venerdì 3 gennaio 2014

Bob Dylan al Teatro degli Arcimboldi, Milano, 2.11.2013,


Non si è mai certi di che cosa potrà accadere ad un concerto di Bob Dylan. Comunque, nel bene e nel male, sarà sempre un concerto indimenticabile. Nel bene perché si uscirà dal teatro, palasport o stadio felici e contenti di avere assistito ad un grande evento continuando a pensare che quell’uomo è, davvero, la reincarnazione di tanti musicisti messi insieme. Nel male perché si uscirà dal teatro, palasport o stadio inviperiti e delusi nell’avere
assistito ad una sorta di grande evento-truffa continuando a pensare che quell’uomo è, davvero, la reincarnazione di tanti bari messi insieme. Certamente la verità sta nel mezzo nel senso che è inutile pensare al concerto perfetto, all’evento che non ti saresti mai aspettato. Dylan è un signore di 72 anni e mezzo che porta in giro per il mondo, con dignità, il fardello dell’età. Sappiamo tutti che cosa ha rappresentato per la musica e la cultura contemporanea e non sarà mai possibile ringraziarlo per ciò che ha fatto nel corso della sua carriera e del coraggio che ha avuto nell’andare, molto spesso, contro corrente. Ha fatto della sua persona un’icona che è davvero senza tempo e la presenza di spettatori delle più svariate età al concerto di sabato 2 novembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano è davvero il segno più evidente della sua grande capacità di superare generi e mode. Quello di Dylan non è semplice fascino di un artista senza tempo bensì è carisma che gli si è cucito addosso nel corso dei decenni che si sono succeduto dal suo arrivo a New York nel lontano 1961. Un tempo ormai giurassico, un tempo ormai perso nel tempo che le foto di Joe Alper, messe in mostra nella galleria di Guido Harari, in quel di Alba, hanno riportato alla memoria di coloro che hanno ormai la medesima età dell’artista del Minnesota. Se non di più…L’atmosfera all’interno del teatro era calda, piena di aspettative ed, anche, timorosa di “stecche” come quella rifilata al Forum di Assago nel 2011 ed al concerto di Barolo, 2012. Ma come sempre il pubblico non ha deluso le attese e, con tante presenze straniere, si è raccolto per ascoltare il piccolo grande uomo del Nord America. E questa volta le attese sono state esaudite e Dylan, con la band al suo servizio (nella quale ha recuperato il fido Charlie Sexton alla chitarra elettrica), già nell’entrare in scena vestito di un elegante abito scuro con, ai piedi, stivaletti chiari, ha fatto subito immaginare che la serata sarebbe stata davvero piacevole. Come alla fine avverrà. La scaletta sarà varia ma con una maggiore attenzione agli album degli ultimi anni, in particolare a quelli degli anni 2000. C’è infatti spazio per “Tempest” (cinque brani), “Together through the life” (due brani), “Modern Times” (un brano), “Love &Theft” (un brano) “Oh, Mercy” (un brano),“Time of mind” (un brano), “Highway 61 revisited” (un brano), “Bringing it all back home” (un brano). I bis, ormai di routine per questo tour, sono stati affidati ai sempiterni Allalong the watchtower e Blowing in the winded inutile citare gli albums di appartenenza in quanto potrebbero appartenere a qualunque album…Il palco scuro e disadorno è il set in cui verranno proiettati attimi di vita attraverso le canzoni dell’artista americano ed il concerto ha inizio con Things have changed, un brano che è stato insignito del Grammy Award. Chitarra acustica, sezione ritmica, chitarra elettrica fanno da cornice alla voce da crooner di Dylan che canta in maniera rapida e sincopata, veloce un treno. La voce, la sua particolare voce sabbiosa, è presente ed il microfono riesce a renderla in tutta la sua suggestione. L’inizio è positivo e fa ben sperare. Subito si è immersi nel passato con She belongs to me, che possiede un’apertura suggestiva, soffusa e notturna, che permette a Dylan di ruggire come fosse un leone in gabbia. Il suono è avvolgente e cadenzato, supportato dal suono penetrante e deciso dell’armonica. Beyond here lies nothin’ si propone con un’atmosfera notturna, da anni ’30, con brume di proibizionismo e gangsters sempre in agguato. La voce è sinuosa e suadente mentre la chitarra elettrica suona sinuosa e brillante con il mandolino a sostenere le armonie. Il pubblico è in religioso silenzio su tutti i brani e si scioglie solo per i calorosi applausi. What good I am? ci trascina al periodo di “Oh, mercy”, un periodo prezioso dal punto di vista della qualità artistica di Dylan. L’atmosfera è delicata, il piano e la voce si incontrano con un tono suadente e di levità. Tutto il brano si dipana tra note dolci e atmosfere delicate ed il finale è particolarmente soft e si chiude tra gli applausi scroscianti del pubblico. Pay in blood inizia in maniera potente da parte della band. Dylan è davanti al microfono e pare voglia mangiarselo dalla foga del canto. Un canto che lancia strali di vita e di morte, che racconta del tempo che passa e della nostalgia che ci assale. La slide ricuce le note con grande suggestione e perizia.  Waiting for you è un dolce brano a tempo di valzer, soffice, con il contrabbasso delicato, suonato con l’archetto mentre la slide e l’elettrica si intersecano con il suono del pianoforte. Un brano senza tempo e senza ipotetica fine…Duquesnewhistleparte veloce, con la chitarra a ritmo swing mentre il contrabbasso accompagna la voce che scivola veloce sulle note. Il piano appare come un treno della memoria che cavalca passato e futuro. Ritmo blues e grande pathos sparso nel teatro. Tangled up in blue è uno dei brani migliori del canzoniere dylaniano. Tratta da Blood on the tracks, potrebbe essere presente in ogni concerto di Dylan e non annoierebbe mai. La chitarra acustica apre la canzone assecondata dal suono del piano e dalla voce forte, ma delicata, di Dylan. La slide si unisce alle melodie del piano contribuendo al grande gioco degli strumenti. Grande suggestione ed immagini evocative sparse a piene mani. Love sick si apre in maniera elettrica, secca e nervosa.  La voce è stentorea davanti al microfono e si intromette nell’atmosfera cupa e tenebrosa creata dal suono della band. Una bella ed intensa versione. Ed al calare degli applausi, ecco la sorpresa…una pausa inattesa probabilmente per far riprendere fiato al “vecchio” Bob che, tra l’altro, ha sempre suonato il piano in piedi.
Si riprende con High water (For Charlie Patton) con l’intro della chitarra elettrica e del banjo che suono che ne esce è secco, anche per la presenza di una seconda chitarra elettrica suonata da Tony Garnier, ed il tutto  asseconda una voce spiritata che canta declamando le parole su tonalità blues. La chiusura è lasciata al suono declinante dell’armonica. Simple twist of fate è un viaggio nella vita e nella morte. Slide e pianoforte sono le basi del cantato morbido di Dylan che porta a spasso questa canzone, a fasi alterne, da oltre trentacinque anni. Il canto si trasforma in una sorta di ipnotica ninna nanna che si incunea tra gli strumenti e la canzone si spegne, infine, come una candela all’apparire del giorno. Ed un altro viaggio si propone con le note, inattese, di Desolation row, una canzone che rappresenta una sorta di viaggio iniziatico e di visione oniriche. Proveniente dal passato si apre con la voce stentorea di Dylan, che macera le parole, consegnando la melodia ad una sorta di jazz pallido. Il contrabbasso ed il mandolino, con le loro sonorità in antitesi, sembrano contrapporsi tra loro mentre la chitarra elettrica appare come in fuga alla ricerca delle note del pianoforte suonato con durezza da Dylan. Una grande versione per una delle canzoni più paradigmatiche della carriera dell’artista statunitense. Il suono del violino apre Forget full heart mentre la voce di Dylan pare volersi trasformare in quella di un cantillatore ebraico mentre l’armonica appare come una sorta di prolungamento della voce. Canzone di grande suggestione e nostalgia che pare sia cantata con lo sguardo fuori dl finestrino di un treno, mentre la pioggia riveste tutto di malinconia. La chiusura con l’armonica è il compimento del brano nella sua grandezza. Spirit on the water viene introdotta dal suono della slide, del piano e della voce che comincia a diventare sabbiosa come ben conosciuta. Il ritmo è swingante, la batteria docile ad assecondare la voce, il piano intenso si colora di tensioni jazz rendendo il brano un piccolo gioiello di musica moderna con lo sguardo fisso al passato. Scarlet town unisce il piano alla voce ed al banjo. Il brano è intriso di mistero ed il morbido assolo di chitarra si unisce al suono soffuso del pianoforte che porta, con levità, il brano verso la sua uscita di scena. Il concerto prosegue sul suo binario di alta qualità. Suoni perfetti, voce adeguata, pathos in linea con il luogo e con la partecipazione del pubblico. Soon after midnight è una sorta di brano anni ’50 che possiede la grande suggestione del passato ed unisce il suono della slide a quello della chitarra elettrica in maniera quasi perfetta. Il pianoforte e la voce sono l’arma “letale” con la quale Dylan riesce a lasciare il segno anche in questo brano. Ed arriva l’ultimo brano del concerto che è Long and wasted years, canzone potente con la chitarra elettrica secca ed affilata che taglia l’aria del teatro. Il pubblico si rende conto che il concerto sta terminando, anche perchè la scaletta è nota, ed inizia ad elettrizzarsi. Le note si stanno rarefacendo e Dylan, di fronte al microfono saluta il pubblico accennando un sorriso che, al di là del suo viso impenetrabile, denota una certa soddisfazione dello svolgimento del concerto. Il concerto è terminato ma è tutti si attendono i due bis previsti e dopo qualche istante la band ritorna in scena e partono le note di All along the watchtower. Non è la nota versione incendiaria che spesso abbiamo visto in campo. La chitarra elettrica e la slide sono in prima fila a combattere contro le note che sfuggono al tempo. Il piano è martellante e le parole del profeta Isaia sembrano rimbombare nella sala del teatro. La chiusura, guidata dal pianoforte, è una sorta di atterraggio di una grande aeroplano su un piccolo terreno in mezzo alla città. Si chiude con Blowing in the wind, una versione strapazzata e, come spesso accade, irriconoscibile dove il pianoforte detta tempi e melodia portando il brano fino al termine con il suono dell’armonica che chiude il concerto. Adesso il concerto è finito davvero. Dylan e la sua band sono stati all’altezza delle canzoni proposte. Cosa che spesso non si è verificata. Ma il tempo passa e le asprezze, forse, si smussano. Abbiamo assistito ad un gran bel concerto nel quale Dylan ha rinnovato la sua leggenda. Nell’aria, nelle liriche, nelle musiche la sensazione che anche questa sera ci sia stata una lotta tra il bene ed il male. Una lotta a cui Dylan si sottopone da decenni e noi insieme a lui…

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