martedì 1 aprile 2014

Via Quarti, Milano...

I recenti accadimenti in Via Quarti (oggetto di vari interventi dei mass media, incluso il TG1) hanno portato all’attenzione la difficile situazione di un quartiere della nostra zona. Un quartiere che, da sempre, ha manifestato difficoltà nel “buon vivere”, nel mettere in campo buone pratiche di relazione al fine di fare crescere al suo interno un senso importante di comunità come spesso avvenuto e avviene nei quartieri della città. Un quartiere, quello di Via Quarti, nato male dal punto di vista urbanistico, con una via chiusa che porta verso ambiti verdi ancora in attesa di una loro trasformazione e verso una cava,
la OngariCerutti che attende, da anni, d’essere rimessa in sesto in quanto non utilizzabile a causa delle sue condizioni. Una cava ed un’area, questa che, qualora riqualificata porterebbe al compimento quasi totale del progetto complessivo del parco delle cave e darebbe quell’accesso da Quinto Romano che collegherebbe via Quarti ad un “movimento” virtuoso di fruitori del parco partendo da un ingresso alternativo rispetto a quelli oggi noti. Il complesso residenziale di Via Quarti, di proprietà ALER, è stato uno degli ultimi interventi di costruzione di residenze pubbliche in Milano ma, alla lunga, si è manifestato come un maldestro tentativo di residenzialità pubblica incuneata in un’enclave che potremmo definire irrisolta. Un luogo che non si attraversa, ma in cui ci si deve andare perché ci si abita, per necessità di incontro, per altri motivi magari meno nobili. Un luogo aperto, senza recinzioni per ragioni di natura “ideale”,in quanto il periodo in cui queste residenze vennero edificate il mandato era di mantenere aperta la socialità anche se, forse, la verità è che senza mettere in opera la recinzione si poteva risparmiare qualche lira…La mancanza di una delimitazione fisica, per quanto sempre molto relativa rispetto al tema della sicurezza, ha fatto percepire questo ambito come un luogo senza una sua fisionomia. Palazzi bianchi alti e casette basse in una ricerca di residenzialità mediata tra la terra ed il cielo, sempre in bilico tra coloro che stanno in alto, lontano dalle questioni locali e coloro che, invece, devono farsene carico per ragioni di contiguità con la terra, con la strada e le sue mille contraddizioni. Un luogo, Via Quarti, nel quale vive una parte di Baggio, una parte di Milano. Un luogo di tante difficoltà ma, anche, di tanta vera umanità che, nella fatica quotidiana, ricerca il senso del vivere come cittadini responsabili. Certo, non tutti si sentono partecipi di questa condizione e, come spesso accade, ritengono che la confusione “aiuti” a non comprendere bene quali sono i reali problemi del quartiere che vanno oltre le sole, seppure importanti, questioni legate alla sicurezza “tout court”. La vita di questo quartiere sconta (aldilà delle responsabilità personali, senza se e senza ma), la disattenzione del proprietario e gestore del complesso residenziale, quell’ALER oggi chiamato in causa per le note vicende legate all’enorme buco di bilancio che si è “scoperto” nei mesi scorsi. Molto di questo debito, si afferma, è stato prodotto dalla morosità ma tantissimo altro, invece, da evidente inefficienza nel fare funzionare, correttamente, la struttura di questo Ente che, evidentemente, ha molte colpe da farsi “perdonare”. Ma le recriminazioni non bastano e non servono (anche se è importante capire di chi sono le responsabilità nel non avere assegnato per tempo quegli alloggi oggi occupati: ben 103 su 400 appartamenti). Quello che ora serve è costruire una dinamica di convivenza nuova, basata su regole chiare e condivise ma con la presenza di chi ha titolo per gestire delle situazioni di emergenza sociale, abitativa, di linguaggi tra persone che fanno fatica a comprendersi nelle loro differenze di situazione, anche economica, di rispetto del bene comune e delle regole di civile convivenza. All’interno del quartiere vi sono state e sono in corso attività di supporto e sostegno verso i piccoli, i preadolescenti ed adolescenti e, grazie al lavoro costante del cosiddetto “stanzino”, gestito dalla cooperativa Filo di Arianna e del percorso educativo, legato anche allo sport ed al rispetto delle regole, espresso da Comunità Progetto, si gettano, quotidianamente, semi di qualità del vivere, con la speranza che possano attecchire con la condivisione dei residenti. Le questioni difficili all’interno dei quartieri cittadini è evidente che non si possono risolvere solo con le Forze dell’Ordine. Prima va ridata speranza al tessuto sociale, alle connessioni virtuose tra le persone che devono trovare le ragioni per avere fiducia in coloro che sono intornoa loro ma il tutto deve avvenire se le Istituzioni sentono, sostengono, motivano questo passo importante. Se ciò non dovesse accaderesarebbe inutile iniziare a parlare di svolte e/o di cambiamenti. Il volontariato è importante, le cooperative o le associazioni, che operano a seguito di bandi per la coesione sociale, sono benvenute ma, in primis, sono le istituzioni devono dare messaggi forti e chiari rispetto agli indirizzi che si vogliono raggiungere per la civile convivenza in questo e in tutti gli ambiti residenziali della città. In particolare in quelli dove maggiore si manifestano situazioni di degrado. Se un quartiere rimane scollegato dalle altre realtà urbane, seppure posto in un’area densamente abitata, il problema è di chi vi abita ma la responsabilità che questo scollegamento non manifesti, appunto, questo problema che si innesta nel tessuto della civile convivenza, oltre che come distanza fisica anche come distanza sociale, è delle varie proprietà (in questo caso ALER) e delle Istituzioni che, nel tempo, si sono succedute nell’amministrazione della città. Certamente quando il padrone di casa non è efficace sentinella dei suoi beni, il disastro è subito alle porte ed, in questo caso, il disastro si è manifestato anno dopo anno fino agli eventi più recenti. ALER è stata più volte sollecitata ad intervenire in maniera seria ed efficace ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La parrocchia di Sant’Anselmo opera per dare supporto ai vari disagi, anche interiori, a chi è nella sofferenza ed con il suo centro Vincenziano, di ascolto e di aiuto per coloro che, sempre più bussano alla sua porta, fa quello che può in termini pratici a sostegno delle sempre più frequenti emergenze date, anche, dalla perdita o dalla mancanza di lavoro. Ma non basta perché le emergenze sono quotidiane e la mancanza di prospettive rende sempre più tambureggiante lo stigma del “tanto di noi non interessa a nessuno”. Deve però avvenire una rivoluzione “interiore” nel modo di intendere la città abolendo, quanto più possibile, il termine di “periferia” per rendere giustizia a quello, molto più dignitoso, di quartieri cittadini. La nostra città, ogni città, bisogna intenderla come composta da tanti quartieri che hanno una storia, che hanno un vissuto, che contemplano delle memorie condivise, che raccontano di persone e personaggi che ne hanno testimoniato la storia. Continuare a parlare di “periferie” rende generico il vissuto dei quartieri (per me Baggio non è la periferia di niente ma il centro di se stesso…così come deve esserlo  Greco, Rogoredo, Lambrate, Crescenzago, Muggiano, Figino, Niguarda, Affori…etc.). Sono i quartieri della città che la creano e non viceversa. Basta considerarsi periferici: ciascuno deve sentirsi centrale ed importate. Se non si supera questo “sindrome di lontananza” dal centro non si potrà mai riuscire a sentirsi protagonisti e, così come portatori di diritti anche portatori di doveri. Achi governa la vita delle città compete l’onere, impegnativo ma, anche entusiasmante, di creare un nuovo concetto di città e di partecipazione alla sua vita. Anche partendo da una differente prospettiva del vivere la città si potranno cancellare le situazioni “alla Via Quarti” presenti in ogni città.

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