giovedì 21 giugno 2018

Bruce a Milano, la prima volta...


Era il 21 Giugno, la vita era in divenire. Tanti anni alle spalle e molti altri, con vicende differenti, all’orizzonte. Poi arrivò “lui” e bussò alla porta. A tante porte, avvisando che sarebbe venuto trovarti. A Milano. Sarà il 21 Giugno, nella sera del solstizio d’Estate, disse…Tu non ci credi ma, alla fine, scopri che è vero e ti prepari. Leggi, ascolti, studi. Ti impegni perché vuoi andare preparato all’appuntamento. Sai che suonerà a lungo, sai che ci saranno tanti altri insieme a te, e non vuoi, non puoi, fare una brutta figura. Quando arrivi sul posto ti accorgi del fiume di persone presente in quel luogo, di quanti dialetti sparsi per le file, nell’aria, per terra. Ascolti la musica provenire dalle auto, dai registratori portatili…senti tanti dei presenti che cantano, ridono, si abbracciano…C’è un’aria di elettrica felicità che contagia tutto e tutti. Non sembra nemmeno di essere a Milano ma in una sorta di apertura “spazio-tempo” dove ci si vorrebbe fermare per sempre, dove tutto sembra sospeso nell’aria e si respira la gioia della comunità. Ma sai che quello è solo un sogno e quello che stai vivendo insieme a tutti gli altri sarà soltanto un momento della tua vita e poi…

L’attacco di Born in the U.S.A. arrivò diretto, come un pugno nello stomaco e lo stadio tremò, il cuore sussultò, lo spirito si trasformò e da quel momento arrivò un torrente di note a spazzare via ogni tristezza, ogni malinconia, ogni depressione, ogni dubbio, ogni delusione e 60 mila (o forse più) persone diventarono una sorta di corpo mistico votato alla venerazione dell’uomo che, sul palco, circondato dai suoi fidi “chierichetti”, celebrava la santa messa del rock…Era il solstizio dell’estate del 1985 e la musica, e le liriche delle canzoni, invasero ogni poro della pelle dei presenti, battezzando tutti i “fedeli” presenti affinchè fosse chiaro a tutti che, da quel momento, un patto era stato sottoscritto e che non si poteva più tornare indietro. Era già accaduto, certamente: era stato l’11 Aprile del 1981, nel pieno del “The River Tour”, ma lì si era in terra straniera…Qui invece no, qui si era a casa, qui si era protetti, qui si parlava una medesima lingua, qui si era ancor più consapevoli che la magia non si sarebbe interrotta. Erano passati quattro anni da quella sera zurighese, non c’era più Little Steven e al suo posto era arrivato Nils Lofgren ma, di lì a qualche anno, il fido amico del Boss sarebbe tornato a sistemarsi alla sinistra del suo amico di una vita…La scaletta fu una iniezione di energia…Dopo l’inizio “atomico” di Born in the U.S.A. giunsero a scaldare i cuori, come una cascata di felicità, Badlands; Out in the street; Johnny 99; Atlantic city; The river; Working on the highway; Trapped, Prove it all night; Glory days; The promised land, My hometown; Thunder road; Cover me; Dancing in the dark; Hungry heart, Cadillac ranch; Downbound train; I’m on fire; Because the night; Backstreets; Rosalita (Come out tonight); Can’t help falling in love; Born to run; Bobby Jean; Ramrod; Twist and shout/Do you love me?; Rockin’ all over the world

Il concerto finì in un tripudio di canti, grida, abbracci, felicità disseminate a piene mani intorno a tutti i presenti. Non si era mai vista tanta potenza unita alla bellezza ed alla gioia di fare musica e di esprimere felicità. Perché la musica a questo deve tendere: diffondere gioia e felicità…E quella sera, piena di caldo, piena di sudore, piena di sogni che, magari, non si sarebbero realizzati, dimostrava che era possibile immergersi in una sorta di pozione magica fatta di note e di emozioni, di pathos e di candore, ed uscirne non solo indenni ma fortificati da una sorta di benedizione imperitura. Quando Bruce Springsteen sparì alla vista di tutti i presenti, insieme con la magica, fidata ed instancabile E-Street Band, tutti noi ci accorgemmo che la magia stava svanendo e che ci attendevano passi di ritorno verso casa, pieni di realtà, pieni, magari, di preoccupazioni, colmi, forse, di sogni che, magari, si sarebbero infranti contro il muro della vita. 

Allora ci accorgemmo che la dimensione dello “spazio-tempo” annullato si era aperta e che, nuovamente, tutto fluiva come al solito. “Domani inizio alle sette e mezza”; “Maria, tua mamma cosa ha detto che facciamo Domenica…?”; “No, non riesco a passare perché uscirò tardi dal lavoro…”; “Speriamo in bene per gli esami…”. Intorno la gente chiacchierava rievocando ciò che a cui aveva assistito. Il telefono cellulare, you tube, la Rete…tutto era fantascienza però…”Si, sono riuscito a registrare tutto…due cassette C90 sono bastate…Poi ce lo sentiamo con calma…”. Faceva molto caldo ma, fortunatamente, lo stadio era ed è vicino a casa. Guardai gli amici con i quali ero andato al concerto. “Chissà” pensai “se fra trent’anni ci saremo ancora…”. Parlammo poco nel tragitto verso casa…ciascuno di noi era rimasto in curva ad ascoltare il silenzio, a vedere le ombre che si aggiravano sul palco, a raccogliere i sogni infranti e quei brandelli di vita che ciascuno avrebbe cucito e ricucito più volte nel corso del tempo…Lo “spazio-tempo” era definitivamente tornato normale…Io, come gli altri, forse no…               

mercoledì 13 giugno 2018

recensione album "Millennio" di Eugenio Finardi


E’ il 1991, ormai di tempo dagli esordi ne è passato davvero tanto e Finardi è cresciuto, e tanto, anche dal punto di vista artistico…Nel mondo e nel nostro Paese gli eventi incalzano…Tre giovani Carabinieri vengono trucidati nel quartiere Pilastro di Bologna. Si scoprirà che ad ucciderli è stata la banda della Uno Bianca, formata da poliziotti della Questura di Bologna. Inizia e termina, nel giro di due mesi, la guerra tra le potenze alleate e l’Iraq. Diventerà famoso il nome del Generale americano Norman Shwarzkorpf. In Sudafrica, invece, una buona notizia: viene abolito l’apartheid. A Rimini il PCI lascia il posto al PDS. Un mondo si sta trasformando…A Los Angeles, intanto, Sofia Loren riceve l’Oscar alla carriera. In Italia, al largo del porto di Livorno, il traghetto Moby Prince si scontra con una petroliera dell’Agip. Periranno nel rogo conseguente 140 persone…La Croazia e la Slovenia dichiarano l’indipendenza dalla Jugoslavia. E’ iniziata la guerra civile nel Balcani…A Praga viene ufficialmente sciolto il Patto di Varsavia. A Bari il mercantile Vlora arriva in porto con 12.000 profughi albanesi: per l’Italia inizia il “problema” dell’immigrazione…A Mosca, intanto, si manifesta un colpo di stato contro il Presidente Gorbacev. Saranno tre giorni pieni di tensione e di scontri. Emerge, dal caos la figura di Boris Eltis. Dodici repubbliche dell’URSS dichiarano la propria indipendenza mentre scoppia la rivolta contro il Partito Comunista. Gorbacev dichiara le sue dimissioni da Segretario del PCUS. Muore, a causa dell’AIDS, il grande Freddy Mercury, cantante dei Queen. Si costituisce la Confederazione degli Stati Indipendenti. Ne fanno parte otto repubbliche e l’URSS viene formalmente dichiarata sciolta.
Per Finardi, dopo un album intenso come “Il vento di Elora”, arriva il momento di un grande e sottovalutato album: “Millennio”. Un album ricco di liriche, un album ricco di musica, un album ricco e colmo di idee, con la presenza di molti suoni creati dal programmatore MIDI, che Finardi utilizza in tutti i brani dell’album. “Millennio” è il lavoro della maturità, così come “Sugo” può definirsi l’album dell’exploit. Due differenti momenti della vita personale ed artistica che, però, non sono in antitesi ma, semplicemente, si completano con quindici anni di distanza. Finardi, con questo album, dimostra di essere ormai un punto di riferimento del cantautorato rock (ed affine) italiano. “Millennio” è un album compatto, solido, gagliardo, robusto che ha un solo difetto…non è mai stato ristampato e questo è davvero incomprensibile…

E’ un Finardi “politico” quello che emerge dalle liriche di “Qualcosa in più”. Un brano che parla di fuga ma, anche, della voglia di resistere e di non piegarsi alle logiche di una vita banale o, peggio, di sottomissione. Il suono è in stile Police con il basso di Paolo Costa a definire linee melodiche, intriganti, che sostengono il lavoro del piano e delle tastiere di Vittorio Cosma, coautore del brano, che, come lo stesso Finardi, utilizzerà anche i suoni prodotti dal quel marchingegno digitale chiamato MIDI (Musical Instrument Digital Interface) e che saranno presenti in tutti i brani dell’album dandogli, così, una propria, ma non invadente, connotazione sonora. “Lui le dice prendi quello che ti serve che ti porto via da qua anzi è meglio che tu non prenda niente che tanto non ci servirà scappiamo via da questa sporcizia scappiamo da questa città che tanto non ci ha mai dato niente e  niente mai ci darà. Ma lei risponde aspetta amore mio non voglio andare via di qua è qui che abbiamo le nostre radici  proprio in questa sporca città diamoci da fare per cambiarla e forse un giorno cambierà e noi potremo vivere felici e invecchieremo con dignità”. Il desiderio della fuga, della rinuncia, dell’abbandonare il combattimento della vita quotidiana è forte ma, altrettanto, lo è il desiderio di non arrendersi, di trovare sempre motivazioni per resistere e costruire una vita insieme. La tromba di Demo Morselli crea atmosfere che sarebbero piaciute a Wynton Marsalis è trasporta il brano in una dimensione quasi onirica. “La notte scende attorno al loro monolocale mentre sognano un futuro così difficile da immaginare la notte scende mentre loro fanno l'amore ancora non lo sanno che il futuro sta per arrivare e così non partiranno più e non vorranno scappare più dovranno lottare un po' di più ma avranno qualche cosa in più”. La vita è sogno, la vita è lotta, la vita è amore e dolore. La vita la si deve vivere ed affrontare…Come sempre la batteria di Gavin Harrison è metronomica e riempie di ritmo il brano mentre la chitarra di Fabrizio Consoli è come un ago che cuce tra loro i differenti inserti sonori.  
Mio cucciolo d’uomo”, dedicata al figlio Emanuele, è uno dei più bei brani scritti da Finardi, sostenuto per la parte musicale da Vittorio Cosma e da Saverio Porciello, un simpatico campano virtuoso della chitarra classica. “Mio cucciolo d'uomo, così simile a me di quello che sono vorrei dare a te solo le cose migliori e tutto quello che ho imparato dai miei errori, dai timori che ho dentro di me Ma c'è una cosa sola che ti vorrei insegnare é di far crescere i tuoi sogni e come riuscire a realizzarli ma anche che certe volte non si può proprio evitare se diventano incubi li devi sapere affrontare”. Le liriche sono chiare: l’esortazione è quella di sapere imparare dagli errori e dalle positività dei genitori (in questo caso il lato paterno) per evitare di fare i medesimi errori. Un brano che nasce dal suono del pianoforte e si collega al precedente laddove si dava ad intendere che una nuova vita stava per arrivare ed ora che questa si era concretizzata, l’importante era trovare subito dei punti di contatto, una modalità di comunicazione, di relazione, di positiva empatia. La chitarra classica arpeggiata da Porciello è un balsamo per lo spirito ed introduce la musicalità di un quartetto d’archi che rende sublime il mood che si è venuti a creato. Ma i figli, come scrive Khalil Gibran nel suo “Il Profeta”, non sono di proprietà dei genitori ed allora è bene che si costruiscano la loro vita, il loro futuro. “E se ci riuscirò un giorno sarai pronto a volare aprirai le ali al vento e salirai nel sole e quando verrà il momento, spero solo di ricordare che è ora di farmi da parte e di lasciarti andare”. Il pianoforte è morbido, languido e le sue note si incuneano tra quelle create dagli archi e dalla chitarra. “Mio piccolo uomo, così diverso da me ti chiedo perdono per tutto quello che a volte io non sono e non so nemmeno capire perché non vorrei che le mie insicurezze si riflettessero in te è di nutrire i tuoi sogni e poi lasciarteli realizzare ma se le tue illusioni si trasformassero in delusioni io cercherò di darti la forza per continuare a sperare (e lottare)”. La sezione ritmica (Harrison/Costa) è delicata ed il quartetto d’archi presente (Adalberto Muraro e Stefano Bonvini, violino; Guido De Vecchi, viola; Claudio Frigerio, violoncello) è una splendida sorpresa per un brano che sa lasciare il segno e rimane uno dei vertici compositivi di Finardi. 
Il suono delle tastiere di Cosma apre il solco per le liriche di un altro brano (di cui è coautore lo stesso musicista) che potrebbe essere definito di attenzione, ascolto, sostegno. “Appoggiati a me”, infatti, potrebbe essere la prosecuzione dei due precedenti brani in quanto si potrebbe immaginare rivolto ad un figlio oppure ad una compagna di vita. “Se la notte è così scura che non puoi vedere ciò ch'è intorno a te se ti prende la paura perché non sai capire chi sta accanto a te appoggiati pure a me. Quando ti sembra che non ci sia più rimasto niente in cui credere quando ti senti scivolare giù e sei sul punto di cedere appoggiati pure a me”. E’ una canzone “di forza” ma, anche, “di dubbio”. Il suono del Midi, in sottofondo, si aggancia a quello della sezione ritmica, molto decisa ma non invadente che, però, colora in maniera quasi soul le tinte delle note avvicinandosi, quasi, alle sonorità springstiniane. “Sempre qui mi puoi trovare io ti aspetterò se lo vuoi saprò ascoltare no io non me ne andrò Se la strada é così dura che non sai neanche più se una strada c'è se ti senti così solo perché ti sembra di essere invisibile appoggiati pure a me. Quando ti sembra di essere l'unico rimasto a chiedere l'impossibile quando ti dicono che sei stupido che ormai è tutto inutile appoggiati pure a me”. E’ un album particolare, “Millennio”, che nelle prime tre canzoni rende evidente l’urgenza di Finardi di comunicare uno sguardo, un atteggiamento, sul mondo delle relazioni parentali, dell’affetto dato, condiviso, ricevuto. Un album che parla di esperienze, di desideri, di speranze…ed in questo contesto le note della tromba di Morselli si incuneano perfettamente nell’economia sonora e melodica del brano. Da segnalare la presenza del geniale Ares Tavolazzi al contrabbasso.
Millennio”, il brano che dà il titolo all’album, è composto da suoni aspri e potenti e la si può indicare come una “canzone di rabbia”. Rabbia per un mondo che si sta trasformando, ma non in meglio, perchè non muta la sua struttura di sempre, un po’ alla Gattopardo perché “si deve cambiare tutto per non cambiare niente…”. La sezione ritmica è intensa e decisa. Le trombe di Morselli ed i sax di Amedeo Bianchi sono il viatico più efficace per riempire ogni interstizio sonoro di atmosfere pregnanti e quasi jazzate. “E così siamo all’ultimo decennio, di questo nostro secondo millennio e ovunque crollano gli schieramenti e si apre un’ara di dubbi e rivolgimenti c’è confusione nel mondo, c’è instabilità sono finite le ideologie, c’è spazio per le idee, è morto il dogma, si può cercare la fede….Solo qui da noi non cambia mai niente, le stesse vecchie facce, la stessa brutta gente, gli stessi ladri, i soliti quattro vecchi imbroglioni, e siamo ancora servi degli stessi padroni”. Il suono che sostiene il brano è in linea con quanto raccontano le liriche che sono una sorta di manifesto del disagio patito, sopportato, accettato ma, al contempo, dopo le proteste…”Perché con la pancia piena si fanno incubi invece di sognare con la pancia troppo piena si è troppo pesanti per volare perché con la pancia piena la gente ha paura di rischiare quando ha la pancia troppo piena la gente diventa, oh si, diventa scema…”. Poche parole per rendere l’idea…e nel 1991 Finardi le idee le aveva ben chiare rispetto a quello che stava accadendo e che si sarebbe espanso nel tempo, come oggi è sotto gli occhi di tutti…”Il centro della mia città è stato comprato da banche e da stilisti da venditori di fumo guidati da scaltri commercialisti perché qui da noi non cambia mai niente, le stesse vecchie facce, la stessa brutta gente, gli stessi ladri, i soliti quattro vecchi quattro ridicoli buffoni e siamo ancora servi, anche se di nuovi padroni”. Da non sottovalutare l’inciso della zampogna suonata da Giancarlo Parisi   
In “Nell’acqua” (scritta con Enzo Braschi e Cosma) affiorano echi sonoriallalla Blues Bothers che danno forza e calore al brano. La voce di Finardi è forte e presente, con la sezione ritmica votata a dare colore e profondità al suono del brano che ha nel canto “sudato” di Finardi il suo punto di forza. La presenza del contrabbasso di Tavolazzi e della chitarra di Porciello sono la garanzia che i suoni possiedono delle loro esclusive connotazioni melodiche e l’organo Hammond, suonato da Cosma, è come un tappeto sonoro sulle  cui trame possono appoggiarsi le note della tromba di Morselli e del sax di Amedeo Bianchi.Anche in quella vecchia storia che non riesci a cancellare Va via con l'acqua, lavala nell'acqua i cattivi pensieri che non ti fan dormire annegali sott'acqua, scivola nell'acqua. Se così tanta rabbia che non riesci più a pensare, cercati nell'acqua, spogliati nell'acqua coi sensi di colpa che non puoi dimenticare, scorrono con l'acqua, bagnati nell'acqua”. L’acqua come elemento di purificazione, quasi come un battesimo o un lavacro sacro che tutto salva, tutto libera, tutto trasforma, tutto guarisce. E, quasi come fosse un monito, un anatema oppure, un’abluzione sacra, più realisticamente, un augurio di buona sorte “Dopo tanto dolore per dimenticare andremo a bagnarci insieme dentro l'acqua del mare…”.
Cosa sognava Mozart”, composta insieme a Fabrizio Consoli, possiede suoni evocativi, che riecheggia echi springstiniani, che sembrano cercare di colpire l’ascoltatore alla ricerca del suo sguardo interiore. “Nei miei sogni a Milano c'è il mare e grandi case con corridoi e scale e boschi e terrazze e strade e piazze su cui volare. A volte corro cercando di scappare da qualcosa che sento ma non riesco a vedere ed ho le gambe così pesanti che non le posso sollevare”. La presenza del suono dell’oboe, suonato da Mario Arcari, rende ancor più particolare la sonorità del brano.  La dimensione del sogno riempie le liriche ed il climax del brano, mentre il suono del MIDI lavora sottotraccia, percepito più che ascoltato, ma la sua figura la fa eccome. “Chissà cosa sognava Mozart dopo che s'era addormentato forse sognava note o donne sconosciute o forse si svegliava di colpo sudato per un debito non ancora pagato. Sogni di gloria, sogni di sesso chissà chi tu ti stai sognando addosso ti sogno ancora, ti sogno lo stesso forse anche tu mi stai sognando adesso. Sogni segreti, sogni sfumati durati un attimo e poi appassiti un tempo mi sembrava di sognare più spesso avevo più illusioni ma meno speranze di adesso”. Il pianoforte di Cosma lavora di cesello fino a condurre il brano, originale nella trama sonora e lirica, alla sua “docile” conclusione.

Mezzaluna” si apre con l’inimitabile tocco chitarristico di Porciello che introduce la voce penetrante, intensa, quasi ancestrale di Finardi ed il suono notturno dettato dalle note del brano sono un balsamo per lo spirito, una sorta di sguardo interiore verso l’assoluto. Tutto è raccontato/cantato in maniera morbida, quasi eterea, grazie alla duttilità vocale dell’artista milanese. Il “canto” dello zufolo siciliano, suonato da Giancarlo Parisi, si manifesta come una sorta di uccello notturno che veglia al chiaro di luna il sonno di tutti…”Che cos'è che mi ha svegliato in questa notte di mezzaluna che sarà che mi ha turbato in una notte così serena come una mano mi ha interrotto il sonno un allarme che mi ha rotto un sogno o forse un tuono che da lontano viaggia in quest'aria così fina……Vorrei che almeno ci fosse vento che si sentisse il rumore del mare che si rompesse questo silenzio così assoluto che troppo fà pensare che m'inventassi qualche cosa da fare che ti svegliassi per potere parlare ma stai dormendo profondo e non posso nemmeno suonare”. E’ una sorta di racconto interiore, quasi si trattasse di autocoscienza o di riflessione interiore per capire e, per capirsi, per riuscire a mettersi nella giusta relazione con chi si ama. Una canzone notturna, certamente, ma anche una canzone all’alba, dell’alba, per l’alba, perché la notte, con le sue angosce passa, è l’alba arriva sempre…”Tra poco l'alba verrà e con l'alba il sole  alla sua luce vedrà che tutto va bene a quest'angoscia riuscir? a dare un nome ti guarderà dormire e ti lascerà sognare Tra poco l'alba verrà e con l'alba il sole e la luce mi dimostrerà che tutto va bene di quest'angoscia ora so qual'è la ragione e forse mi riaddormenterà e ricomincerà a sognare…”. Il suono del quartetto d’archi è assolutamente centrato nell’economia del brano che, per chi scrive, è uno dei migliori della discografia di Finardi. Il suono delle tastiere e gli effetti del MIDI rendono l’atmosfera davvero incantata.
Tastiere e Midi sono l’incipit di “Che Uomo Sarei” che pare essere una sorta di affermazione del sé interiore che, però, rimane sempre in balia degli eventi, delle situazioni…”E ancora una volta la stessa canzone con le stesse parole che non cambiano mai ancora una volta mi crolla addosso una delusione e io che credevo di avere capito oramai Ma se sbagliando s'impara perché non imparo mai perchè più sono sicuro più mi ficco dentro ai guai sarà perchè non ho paura e non mi faccio i fatti miei ma se non fossi così duro forse non ti piacerei….Ma che uomo sarei con che faccia la mattina nello specchio mi guarderei se accettassi compromessi per esser quello che tu vuoi se mi cambiassi e mi vendessi per quel poco che mi dai”. C’è molta amarezza nelle liriche, quasi fossero il riconoscimento di una parte di sé che non si percepisce come si vorrebbe essere, come si dovrebbe essere. L’atmosfera creata dalle tastiere ed il suono della chitarra di Consoli, sono un bozzolo nel quale racchiudere delle liriche speciali che cercano di raggiungere una sorta di pacificazione interiore, di consapevolezza interiore rispetto al rapporto con l’altra….”E adesso mi dici di non cantare più quella canzone che tanto la musica non cambierà mai che stai solo inseguendo un'altra illusione che a questo punto dovrei averlo capito oramai. Ma se sbagliando s'impara perchè non imparo mai perchè più sono sicuro più mi ficco dentro ai guai sarà perchè non ho paura e non mi faccio i fatti miei ma se non fossi cos? Duro forse non ti piacerei.
Ma che uomo sarei con che faccia la mattina nello specchio mi guarderei se accettassi compromessi per esser quello che tu vuoi non cambierà e resterà quello che sono e che sempre sarò…
”. Alla fine l’accettazione di se stessi è più forte…
Si apre con la chitarra di Porciello “Il vecchio sul ponte” (scritta insieme a Cosma e Giorgio Vanni) che nel testo appare come un brano gucciniano ma cantato e musicato secondo i canoni finardiani…il suono del piano forte è delicato e si accompagna ai suoni prodotti dal MIDI. E’ una canzone cinematografica che rende visibile la descrizione di una storia che si manifesta sotto gli occhi di una famiglia che sta viaggiando in auto…”Una famiglia italiana che ha finito di lavorare carica figli e bagagli in macchina che finalmente si può partire che oggi andiamo al mare E sopra un ponte dell'autostrada un vecchio è lì da ore come se guardasse un fiume, quasi volesse pescare o ricordare mentre tutti vanno al mare. E guarda le facce dei bambini che fanno "Ciao" dai finestrini e sta pensando a quando anche loro stavano andando al mare Lei aveva mani forti, buone per lavorare ma anche grandi occhi dolci   
e larghi fianchi buoni per far l'amore e lo sapeva fare
”.  L’oboe di Mario Arcari diffonde note suggestive mentre percussioni e contrabbasso marcano il tempo con delicatezza. La zampogna di Giancarlo Parisi aggiunge un suono di nostalgia ad un testo già malinconico e colmo di rimpianti dove potremmo azzardare che “la tristezza ci avvolgeva come miele…” ed invece..”E se ci ripensa adesso che se l'è portata via il Signore non riesce a ricordarsi perché mai non glielo ha mai saputo dire ah poter ricominciare. Quante cose ti direi quanto mi manchi non lo puoi neanche immaginare vorrei riportarti ancora una volta al mare…Si sta facendo sera ed è ora di rincasare prima che faccia buio e l'umido cominci a risalire
su dalle risaie. Si prepara qualche cosa da mangiare da solo con il televisore e domani andrà ancora a guardare
quel fiume di macchine che va verso il mare
”. Un grande brano dove la nostalgia è forte e la voglia di riavvolgere il nastro della vita lo è ancora di più…
In “Tutto gratis”, brano scritto con Vittorio Cosma ed ancora Enzo Braschi, i suoni sono sincopati e swinganti, con la presenza dell’armonica di Fabio Treves, il grande bluesman milanese, le cui note sono un marchio di fabbrica inconfondibile che accompagnano mirabilmente la chitarra asciutta e tagliente di Fabrizio Consoli. Un testo ruvido per un brano tintinnante che fa emergere una delle tante anime di Finardi, qui in chiave rock blues, con l’armonica che pompa note come fiocchi di neve e la rabbia, immutata, dei tempi giovanili per raccontare quello che legge nel quotidiano, quello che vive quello che incontra…”Non esiste più l’onore non esiste il dispiacere non c’è più niente da fare non esiste neanche più il dolore è finita la coerenza a che serve avere pazienza ormai qualunque cosa fai sai che non ti beccheranno mai. Si può fare tutto quello che ci pare è tutto gratis non c’è niente da pagare”. Il mondo è dei furbi, dei menefreghisti, di coloro che vivono d’apparenza e tendono ad imbrogliare il prossimo. “Non esiste più il piacere non si riesce più a godere è bello solo farsi vedere a telefonare con il cellulare. Ormai è inutile pensare perdere tempo per capire quello che si è , quello che si sa, si è solo quello che si ha, si può fare tutto quello che ci pare è tutto gratis non c’è niente da pagare…” Qui non si tratta più di chiedere “tutto subito”, come cantava nella canzone omonima bensì la questione che se tutto è gratis per qualcuno è perché molti altri pagano questo benefit….” Ma quante belle facce da televisione facce da stronzi che vogliono avere ragione è un mondo di stracci, un mondo di pupazzi perciò stacci pure tu che si può cadere anche più giù…”. Il canto è teso e ben sostenuto dalla sezione ritmica di Gavin Harrison e Paolo Costa mentre piano, tastiere e Midi ricuciono le note intorno alle liriche….Alla fine, quando Finardi decide di prendere l’ascia di guerra…    

recensione dell'album "Accadueo" di Eugenio Finardi


Papa Giovanni Paolo II ricambia la visita di Fidel Castro e visita l'isola di Cuba. Nel Paese si terrà la più grande manifestazione non di regime dai tempi della rivoluzione. In Val di Fiemme, un aereo milita statunitense, facente capo alla base americana di Aviano, colpisce e distrugge trancia il cavo della funivia del Cermis. I morti saranno 20. In U.S.A. il film “Titanic”, interpretato da Leonardo DiCaprio e Kate Winslet, si aggiudica undici premi Oscar. Il 2 maggio è da ricordare come la data di nascita della moneta unica europea e viene istituita la Banca Centrale Europea. A Sarno, in Campania, a causa di una frana moriranno oltre 140 persone. Negli Stati Uniti la Microsoft Corporation lancia Windows 98. E’ un ulteriore passo della trasformazione informatica e digitale. Due terremoti sottomarini creano tre tsunami che colpiscono la Papua Nuova Guinea uccidendo 2.500 persone. Qualche anno dopo andrà anche peggio…Il terrorismo suicida inizia a farsi conoscere… le ambasciate americane di Dar es Salaam (Tanzania) e Nairobi (Kenya) sono colpite da attacchi terroristici di gruppi legati a Osama Bin Laden: 224 morti, oltre 4.500 feriti. Ma il peggio deve ancora arrivare. Un altro grade disastro aereo colpisce un aereo della Swiss Air. Saranno 229 le vittime che cadranno al largo della Nuova Scozia. A Stanford, negli scantinati dell’Università, nasce la società Google Inc. Il mondo cambierà…In Gran Bretagna la Polizia arresta il dittatore Pinochet. L’impunità inizia a scemare…In Cambogia i Khmer Rossi chiedono perdono per il genocidio compiuto ai danni di oltre un milione di persone. Forse è un po' tardi…Ci si avvicina, quindi all’anno 2000, una data fatidica che vedrà profeti di sventura preconizzare disastri, terremoti, fine del mondo e quant’altro possibile per spaventare animi instabili e vendere libri improponibili…ma tant’è…Eugenio Finardi, però, utilizza il tempo prima della “paventata” fine del mondo in maniera proficua e sforna un album particolare, “Accadueo” che, purtroppo, non venne accolto particolarmente bene dal pubblico, come invece avrebbe meritato. E’ un album che si avvicina, dal punto di vista dei suoni, al precedente, “Occhi”. “Accadueo” è un album brillante e intelligente, un album vitale ma che, per quel periodo, un album così non avrebbe potuto avere altro destino. Purtroppo…”Accadueo” è un album lavorato anche “a casa” attraverso le applicazioni e gli strumenti informatici della tecnologia dell’epoca e che rischiò di non uscire a causa di un problema nella memoria del pc in cui era stato immagazzinato il lavoro dell’artista milanese. Ma per fortuna…           

Costantinopoli”, composta con la collaborazione di Edoardo Bechis e Vittorio Cosma, inizia con un suono orientaleggiante dettato anche dal bouzuki suonato da Fabrizio Consoli, e con il ritmo di un basso pulsante e ritmato da parte di Roberto Drovandi. Il suono è molto originale e le liriche danno proprio il senso del cammino, del movimento, del passaggio in luoghi inospitali e pericolosi che è necessario attraversare per giungere alla mèta sperata. Il cammino è visto come un cammino fisico ma, a leggere con attenzione il resto, lo si può immaginare anche come un percorso alla ricerca di se stessi o, comunque, di nuovi mondi e diverse relazioni interpersonali. “Ho alle spalle giorni e mesi di deserto Leggendo stelle ad occhi chiusi e cielo aperto cercando doni, incontrando predoni che affrontai lei mi parlava di una nuova società rinata sulle ceneri di  città. C'è un posto dove il sole muore, risplende e nasce già. La cercherò, la troverò, sentendo gioia e infelicità, gioia e infelicità. Dopo la guerra non avevo visto più una città senza soldati ne tribù Dio ha cento nomi, tra bordelli, ostelli e università lei non si trova ma mi appello ad una prova. Mi ha detto un saggio di una donna e un tatuaggio un segno tribale, nero e opale, duale avversità, Io lo toccai, lo decifrai, diceva Gioia e infelicità, Gioia e infelicità.” La musica incede in maniera incessante, con il pianoforte di Cosma che si materializza a metà del brano per rendere ancora più incisivo lo scorrere de i suoni…Un brano molto particolare dal punto di vista musicale, anche grazie al suono degli archi del Quartetto Malatesta, arrangiati da Vittorio Cosma, proposto con la solita voce presente ed impostata con il finale che si manifesta come una sorta di sguardo di una vedetta che scruta l’orizzonte…


Con il basso di Fabrizio Consoli, che pulsa come un cuore perfetto si presenta “E sto pensando a te” (scritta con Bechis, Fabrizio Consoli e Ceccarelli) un brano languido che dimostra di essere stato scritto proprio in quegli anni ’90 in cui si sono ascoltati mix sonori e lirici molto particolari. I suoni sono molto delicati ed “accondiscendenti” rispetto al climax del testo “Plano sul mondo Io spirito di territorio e sto pensando a te divido il male dal bene ma poi mi confondo e sto pensando a te lampi di luce, temporali caldi piovono su me e sto pensando a te ho un nuovo sogno e con devozione lo spoglio ma sto pensando a te…” Il suono di una chitarra slide sembra allungare le note ed il tempo…La chitarra di Consoli disegna degli arabeschi sonori delicati e suggestivi che riescono a cucire i diversi ambiti temporali delle liriche che dimostrano di essere perfette per l’aria di straniamento che il brano propone e presenta. “Viaggio nel tempo mi mancherà un po' il novecento e sto pensando a te. Graffiti urbani con le mani ridecoro la città e sto pensando a te. Messaggi in rete La sete d'Amore che c'è Io sto pensando a te. La notte culla E nulla mi morde più il cuore E sto pensando a te, plano sul mondo  Io spirito di territorio e sto pensando a te e sto pensando a te…”. La si potrebbe chiamare canzone pop ma sarebbe riduttivo perché “E sto pensando a te” è un brano di Finardi che di pop ne ha prodotto ben poco, sempre perso nelle sue idee musicali certamente non sempre, fortunatamente, ortodosseFinardi è alla consolle di programmazione & loops mentre Luca Enrico opera ai groovemeisters. Questi elementi saranno uno leitmotiv dell’album. 


E’ un titolo molto particolare “Parlami dal rock al soul”, (anche questa scritta insieme ad Edoardo Bechis) con un suono che accompagna in maniera inappuntabile le liriche. Il suono delle tastiere è preciso e “tagliente” e che sa raccontare il desidero di comunanza e di complicità tra due persone. “C'è un posto dove il tuo pensiero vola come le tue mani in cosa hai pianto e in cosa sogni, in cosa credi quando cadi. Qual’è la verità, voglio complicità Io vengo dalla pioggia e sento cosa chiedi…A me puoi dire i segreti più segreti che tu hai perchè io sono il segreto più segreto che vivrai Io ti conoscerò e poi ti esplorerò In fondo all'anima, e tu sorriderai…” E questo desiderio si pare manifestarsi anche attraverso il differenti amalgama sonoro che si manifesta tra differenti momenti del brano. “Non c'è bisogno di parole per sentire i desideri, c'è bisogno di attenzione ai pensieri più leggeri. Tu ti ricorderai e poi mi cercherai e in fondo all'anima lì mi troverai
Parlami dal Rock al Soul, parlami dal Rock al Soul, ogni parola tua io non la tradirò Io no, io no…”.
Il suono sembra voler riprendere l’incedere di “Costantinopoli” nella sua danza ipnotica…Un brano apparentemente semplice, ma da ascoltare con attenzione e rilassatezza tutto giocato sulla programmazione di groove e loops utilizzati da Finardi.


Ritmo e tastiere, programmazioni ed in mood deciso con alle spalle un tappeto sonoro ricco di sfumature…”Accadueo”, scritta con la collaborazione di Bechis e Consoli è un brano cantabile e brillante (da sottolineare la linea di basso che sostiene la musica). Il testo è tipicamente finardiano, con la sua potente dimensione evocativa…“Io no, non posso sopportare più questo tempo senza fiato ne passione, non ho più giorni da sprecare In questa nebbia di sottile tensione. Mi son svegliato lupo senza denari In mezzo a uomini distinti e mannari, falsi miracoli di Fate Turchine così buone da pensarle anche un po' cretine. Se questo gioco è più forte di te ed il senso di spazio non c'è, diluvio sul mondo ti scriverò, ti manderò un segnale dal fondo. Accadueo dall'acqua rinascerò”. Il desiderio di avere chiarezza di fronte a sé è importante per proseguire nella vita quotidiana, sembra dire l’artista milanese, e questa ricerca non si può abbandonare anche se, magari, ci si trova nel fondo marino ma, ance lì, si possono cercare opportunità di vitalità…”Braccato a suonare in una stanza i nuovi sogni non son mai abbastanza . C'è una strega persa in un rogo La porto dentro me in ogni tempo e in ogni luogo. E' un gioco più forte di te dove il senso di spazio non c'è. Diluvio sul mondo Ti scriverò, ti manderò un segnale dal fondo.  Accadueo dall'acqua rinascerò”. L’inciso chitarristico, di Fabrizio Consoli, breve e sobrio, è un piccolo cameo segno essenziale per dare ancora più corpo alla sonorità complessiva del brano mentre il Quartetto Malatesta con gli archi, ingentilisce il brano. Da ricordare il bel video prodotto per il lancio del singolo. Si, perché quelli erano anni in cui si producevano ancora i video per sostenere singoli ed album.

Un altro brano scritto “a più mani” (Bechis, Consoli, Drovandi e Ceccarelli), “Paura di amare” pare vada ad anticipare gli anni a venire, quasi veda quello che sta per arrivare negli anni 2000. Una canzone molto vera, diretta, che non ha “vergogna” di indicare le difficoltà, i problemi, le situazioni negative che ciascuno si porta con sé. “Abbiamo tutti paura di dare l'amore non regge la verità. Nell'era della comunicazione vestiamo parole di mediocrità.
Abbiamo vissuto stagioni di sogni tra ideali di gruppo e d'imbrogli, come una bomba che brucia e non scoppia. O siamo massa o una crisi di coppia. Abbiamo tutti paura di amare abbiamo tutti paura di lasciarci andare di farci vedere per quel che siamo con le nostre fragilità. Abbiamo tutti paura di amare abbiamo tutti paura di lasciarci andare di far vedere quello che siamo con i sogni che nascondiamo nell'anima”.
La slide ed il bouzuki suonati da Consoli richiamano a sonorità morbide nonostante il testo non sia per niente accomodante…”E ci vestiamo di macchine grandi, ha tutti i comfort l'infelicità. Abbiamo un metro e la televisione. Ma dimmi la guardi o ci sei stato già? Spendiamo soldi in maghi ed in streghe Per sapere quello che sarà. Facciamo di tutto per placare l'ansia e nascondiamo quel che è stato già”. La descrizione della realtà è evidente e salta all’occhio l’amarezza che traspare dalle liriche dove si manifesta il concetto che l’amore è superato da tutto ciò che ci circonda e che appare più importante, ma tale non è perché, anzi, è totalmente effimero…”Abbiamo tutti paura di amare abbiamo tutti paura di lasciarci andare di farci vedere per quel che siamo con le nostre fragilità. Abbiamo tutti paura di amare abbiamo tutti paura di lasciarci andare di far vedere quello che siamo e i sogni che nascondiamo nell'anima”. Il suono è deciso e la slide pare voler avvolgere l’amarezza del testo con le sue note, cercando di dare senso e speranza alle invettiveAnche in questo caso il Quartetto Malatesta, le programmazioni ed i loops sono forza attiva all’interno dell’economia del brano.  


Sogno la strada” si presenta con un suono così rollingstoniano (la batteria di Vinnie Colaiuta, presente in tutti i brani, rende merito alla sua fama) che ti aspetti di sentire la voce di Mick Jagger fare capolino insieme a quella di Finardi. E’ l’epica della vita “on the road”, con un ritmo pulsante e l’armonica blues che mitraglia note ricche di pathos e di desiderio di fare festa. Il testo è un’elegia alla vita “alternativa” sognata, immaginata, vissuta, fuggita, magari qualche volta ripudiata…”Vivo di onde radio, Autostrade e Rolling Stones, venduto l'anima alla promessa di vivere on the road. Sì sì, sogno la strada, sì sì dovunque si vada e senza freni rotolare. Da quando sono in viaggio ho cercato una come te, agile come un gatto e che la pensa come me. Adesso siamo una nazione, un popolo di due persone in guerra con il resto della terra”. Un brano che dal vivo farebbe faville per la sua carica rock, per la sua allegria, per la sua capacità di fare ballare, saltare e cantare. “E allora sì sì sogno la strada. Sì sì comunque vada e mai scivolare giù.
Senza spazio tempo è l'altra faccia degli eroi, ma vivere senza vento non è certo vita per noi.
Noi che siamo una nazione un popolo di due persone in guerra con il resto della terra.
Respiriamo l'universo che il suono espanderà l'estate questa notte è nostra e per sempre durerà”.
Un brano poco noto ma formidabile per la sua potenza espressiva, per il suono della sezione ritmica sempre attento e deciso, con il suono dell’Hammond suonato da Tiziano Lamberti. Un brano che dimostra quanto le radici del rock e degli Stones abbia pervaso la cifra artistica di Finardi che in questo brano è impegnato anche all’armonica (anche in questo si segnala la presenza di Bechis come coautore).


Invece pare sia l’anima saggia di David Crosby ad essere evocata in “Sabbia mobile”, un brano con sonorità divise tra british blues e west coast. Il suono sincopato, con basso e batteria sugli scudi (Drovandi e Colaiuta) ed accompagnano liriche ricche di suggestioni, mentre l’organo Hammond di Lamberti srotola note su note per dare ancora più forza al brano rafforzato, in questo, dal suono dell’armonica blues. “Dentro nella tua rete bevi della mia sete: sabbia mobile è questo che sei e non ne uscirò mai. Io ti conosco, so i sogni che fai quello che cerchi e le paure che hai, le tue voglie segrete con me soddisferai e a poco a poco in me tu scivolerai dentro nella tua rete, bevi della mia sete sabbia mobile è questo che sei e non ne uscirò mai. E adesso prendimi e fai quello che vuoi adesso puoi perdermi perchè tanto mi hai mi hai preso tutto, tutto quello che vuoi mi hai preso l'anima e non me la ridai. Sabbia mobile sei, sabbia mobile resterai. Sabbia mobile intorno a me e sabbia mobile in me”. La ragazza della canzone è pericolosa, sembra di capire, è la musica appare come propedeutica per afferrare il malcapitato amante per portarlo verso la perdizione. Un brano musicalmente intenso e vitale, pieno di forza e suggestioni, con il duo hammond/armonica, suonata questa da Finardi, a creare l’opportuno e gradevole  mood sonoro….   


Suoni “sofisticati” aprono “Ti vedo” una canzone delicata e morbida, una canzone piena di affetto e tenerezza. Una canzone che è una delle classiche ballate di cui Finardi è maestro. Anche in questo caso l’artista milanese è supportato da Bechis e Ceccarelli nella creazione di questo brano. “Ti vedo per tutto quello che sei, ti vedo con la tua forza che nemmeno tu sai. Vedo quella bambina nascosta in fondo ai tuoi occhi e vedo dentro ai tuoi giochi come tu vuoi che ti tocchi. Ti vedo da dietro alle parole ti vedo e mi scivoli nel cuore. Ti vedo con le tue insicurezze proprio perchè stai urlando tutte le tue certezze. Ti vedo e ti accarezzo con lo sguardo vedo che lo senti ma che non riesci a dirlo”. Le tastiere mantengono un suono languido e tenue ed accompagnano le liriche che raccontano, con dolcezza, della relazione profonda tra l’amante e l’amata. Il basso pulsa con grande nitidezza, costruendo una trama sonora insieme alle tastiere.Ti vedo per farmi sentire ti vedo perchè tu sei come me E se mi guardi bene lo vedi pure te. Io vedo tutti i sogni che fai I tuoi desideri, anche se...Non li confesserai tu non me li dirai, no mai
Io ti darò tutto quello che vuoi Anche se adesso tu forse ancora non lo sai o forse non lo chiedi mai. Ti vedo dentro ai tuoi sentimenti e vedo quello che pensi, vedo quello che senti ti vedo per ciò che potresti dare se tu ti abbandonassi, se ti lasciassi andare. Ti vedo e più ti vedo capisco che sei come ti voglio, che ti riconosco. Ti vedo perchè tu sei come me e se mi guardi bene lo vedi pure te”.
C’è una grande delicatezza e rispetto per l’amata nelle liriche che stillano le parole come fossero piccole gocce di pioggia che scendono ad irrorare il terreno di un amore, forse, “addormentato”…Interessante il lavoro di Finardi e Luca Cerosimo alla programmazione ed arrangiamenti e quello di Luca Enrico al groovemeisters.


Se ce n'è”, che vede ancora la presenza di Bechis come coautore, è una brano funky, pieno di ritmo, pieno di soul e rock, e mostra l’altra parte della cifra artistica di Finardi, quella che ha le radici nel suono “nero”. L’armonica che arriva a farsi sentire riempie in maniera decisa la scena e dà ancora più forza al brano. “Dammi un po' d'amore se ce n'è, voglio un po' d'amore se ce n'è. Lo stomaco è un locomotore mi butto in scasi fino al dolore voglio un po' d'amore se ce n'è. Avanza un po' d'amore se ce n'è avanza un po' d'amore non tenerlo tutto per te, regalati l'amore. Non lasciarlo tutto nel surgelatore mangia un po' d'amore che ce n'è.  Dammi un po' d'amore se ce n'è cercasi l'amore ma dov'è? Ti giuro sono uno da sport estremo mi ci lancio come uno scemo fammi un po' d'amore se ce n'è. Ho tanto amore da dare ho tanto amore e lo voglio fare, avanza un po' d'amore anche per me”. Il brano, con il suo giro musicale, sarebbe ancora più efficace e ad effetto cantato in inglese…Una grande prova del pathos di Finardi, che in questo brano si cimenta anche al piano Wurlitzer, e della sua capacità di affrontare sonorità di origine angloamericana. Ma d’altra parte lo sappiamo che americano lo è per metà e che all’orizzonte già si intravede un album di puro blues…ma questa è un'altra storia…


Dopo il brano “duro” arriva, quasi inevitabile, quello più “leggero” (ancora con la presenza di Bechis) qual’è “Il negozio dei giorni usati”, che è un bell’esempio di originalità perché il negozio di cui si parla è molto particolare…”Benvenuti nel negozio dei giorni usati riciclati, vissuti, a volte fortunati imperfetti di qualche ora ma ancora pieni di tempo da vivere. Lei entrò senza un perchè chiedendomi: "Scusa che giorno è, ho un anno intero in un bagaglio, è qui che scambi i giorni se non mi sbaglio?". Il brano è una sorta di sguardo sul tempo della vita e dell’amore, sul tempo di ciò che accade nella vita mentre il tempo scorre. Il suono delle tastiere e degli archi impreziosiscono lo scandire delle liriche, il racconto di quello che ci accade e, talvolta ci sfugge. La vita e la realtà che sono sempre più veloci rispetto a quanto ci si aspettaPotente l’incedere dello slapbass suonato da Drovandi e delizioso quello degli hit hat e piatti percossi da Vinnie Colaiuta.  ”Era nostro il negozio dei giorni usati, eravamo più che soci, forse innamorati si chiudeva qualche ora prima perchè dopo c'era il tempo da vivere non ci si annoiava mai e mi chiedeva: "Scusa, che giorno hai?" Ho anni interi in un bagaglio se resti qui possiamo fare scambio”. Il suono è una sorta di cantilena dondolante e ficcante che si appoggia, alla fine, anche sul suono del sax che rende ancora più gradevole l’incedere dei suoni fino al termine del brano…”Benvenuti nel negozio dei giorni usati, riciclati, vissuti a volte sfortunati, imperfetti di qualche ora.
Ma ancora pieni di tempo da vivere lei se ne andò senza un perchè chiedendomi: "Scusa che giorno è?" Aveva un anno intero in un bagaglio Si è presa anche i miei giorni se non mi sbaglio
”. il finale è colmo di amarezza e, forse, di un pizzico di autobiografia…Da segnalare il bell’intervento di Lucio Dalla per un cameo con il suo sax.

La partenza di “Lei non ti ama più” fa venire alla mente le atmosfere tenebrose dei Doors e la ritmica di Booker T. & Mg’s , con la voce piena, profonda e presente di Finardi a dare forza alla musica che si compone dietro di lui. Con l’organo che tine in mano la regia dei suoni e la sezione ritmica che si muove sinuosa e crea un’atmosfera davvero speciale. Un brano, questo, sottovalutato…”E' inutile discutere non serve poi di ragionare non bastano più le parole per chi non ti vuole ascoltare ormai non ci sei che tu che non vedi che lei non ti ama più. Ormai non ci sei che tu che non vedi che lei non ti ama più. Non sai dove telefonare se odiare o giustificare, tu ti aggrappi ad una ragione perché lei era la tua religione. Ormai non ci sei che tu che non vedi che lei non ti ama più”. Anche in questo caso Finardi ha il supporto di due coautori, Bechis e Lamberti, per un brano che è da ascoltare in silenzio, per godere del suo fascino e della sua profondità. Un brano “scuro” ma morbido al contempo, un brano affascinante, da brividi, dove molta atmosfera è creata dalle programmazioni di Finardi e Cerosimo e dal suono dell’Hammond e del Wurlitzer di Lamberti. Persa in mondi paralleli, mi guardi ma non vedi dov'è l'amore che chiedevi, la forza in cui credevi. Parlami, sentimi, dammi un segnale quel che sento mi fa male, ma è solo quel che ho e io lo so ti senti uno straniero dove avevi una storia e un nome vorresti ritornare indietro. Ma il suo sguardo è un codice segreto. ormai lo sai anche tu perché vedi che lei non ti ama più. Ormai lo sai anche tu che lei non ti ama più”. Una bella e profonda interpretazione che, ancora una volta, dimostra la straordinaria padronanza della voce e del tempo da parte di Finardi, ormai, in quel 1998, sulle scene da venticinque anni…  

 O Figure Indiane” è un titolo molto originale che nasconde l’anagramma di Eugenio Finardi….Anche in questo brano vi è la compartecipazione di altri autori (Bechis e Fabrizio Consoli) per una sorta di blues metropolitano, con il basso, suonato da Consoli (che suona anche la chitarra elettrica),  che centellina note di alta qualità e lavora insieme agli altri strumenti per costruire un percorso sono che si adatta come un guanto alle liriche della canzone…”Otto mesi e una settimana lontano da casa e da quel che ho dopo tanti finti Nirvana. Cielo e terra è tutto ciò che so, ma tornerò dal viaggio, ti porterò un messaggio, tu non mi perderai. Tu mi ritroverai, lo sai che tra di noi, ormai alla fine basta un: "Ciao come stai?. Ho attraversato mari in tempesta per arrivare al fondo e poi più in là. Risalgo il fiume, strada di foresta fino a toccare il cuore dell'oscurità. Di tutto questo viaggio c'è solo un messaggio sai,
tu non mi perderai, tu mi ritroverai. Lo sai che tra di noi, ormai alla fine basta un: "Ciao come stai?"
E’ la descrizione di un viaggio quella che viene proposta, un viaggio che si ricollega idealmente al tema dell’inizio dell’album, quella “Costantinopoli” che nelle sonorità e nelle liriche evidenziava in maniera netta l’incedere dei passi su un sentiero alla ricerca di nuovi orizzonti o, forse, di nuove strade da percorrere all’interno di se stessi…. “Ho avuto una visione stelle in costellazione sogni o figure indiane caldo e danze di passione ma poi Il mondo intero ti porterei e non mi perderai tu mi ritroverai tu non mi perderai lo sai.
Ho seguito un canale a specchio d'acqua al riparo da uomini e da divinità dietro un odore vaniglia e sangue l'altra faccia della mia città. Ma dopo un lungo viaggio di tracce di passaggio tu non mi perderai tu mi ritroverai lo sai che tra di noi, ormai alla fine basta un: "Ciao come stai?".
Tutto termina con un saluto, che pare quasi di cortesia, ma la vita è spesso molto diversa da quello che ci attendiamo e, alla fine, anche ciò che è scontato è parte attiva della storia di ciascuno di noiOttimo il lavoro di Tizano Lamberti che suona sia l’organo Hammond che il piano Wurlitzer.    


Nel 1999 Eugenio Finardi partecipa al festival di Sanremo con il brano “Amami Lara” che viene inserito in una seconda edizione del cd. E’ un brano che all’inizio venne considerato con sufficienza invece, pur nella sua semplicità, lo si può leggere con una diversa “angolazione”. Certamente è evidente il richiamo al famoso video gioco che aveva come sua eroina il personaggio di Laura Croft così come, però, è possibile leggerlo come un richiamo a “Anna ha diciott’anni e si sente tanto sola…”. Provare per credere…”Lara lotta sola contro il mondo cerca di sentirlo meno finto. Lara vuole andare fino in fondo sola persa nel suo labirinto lei non sa che la so vedere lei non lo sa che le vorrei dire”. Emerge nuovamente, quindi, a tanti anni di distanza, la riflessione sulla solitudine, sul bisogno di relazioni, sulla necessità di essere inondati dall’amore per riuscire a superare i momenti di difficoltà. La musica è pienamente all’interno del periodo in cui il brano è stato proposto. Il ritmo è brillante ed incisivo, seppure addolcito dal suono del Quartetto Malatesta agli archi, per le liriche proposte con la voce di Finardi riesce ad arrivare anche in un falsetto che, per altri artisti, sarebbe davvero insidioso. “Credo nella forza dell'amore chiedo più rispetto ed attenzione ma negli occhi della gente leggo solo delusione quel che sento non vale niente è solo un sogno, un'illusione….Soli nel tempo indifferente a caccia di tutto ma non resta niente, cambia la faccia degli ideali tutti anoressici sentimentali. Lei non sa che la so vedere Lei non lo sa che le vorrei dire…Amami Lara amami ancora guardami dentro solo un momento. Fermati un poco esci dal gioco, fatti aiutare non ricominciare dammi un minuto fammi salvare”. Finisce così “Accadueo”, un album di transizione che anticiperà momenti artistici di differente calibro, spessore e tipologia di suoni e di tematiche. Questi lavori renderanno evidente quanto Finardi abbia una ricca disponibilità di talenti da spendere in qualunque momento della sua carriera…