. Una storia come tante in quegli anni nell’Irlanda ultra cattolica e bigotta dove, come racconta il documentario “Sex in a cold climate”, la facciata perbenista copriva soprusi e misfatti vissuti sulla pelle di tante ragazze colpevoli di essere giovani, vive e di vivere in condizioni di disagio. La religione era uno schermo da usare come clava per mantenere un potere ferreo sulle giovani generazioni, utilizzando giovani donne come manodopera gratuita (utilizzata soprattutto come lavandaie) e, in alcuni casi, soggette a violenze sessuali da parte di chi gestiva quei luoghi di detenzione mascherata. Per non parlare della “vendita” dei bambini che pur avendo una mamma venivano fatti adottare dietro “offerte” per la chiesa….Storie terribili, di cui le donne sono state vittime mentre “i maschietti” fingevano indifferenza pur essendo parte in causa dello scempio che veniva fatto della vita di quelle ragazze madri…Scempio che si è protratto per decenni in quell’Irlanda spesso mitizzata ma bacata all’interno, complice un conformismo esasperato e feroce in particolare contro le donne e la sessualità (salvo “utilizzare” le une e l’altra per scopi ben poco nobili). Il conformismo e la consuetudine spesso fanno perdere di vista lucidità, logica, senso del reale, senso di solidarietà, creando sacche di marginalità che distrussero migliaia e migliaia di vite perpetuando, nel tempo, dolore ed emarginazione, creando ferite insanabili per generazioni. Ed il conformismo lo vediamo anche in questi giorni ed anche se il tema è molto diverso la matrice è la medesima: fingere di non vedere e di non capire per mantenere uno status quo prima di tutto “mentale”, poi esistenziale, infine economico. La pandemia ha messo il mondo davanti a degli interrogativi ineludibili (tralasciamo il mistero cinese perché è chiaro che i conti non tornano e qualcosa andrà approfondito in maniera molto seria perché è chiaro che la situazione di quel Paese pone molti interrogativi non strumentali…) e ci ha fatto comprendere che gli stereotipi, che il conformismo, che una cultura che non rinnova il pensiero, che un’economia che va in crisi profonda a causa di un virus, pur potente che sia, si basa su gambe d’argilla, che la sua è una struttura incapace di reggere di fronte ad una pandemia. Se tutto è basato sulla circolazione di merci e persone allora significa che la debolezza è profonda e che non basteranno i software a salvarci perché l’hardware, cioè le persone, sono essenziali al funzionamento del sistema. Se le persone non producono, non consumano, non si spostano, non mettono in circolo il denaro il sistema si ferma e tutto va in sofferenza. Allora viene da pensare alla follia in cui siamo immersi: la vita di milioni, di miliardi di persone è messa in pericolo da un elemento invisibile creato dalla natura (il virus) e da un elemento visibile, creato dall’uomo (l’economia/il mercato). Due elementi contrapposti ma concreti per mettere in ginocchio il Pianeta (già in ginocchio di suo per ragioni ambientali…). Ma il conformismo impedisce di vedere con occhi liberi da intrinseca demagogia e Dio sa quanto ci manchi un Gaber per aiutarci a meglio capire cosa sta accadendo e come venirne fuori. Spesso abbiamo sentito dire che, alla fine, tutto tornerà come prima. Ma se così sarà significa che non avremo capito niente e che se tutto tornerà come prima della pandemia saranno irrisolti tutti i nodi che tengono imprigionate persone e società. Significa che va bene la discriminazione, che va bene il lavoro nero, che va bene la sudditanza dei poveri, che vanno bene i sistemi economici che rendono i mega ricchi possessori della maggior parte della ricchezza? Significa che possiamo continuare ad inquinare il Pianeta? A depredarne i mari? A scavare nel sottosuolo per ricavarne il Coltan? A proseguire nell’inaridimento di vaste zone del Pianeta, a continuare nello spettacolo dei ghiacciai che si sciolgono? Quanto sta accadendo è sintomatico della volontà suicida che permea la nostra società e, paradossalmente, arriva a “mettere a tacere” le voci del dissenso critico verso la nozione di sviluppo imperante messe in campo dal movimento del Friday for Future. Nessun complotto, per carità, ma l’evidenza plastica di come la realtà cambi rapidamente e in maniera incontrollata. Nella storia di questa pandemia abbiamo visto varie fasi:

1.       In Cina ci sono problemi pe runa forte influenza di stagione. Già, ma in Cina sono tanti e, forse, si esagera un po'…vai poi a sapere cosa davvero succede laggiù.

2.       Probabilmente arriverà anche da noi ma fra poco è Natale e poi la Cina “non è vicina”.

3.       Ai primi di Gennaio alcuni quotidiani segnalavano che i pronti soccorso erano intasati a causa di una polmonite particolarmente coriacea.

4.       Alla fine di Gennaio il Governo ha emanato un decreto per l’emergenza sanitaria di sei mesi. Non se lo è filato nessuno…al momento. Salvo poi affermare che “il Governo sapeva tutto e lo ha tenuto nascosto…

5.       Poi è scoppiato l’inferno…prima Codogno e Vò e poi…Poi ci siamo accorti che le mascherine non le faceva più nessuno in Italia e sono state acquistate all’estero a tonnellate con spese ingenti (i cinesi mica ce le hanno regalate) così come non si trovavano i disinfettanti per le mani e quant’altro necessario a proteggersi.

6.       Poi ci si è accorti che il sistema sanitario era fragile e che l’ospedalizzazione era dannosa ma, in contemporanea, ci si è accorti di avere prosciugato la sanità territoriale eliminando i presidi che avrebbero potuto fare da filtro prima dell’ospedale.

7.       Poi ci siamo accorti che mancavano i tamponi per fare i test oppure che non era possibile farli questi esami perché non si potevano sprecare le risorse.

8.       Poi ci si è accorti che telefonare a chi poteva dare informazioni utili a capire come comportarsi non rispondeva, oppure rispondeva con ritardo, oppure dava indicazioni contraddittorie…

9.       Poi ci si è accorti che anche le cose più semplici, come fare la spesa, era diventata un’impresa.

10.   Poi ci si è accorti che andare a mangiare in un locale, oppure al bar, in un pub era diventato off limits.

11.   Poi ci si è accorti che i grandi uffici, i grattacieli ammirati con le vetrate ammalianti erano vuoti, tristi e senza vita.  

12.   Poi ci si è accorti che nelle residenze per anziani il virus avanzava come le fiamme nella prateria distruggendo vite a più non posso

13.   Poi ci si è accorti, in particolare in Lombardia e nelle aree più industrializzate, che l’economia è importante ma che la salute dovrebbe venire prima.

14.   Poi ci si è accorti che stare in casa può essere piacevole ma, alla lunga, può diventare difficile da sopportare perché anche la solitudine fa pagare un prezzo.

15.   Poi ci si è accorti che andare ad un funerale è certamente cosa non gradevole ma non potere assistere un parente, un amico, un genitore nei momenti finali della vita o non poterlo salutare nemmeno quando “tutto si è concluso” è davvero una pena infinita.

16.   Poi ci si è accorti che ascoltare musica dal vivo, andare al cinema, assistere ad una rappresentazione teatrale non sono cose scontate ma fanno parte della vita, sono parte integrante della vita. Fanno crescere e maturare.

17.   Poi ci si è accorti dell’importanza degli insegnanti.

18.   Poi ci si è accorti dell’importanza degli infermieri che per 1.200/1.500 euro al mese hanno rischiato e rischiano la vita e che ogni giorno, al di là del Covid, convivono con virus e batteri.

19.   Poi ci si è accorti dell’importanza del trasporto pubblico, della sua qualità e della sua necessità.

20.   Poi ci si è accorti dei panettieri e di chi provvede, umilmente, a preparare il cibo per tutti.

21.   Poi ci si è accorti dell’importanza degli altri, del vicino di casa, del signore del palazzo di fronte, del bisogno che abbiamo gli uni degli altri.

22.   Poi ci si è accorti della necessità della ricerca e dell’importanza delle vaccinazioni.

23.   Poi ci si è accorti che il virus non ha frontiere, non riconosce primazie di lingua, di censo, di patrie, di pelle…è “democratico” nella sua devastazione.

24.   Poi ci si è accorti che abbiamo bisogno di idee chiare e che tutto è interdipendente.

25.   Poi è arrivata l’estate…in molti hanno sentito il giusto bisogno di muoversi, spostarsi, andare a trovare i parenti, andare in discoteca…Magari in maniera consueta e senza più la necessaria prudenza.

26.   Poi sono arrivati i negazionisti del “è tutto falso…non c’è il covid…è tutto un complotto dei poteri forti…è una dittatura…è tutta colpa di Bill Gates…è tutta colpa di Soros…è tutta colpa del demonio… è tutta colpa del peccato…”.

27.   Poi è arrivato l’Autunno e sono tornati i contagi, gli ammalati, i decessi, le terapie intensive. E’ tornata la paura, sono tornati i virologi, medici, opinionisti, epidemiologi e via dicendo a dettare la linea indicando cosa fare e cosa no.

28.   Poi è partito il dibattito sulla sostenibilità del sistema sanitario senza lockdown insieme alla sostenibilità del sistema economico con il lockdown.

29.   Poi…poi mancano tante caselle al puzzle…I nomi di chi non ce l’ha fatta. I nomi di chi non è stato previdente negli anni, al Governo centrale e regionale, per una adeguata struttura della sanità (in mano alla politica…), i nomi di chi aveva la responsabilità di decidere e non lo ha fatto oppure lo ha fatto male.

30.   Poi mancano i nomi i nomi di chi non arriva a fine mese, i nomi di chi abbandonerà la scuola, i nomi di coloro che non si rialzeranno più, i nomi di coloro che non parlano ma agiscono per il bene comune…                                                 

Si potrebbe continuare all’infinito e sarebbe un “quaderno di doglianze” che lascerebbe il tempo che trova. Ma dobbiamo trovare una via di uscita prima che il vento, citando Dylan, “cominci ad ululare”. Dobbiamo farlo in tempo. Allora dobbiamo ripensare tutto. Va bene il Recovery Found, va bene l’eventuale MES, va bene il SURE. Ma se mancano idee per un mondo nuovo non avremo fatto neppure un passo avanti e avremo assistito solamente ad una tappa del percorso di auto distruzione che abbiamo incorso. E prima di disturbare il Creatore sarebbe bene dare ascolto a coloro che, saggiamente, ci hanno dato istruzioni per l’uso migliore della vita. Così vorrei ricordare la frase, famosa, di John Donne, poeta (e non solo) inglese che visse a cavallo del ‘600. La sua celebre frase ricorda che “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”.

 

 

mercoledì 28 ottobre 2020

Covid a Milano

 

Lo spettacolo offerto dai disordini di lunedì sera non rappresenta Milano. Chi ritiene di essere stato danneggiato dal lockdown (dovuto dalla pandemia e non dal vezzo di un Governo o di un Presidente del Consiglio che, così, perde solo consenso…) sa manifestare con le dovute maniere e le proprie rappresentanze. I “casseurs” dell’altra sera sono ben individuabili nelle aree di cui la stampa ha già ampiamente parlato. Milano, nel bene e nel male, rimane un punto di riferimento del Paese, con la sua forza economica, con la sua intraprendenza, con la sua forza morale. Si dice che quello che succede a Milano poi si manifesta in tutto il Paese ed è sempre stato così. Milano è stata la città che ha trainato il Paese dopo la guerra, la città delle fabbriche (a Torino c’era soprattutto “la fabbrica”), la città della cultura, la città della letteratura, la città della musica (in primis il Teatro alla Scala). Milano è la città che ha subito per prima il fascismo ma poi è diventata la città dell’insurrezione, “insignita della medaglia d’oro al valor militare per i sacrifici subiti dalla sua popolazione e per la sua attività nella Resistenza partigiana durante la seconda guerra mondiale”. Milano è la città di Ambrogio ed anche il culto religioso ha qualcosa che la distingue dalla chiesa romana. Milano è diversa da ogni altra città italiana per storia, per cultura, per capacità di pensiero e di saper far diventare milanesi coloro che entrano a far parte della sua storia, della sua vita. Ha accolto, nel secolo scorso, centinaia di migliaia di migranti interni ed ora sta accogliendo persone che arrivano da altri mondi con la pervicace intenzione di farli diventare, prima o poi, milanesi. Milano è scesa in piazza il 15 Dicembre, e tante volte ancora, per rendere chiaro a tutti gli eversori che alla strage di Piazza Fontana ci sarebbe stato un argine e quell’argine era già in piazza. Silenzioso ma visibile e deciso. E se l’immagine della Milano da bere è stata ingombrante, quello che ne è disceso in termini di lavoro ed operosità non è stato di poco conto perché gli anni ’80, con tutte le sue storture, ha rappresentato una svolta in alcune dinamiche delle professioni. Ora certamente superate, così come si è superata la fase industriale, ma certamente all’avanguardia, apripista, generatrice di modelli. Sono poi arrivati gli anni ’90 con il ridisegno della città che da città industriale si è trasformata in terziario avanzato iniziando il disegno di riconquista degli spazi industriali dismessi ricostruendo e trasformando intere aree della città (vedi City Life oppure Porta Nuova). Possono piacere o meno ma la trasformazione è evidente. Qualcuno dirà che all’interno delle trasformazioni manca il berlusconismo ed invece va citato perché anche la figura di quest’uomo e di tutto ciò che ha rappresentato (e rappresenta) è parte della storia di Milano (non ci addentriamo nelle vicende giudiziarie di ogni tipo e peso che non finiremmo mai…) sia con l’esplosione della tv commerciale, della politica “televisiva”, con la narrazione del Milan vincente nel mondo. E poi la quinta linea del metrò e poi la quarta in fase conclusiva. Ed Expo che ha lanciato Milano sul palcoscenico del mondo unitamente alle settimane a tema. Qualcuno dirà un gigante dai piedi d’argilla? Probabilmente come le grandi città del mondo. Ma qui c’è anche la più forte rappresentanza del volontariato del Paese, c’è una Caritas diocesana che funziona, ci sono realtà che fanno funzionare la macchina dei pasti come nessuno in Italia: suore di Madre Teresa, Opera Cardinal Ferrari, Comunità di Sant’Egidio, Opera San Francesco, Pane Quotidiano e via dicendo. E ci sarebbe la migliore sanità se fosse sottratta alla gestione clientelare che ben conosciamo. Insomma, le basi ci sono e sono solide. Sono basi fondate su una storia antica e potente, su una storia fatta di concretezza che è radica anche nei quartieri della città, anche quelli più distanti dal centro, dove esistono reti di solidarietà legate da storie e legami che si raccolgono intorno ad una parrocchia oppure a una (o più) realtà associative. Milano oggi è come un pugile che ha ricevuto molti pugni e si avvicina all’angolo cercando un sostegno per non cedere, per non cadere, per non rischiare di non rialzarsi. Ora e per le prossime generazioni. Ma proprio in questi giorni, forse per nemesi, è attiva alle Gallerie d’Italia di Banca Intesa, la mostra sui bombardamenti che colpirono Milano nel 1943. Quel momento di massimo disagio e paura fu elemento di riscossa e di consapevolezza che la guerra doveva finire e che ciascuno avrebbe dovuto fare la propria parte. Innanzitutto, riconoscendo il nemico e poi non abbandonandosi alla depressione, alla paura, all’isteria, alla sfiducia. Milano è riuscita a risorgere perché aveva le spalle solide, i piedi ben piantati nella concretezza della storia, nel buon senso e nella determinazione. Riuscirà anche questa volta…? Si, se tutti ci crederanno, se tutti faranno la propria parte, se tutti lasceranno da parte le strumentalizzazioni di parte, se tutti si comporteranno in maniera assennata, se chi ha il dovere di fare le scelte adeguate sarà coraggioso e lungimirante, ce la faremo. E come sempre “daremo la linea” a tutti gli altri…Lo dobbiamo a chi ci ha preceduto e a chi ci seguirà...                  

lunedì 26 ottobre 2020

Covid

 

L’ultimo film di Ermanno Olmi è stato “Torneranno i prati”. Parlava della Prima Guerra mondiale, della guerra di trincea, della paura, della sofferenza, della morte. Un film di grande tensione, girato con i soliti mezzi poveri e sobri di Olmi a cui, però, bastava il genio dell’arte, lo sguardo profondo del cuore e dell’anima per rivelare gli abissi della disperazione oppure la luce della speranza. Quel film è stato il suo canto del cigno, l’ultimo lavoro prima del ritiro dalle scene (anche se in scena, in effetti, lui non c’era mai). Oggi non viviamo una guerra cruenta (anche se la mia generazione ha vissuto il tempo della “guerra fredda” tra U.S.A. ed U.R.S.S. che, in alcune occasioni; rischiò di diventare “calda”) ma tante guerre decentrate che nascono, si spengono, riprendono, oppure proseguono per decenni (Palestina docet). La guerra non ha mai senso ma talvolta, per alcuni conflitti, anche a cercarlo un senso proprio non lo si trova…Ma oltre a quelle decentrate, ne abbiamo altre di guerre in corso e la più pericolosa e strisciante è quella che riguarda l’ambiente che stiamo lentamente, ma con metodo scientifico, distruggendo. Ghiacciai che si sciolgono in maniera irreversibile, mari colmi di plastica, pesci sempre più scarseggianti, catastrofi naturali sempre più frequenti, veleni ovunque, isole di plastica galleggianti, città marittime in pericolo (vedi l’Indonesia), desertificazione imperante e migrazioni bibliche per fame. E poi è arrivato “Lui”, quell’infinitesimo essere che, colonizzando il corpo umano, ha messo in crisi l’umanità intera. Lo abbiamo conosciuto con differenti nomi come Coronavirus, Covid 19, CovSars 2 ma, alla fine, è il killer che arrivato attraverso i pipistrelli ha messo in piazza tutte le nostre debolezze. Le debolezze di un sistema tutto basato dell’efficienza, sull’economia, sul movimento delle persone e su quello del denaro. Un sistema che non pareva non dovesse fermarsi mai sempre alla ricerca di nuovi traguardi da raggiungere e, sperabilmente, da superare. Certo da qualche parte del globo andava meglio e in altre un po' meno. Chi stava bene, voleva stare meglio. Chi stava così così voleva progredire. Chi stava male cercava di fare il possibile per emergere dal suo limbo. Ma tutto aveva la sua logica. Giusta o sbagliata che fosse. Ma il virus ha sparigliato le carte non modificando però le gerarchie. Anzi, le ha acuite.

Chi era molto ricco lo è diventato probabilmente di più e chi era povero si è ulteriormente impoverito. Le ferite di chi viveva nella precarietà ha peggiorato la sua condizione e, soprattutto, vede sempre più in pericolo la sua sussistenza. I mezzi di trasporto, le scuole, gli stadi, i luoghi di lavoro, quelli di svago e ristoro. Tutti i luoghi della normalità sono diventati spazi del sospetto e, anche, della paura. Tutto è stato stravolto e ogni ambito è stato trascinato verso il buio profondo. Sono stati abbandonati i templi laici delle partite di calcio e sono stati abbandonati i templi reali, quelli delle chiese, desolatamente vuoti e privi della vita delle persone.

Tutto è stato stravolto e ciascuno ha dovuto fare il conto con la propria fragilità: fisica, psichica, economica. Una fragilità inattesa ma reale, concreta, dura, ostile…Una fragilità celata e messa da parte. Una fragilità sempre presente ma esorcizzata con tanti medium. Da quelli più ricchi a quelli più banali. Ma sempre medium e totem per non guardare la realtà. Davanti alla voragine del disastro che ci si è aperto innanzi abbiamo scoperto il valore della solidarietà e dell’abnegazione di chi lavora negli ospedali. Magari a contratto temporaneo, magari per 1.200 euro al mese con straordinario non riconosciuto. Magari rischiando la vita o perdendola. Abbiamo scoperto la fragilità di chi lavora nel mondo della musica, oppure dell’arte, oppure in nero, oppure a contratto, oppure diventato all’improvviso un esubero e, quindi, da lasciare a casa condannando, magari, una famiglia alla miseria. Nel nostro luccicante occidente tecnologico immaginavamo che le storie di Dickens fossero retaggio del passato ma, in certi casi, la differenza nella vita reale passa solo attraverso il possesso di uno smartphone ma la mancanza di prospettive, in alcuni casi, per alcune storie, sono le medesime. In questi mesi abbiamo vissuto situazioni difficili, molti hanno perso parenti, amici, conoscenti che, come inghiottiti da un buco nero, sono spariti agli occhi e agli affetti terminando gli ultimi istanti di vita in spazi angusti, in luoghi freddi ed asettici, diventando un numero ancor più di quanto già ciascuno di noi non lo sia nella vita normale.

Ci siamo inventati lo slogan “Andrà tutto bene” ma, invece, non è andato tutto bene. Ci si è cullati nella speranza che poi tutto tornerà come prima. Ma se tornasse come prima sarebbe scontato il fatto che, invece, non abbiamo capito niente. E così sarà. Non avremo capito niente di quanto è accaduto così come già accaduto con le guerre e con le grandi tragedie dell’umanità. Pensiamo che tornare al punto dal quale siamo partiti sia un elemento di forza e sicurezza e, invece, sarà solo il riprendere il cammino verso un'altra voragine. Gli Stati Uniti d’America, al di là dell’improponibile personaggio che la governa, hanno dimostrato che anche la più alta tecnologia nulla piò contro un nemico invisibile e sfuggente. Magari un vaccino lo si troverà ma, come accade per altri farmaci, funzionerà fino all’arrivo del virus successivo che, magari, sarà peggiore di questo…

Ma non possiamo perderci d’animo perché abbiamo un futuro da fare crescere. Abbiamo figli e nipoti. Abbiamo un debito nei confronti del Pianeta. Allora ritorna l’immagine del titolo del film di Ermanno Olmi: sulle macerie, sul sangue, sulla guerra, torneranno i prati, torneranno i fiori, tornerà la vita. Ma non dovrà tornare il passato. Perché se non avremo compreso che tornare al punto di partenza sarà una sconfitta, allora saremo puniti con il reiterare gli errori, con il perseguire il dolore, con il continuare a ruotare intorno alla nostra incapacità di osservare la luce…