martedì 17 novembre 2020

Report

 

La trasmissione di Report andata in onda ieri sera ha proposto interessanti notizie e considerazioni in merito a società di ricerca bio molecolare e farmaceutiche stanno operando per la ricerca sui vaccini. Ciò che maggiormente colpisce da questa inchiesta è l’estrema reticenza di alcuni dei soggetti interpellati così come la certezza che, alla fine, almeno per quanto concerne il nostro Paese, il pubblico partecipa in maniera importante alla ricerca con adeguati finanziamenti ma, poi, sono i privati che riescono a fare utili. C’è qualcosa di distorto in tutto quanto sta accadendo, non da oggi ma oggi ancor di più, intorno ad un “affare” economico di dimensioni epocali. Perché poter/dover vaccinare miliardi di persone è davvero un fatto epocale (fino alla prossima pandemia, che verrà, stiamone certi…). Ma allora perché se vengono utilizzati miliardi di fondi pubblici gli Stati non si dotano di adeguate strutture per studiare e produrre vaccini, magari in joint venture con società private ma spendendo in maniera diretta i propri fondi e controllandone gli esiti? Perché non è possibile assistere, come ieri sera segnalato da Report, ad un giro di nomi di aziende che pare non avere una sede ma solo un recapito legale? Perché questo anonimato? E perché tutte le strade portano in Svizzera? E perché si accetta di sottoscrivere contratti con enti clinici e poi non si è a conoscenza di cime questi utilizzano e con chi questi fondi? Quello dei vaccini è un “fronte” economico molto ghiotto e quello dei brevetti ancora di più. Se è giusto preservare e difendere il diritto alla proprietà intellettuale, è altrettanto importante che i Governi preservino soprattutto la salute pubblica e non la proprietà privata e su alcuni temi si deve essere molto metti: la salute pubblica la preservano politiche pubbliche. E’ sempre più assurdo che i fondi pubblici paghino quota parte prestazioni private quando queste risorse potrebbero essere utilizzate, invece, per migliorare ed incrementare la sanità pubblica. Lo stesso discorso, ovviamente, vale per la ricerca. Se si vogliono cambiare le cose e migliorare la qualità del servizio sanitario è fondamentale modificare i parametri del rapporto pubblico/privato altrimenti non se ne esce. La tristissima e paradossale vicenda del commissario alla sanità della Calabria è emblematica e sembra essere la fotografia perfetta di come il pubblico non riesca/voglia operare in maniera profonda ed efficace per migliorare la situazione. Mentre milioni di persone si ammalano e centinaia di queste muoiono, quando milioni resteranno con danni permanenti più o meno gravi, quando milioni di persone perdono il lavoro e l’economia soffre in maniera profonda di questa situazione, quando le finanze pubbliche si indebitano per ammortizzare i danni sociali, alcune aziende esplodono dal punto di vista finanziario grazie al possibile guadagno dato dai vaccini. Per carità, questo è il libero mercato. Ma se gli utili sono privati che gli oneri non siano solamente pubblici perché in questo modo saremmo tutti capaci di fare i grande capitani della finanza…tanto, alla fine, alla luce di quanto si è ascoltato e visto, a chi appartiene il rischio reale…?

domenica 15 novembre 2020

Gioventù...

 ciao Ezio...

Avevamo consuetudine con la nebbia, noi che vivevamo, come cantava Guccini, “tra la via Emilia e il West”. Il cortile era il nostro antro riparato, con i portici che ci permettevano di giocare quando pioveva oppure di ripararci dal sole quando il caldo era insopportabile. Poi c’era l’oratorio, con i suoi campi di calcio e le partite infinite. Ed, infine, il west, il territorio da esplorare, le cascine da visitare, i campi da guardare con ammirazione e stupore, gli alberi da scalare, i fontanili e le rogge dove, un tempo, si potevano pescare pesciolini e gamberetti di acqua dolce. Un mondo di ordinaria bellezza che per noi ragazzini rappresentava l’avventura, la fiaba, un mondo fatato da vivere ed inventare quotidianamente, qualunque fosse la stagione.
In questa stagione autunnale era straordinario camminare sul prato dei campi, con l’erba che calpestavi come fosse un tappeto, con la terra, intrisa di umido e rugiada, che ti sporcava di fango le scarpe, facendo spesso scivolare gli intrepidi ragazzini. Con i colori delle foglie che ti stordivano di bellezza. E altra bellezza appariva quando arrivava il tempo della neve, quando torme di ragazzini, spuntati da una immaginaria Via Pal, si sfidavano a palle di neve, costruivano pupazzi improbabili, si congelavano le mani in maniera incosciente. Cappellini di lana di tutte le fogge incorniciavano le teste, giacche a vento dalla risibile resistenza, blue jeans che diventavano rigidi per il freddo, scarponi per modo di dire (qualcuno li chiamava “polacchine”) che non servivano a tenere a bada il freddo. Maglioni generalmente fatti a mano da mamme o nonne capaci di lavorare con i ferri da maglia.
Eravamo i figli del dopoguerra avanzato che sperava nel benessere ma, ancora, era ancorato, all’essenziale. Faceva freddo d’inverno, ma non ci faceva paura. C’era la nebbia, d’inverno, ma la si accoglieva con benevolenza. Giocare a pallone diventava più interessante, le case si scolorivano diventando sagome, l’odore della nebbia lo sentivamo e lo apprezzavamo. Il fiato raccontava del freddo intorno a noi. Il tardo pomeriggio d’inverno ogni cosa, ogni lampione, ogni persona, ogni auto, ogni pensiero verrebbe da dire, prendeva una forma inusuale e le parole si ascoltavano spesso neppure individuando chi le pronunciava. Era un mondo a parte in quel mondo già a parte che è l’infanzia e poi lo sono pre e adolescenza. Un mondo dove il pensiero magico è reale non un concetto e dove i misteri della vita si intersecano con la realtà. La ricerca della dimensione del nascondimento che si rende concreta immergendosi nella nebbia, il desiderio di vedere e non essere osservati, il desiderio di volare sopra tutto e tutti certi dell’invisibilità.
Nel pomeriggio attraversare il confine con il west era una sfida che si poteva fare solo con gli amici più fidati per osservare quello che era nascosto ai più. O, almeno, così ci sembrava, immergendosi in una sorta di massa informe che si apriva al nostro passaggio, silenzioso, attento, pronto a sfiorare o a essere sfiorati da immaginarie figure di cui sentivano, nella nostra fantasia, la presenza. Non ci si poteva incamminare in quel west pieno di mistero se fosse mancato il coraggio e la fiducia nei compagni di viaggio. Che erano pochi e selezionati ma sicuri. E ci si inoltrava pensando, anche, che si camminava sul sentiero dei giorni dedicati ai defunti e ciascuno, in maniera forse innaturale, pensava a coloro che non erano più.
Proprio in quei giorni pieni di nebbia, devoti alla nebbia, colmi di nebbia, arrivavano le parole dei genitori o dei nonni a fare memoria dei propri defunti manifestando le proprie tradizioni attinte dai luoghi di provenienza, ciascuno con la propria dimensione di ricordo e devozione. Noi, in casa, eravamo spettatori non partecipanti ma guardavamo fuori dalla finestra cercando di fermare la pioggia, sperando di alimentare la neve, augurandoci di incrementare il mistero della nebbia. Che ci guardava e ci sfidava, soprattutto facendoci intravedere la luce dei lampioni e lasciando tutto lo spazio possibile alla nostra immaginazione. Erano i giorni della luce “celata” e delle parole sottovoce. Erano i giorni che ponevano domande. Erano i giorni delle voci sussurrate e delle ombre incombenti.
Si prendeva il tram e dopo la piazza d’Armi sembrava di entrare in un mondo nuovo. Ma noi preferivamo il viaggio a ritroso, quello dalla città alla campagna in quanto lì potevamo sparire anche a noi stessi, immaginando di volare nel buio, sicuri di essere immortali, a dispetto della ricorrenza dei morti. Ed era in quei frangenti che avevamo la certezza che il nostro non era un pensiero magico ma magia vera…Noi lo sapevamo...si che lo sapevamo...

Carisma

 

Spesso il problema non il fare ma il carisma di chi si impegna a fare. Quando ero un ragazzino, e poi un po' più grandicello, mi colpivano certamente i pensieri, le parole, le idee che circolavano in quegli anni (’60 e ’70) ma tutto diventava vero e vivo in funzione della credibilità, del carisma, di chi le pronunciava, di chi se ne faceva interprete. Queste persone riuscivano ad aprirmi “le porte della percezione” senza che lo chiedessi. Erano naturalmente credibili e riuscivano ad accendere fuochi di bellezza e di desiderio che, nel tempo, ho incontrato con fatica. Nei giorni oscuri che stiamo vivendo avremmo fortemente bisogno di persone così potenti e, invece, da una parte latitano e, dall’altra, e penso a Padre Bartolomeo Sorge, si spengono per l’età. Parlare di ideali, oggi, è praticamente impossibile e davanti a noi la prateria del pensiero è totalmente inaridita e per trovare momenti di “passione” bisogna correre con lo sguardo al passato e riprendere in mano storie quasi dimenticate oppure osservare quello che sta facendo Papa Francesco: riformare la chiesa con una testimonianza raso terra che tanto fa “impazzire” i Giuda sempre presenti nella Storia.

Non dovremmo avere bisogno di eroi o meglio, li abbiamo, ma sono molto bravi a celarsi allo sguardo. Sono sulle ambulanze, sono nei reparti ospedalieri, sono quelli che portano la spesa a casa di chi non può uscire, sono quelli che pagano la spesa a chi non può farla come si deve. Sono quelli che assistono i senza fissa dimora, sono quelli che servono (e non si servono) degli ultimi, sono quelli che si avvicinano alla tavola degli ultimi per riempirla di pietanze. Sono quelli che non li vedrai mai in prima fila. Ne ho in mente tanti, ma tanti, ma proprio tanti. Invisibili agli occhi, nascosti dalla ribalta, sempre indaffarati quando ci sarebbe di ricevere un applauso che rifuggono con gioia…Sempre con il sorriso anche quando ci sarebbe da piangere. Sono coloro che salvano il mondo anche quando pensiamo che non facciano nulla di particolare. Vanno, magari, a servire “a casa loro”, a rischiare la vita sotto le bombe, cercando di osservare, magari a loro insaputa, le parole del Talmud quando afferma che “chi salva una vita salva il mondo”.

Questa sera mi è arrivato questo pensiero guardando una vecchia fotografia su facebook. Probabilmente del 1966. Una fotografia in bianco e nero, del tempo in cui i Beatles non avevano ancora pubblicato “Sergent Pepper’s…”, dell’anno in cui il Che pensò che fare il Ministro non fosse il suo mestiere, l’anno dell’alluvione di Firenze…l’anno iniziava ad anticipare il ’68…Questa foto semplice, umile, dimessa mostra alcuni giovani, nel pieno della vita, presi a giocare in una località montana (Barzio, San Giovanni Bianco…chissà…?) e di spalle/profilo si vede la figura di un giovanotto, all’epoca neppure trentenne, con camicia di flanella da boscaiolo (qualche anno dopo si sarebbe detta in stile grunge…) che si capisce essere un punto di riferimento. La figura è quella di un prete, un semplice prete, rimasto tale per la vita. Niente Monsignore, niente vescovo, niente arcivescovo…Ma era colmo del carisma che serviva per renderlo credibile a quei giovani, a quelle ragazze, con gli occhi puntati verso il futuro. Era la sua ricchezza quel carisma e non costava nulla perché o lo percepisci oppure non sai di cosa si stia parlando (per capirci: è quello che si scatena quando Bruce entra sul palco...). Certamente erano altri tempi perché di fronte c’era l’infinito del futuro, c’erano ancora i segni della guerra vissuta sulla pelle dei nostri genitori, c’era la consapevolezza che la scuola poteva fare svoltare la vita di una generazione, e poi un'altra e ancora. Tutto era in bianco e nero, è vero, ma a colori avevamo la fantasia che era davvero qualcosa di inarrivabile. Sapevamo che stando insieme avremmo conquistato il mondo. Ma arrivarono presto le “divisioni” che lavorarono per spegnere i sogni però l’avere intravisto l’infinito fu qualcosa di indimenticabile e la lezione fu ben recepita. Non cambiammo il mondo ma imparammo a come comportarci per mantenere dentro di noi la fiammella dell’infinito. Spesso le circostanze, i dolori, i dispiaceri, le delusioni, le sconfitte, tentano di spegnerla quella fiammella. Ma noi, integerrimi idealisti, incurabili utopisti, sappiamo che fino a quando la terremo accesa e ne potremo intravvedere il chiarore, ci sentiremo fedeli a quelle ombre, a quelle immagini, a quei sogni, in nettissimo bianco e nero, che non ci hanno fatto tradire. Né altri, né noi stessi. Destinati, forse, alla sconfitta ma mai costretti al “tradimento”. Si può trovarlo l’infinito, basta cercarlo e, alla fine, non restarne schiavi…