lunedì 28 aprile 2014

Vie d'acqua: una storia difficile

Il tema delle vie d’acqua ha “appassionato” e, nel contempo, diviso una parte della città. Almeno quella più vicino ai luoghi in cui queste erano prevista transitare. A partire dalla messa in opera delle prime cesate sui cantieri, vi sono state varie ed in alcuni casi decise prese di posizione contro quest’opera (non solo all’opera in sé, ma soprattutto rispetto al percorso scelto dai progettisti) e queste hanno coinvolto variegate realtà di cittadini, organizzate o meno che fossero. Nel mese di dicembre, a seguito di pressanti richieste di modifiche del tracciato (ed anche, della cancellazione totale dell’opera), sono state messe in campo varie iniziative: incontri pubblici, incontri ristretti, momenti assembleari, blocchi dei cantieri, proposte di percorsi alternativi, che hanno “mostrato” le posizioni in campo.
E’ opportuno ricordare che dal ciclopico progetto iniziale, con ipotesi di reale navigabilità del canale che si pensava di costruire, si è passati ad un percorso minore denominato “tratto secondario del canale Villoresi” che, nelle sue funzioni, era stato progettato per alimentare il bacino d’acqua che verrà utilizzato nella sede EXPO per “paesaggio”, come elemento di sottrazione del calore agli impianti di raffrescamento che lì saranno installati in maniera “massiccia” dato il numero dei padiglioni e del periodo stagionale in cui Expo vedrà vita ed, infine come sorta di vasca di laminazione necessaria per accogliere eventuali piogge violente che dovessero manifestarsi nel periodo estivo. 

All’uscita del sito di Expo, inoltre, l’acqua che, da nord si porta verso sud, dopo essere entrata in Darsena, verrebbe utilizzata dagli agricoltori del sud Milano (ovviamente a pagamento) per le loro necessità irrigue e la parte di Darsena presente in città, verrà riqualificata. Accanto al percorso della via d’acqua, anche se non in maniera totalmente continua, il progetto preveda una pista ciclopedonale fruibile dalla Darsena al sito di Expo e viceversa nonché varie piazzuole di sosta attrezzate in particolare nelle aree dei parchi cittadini. Nel tempo, rispetto all’opera, vi sono state valutazioni molto critiche nel merito del percorso prescelto, in particolare per quanto concerne i passaggi nel parco di Trenno, nel parco Pertini e nel transito nel Parco delle cave. Il percorso previsto per questo Parco era, in origine, differente da quello poi prescelto dai progettisti di Expo. All’inizio, infatti, si prevedeva che in questo Parco il tracciato utilizzasse la rete idrica, naturale e artificiale, esistente e presente nel lato est dello stesso mentre, nel progetto definitivo, il percorso prescelto, per ragioni tecniche secondo i progettisti, il percorso è stato fissato ad ovest (ambito cava Ongari.-Cerutti e cava Cabassi). Fatti salvi i diritti dei progettisti di scegliere quella che, a loro avviso, rappresenta la migliore scelta tecnica ed economica, nel ragionamento delle perplessità/opposizioni si è fatta strada la convinzione che la proposta di un percorso alternativo fatta da Italia Nostra, potesse essere migliore e si integrasse in maniera ottimale nel sistema del verde dei parchi di cintura e nel paesaggio complessivo delle aree interessate all’opera. 

Di fronte alle obiezioni dei vari comitati che si sono attivati sui territori interessati, l’Amministrazione comunale, seppure parte in causa non diretta ma in quanto coinvolta nel progetto di Expo (è bene ricordare che la società Expo è il gestore demandato dal Governo per la gestione delle opere e che le risorse economiche utilizzate non sono in capo al Comune che, quindi, non ne può disporre per altri utilizzi), non si è sottratta alla discussione ed ha incontrato varie volte (in ambito pubblico ed in maniera ristretta e tecnica), insieme ai progettisti dell’opera, i rappresentanti dei comitati che avevano proposto alternative al tracciato sui Parchi di Trenno, Pertini e Cave. Nel contempo, considerando che l’appalto era stato assegnato ad un importo di circa 28 milioni di euro inferiore a quello previsto nel bando di gara, alla società EXPO è stata fatta una esplicita richiesta di utilizzare le cifre risparmiate per la messa in opera di interventi di riqualificazione delle aree in cui erano previsti i passaggi della via d’acqua. Non dimenticando, tra l’altro, che uno dei punti di passaggio era individuato nell’area adiacente la cava Ongari-Cerutti. Area, come noto, delicata e da riqualificare insieme all’adiacente area di Via Quarti. A questa richiesta di utilizzo “virtuoso” delle risorse risparmiate sui territori attraversati, la società Expo aveva espresso il suo benestare. 

Da parte del Comune, comunque, è sempre continuato il confronto con i comitati al fine di giungere ad una soluzione condivisa che potesse contemperare, in una via mediana, i reciproci “interessi”. Alla fine, però, Expo ha deciso che, stante la decisione di continuare i blocchi dei cantieri da parte dei comitati, non esistevano più le condizioni di sicurezza, per tutte le parti in causa, per operare nei cantieri e, quindi, è stata decisa l’interruzione delle opere previste. Quindi si dovrà arrivare in Darsena (perché questo è inderogabile) non attraversando i parchi ma trovando una via alternativa che, comunque, non potrà che passare per l’ovest milanese. Dove ancora non si sa. Expo si è presa venti giorni di tempo per valutare un percorso alternativo. Il cosiddetto piano B.
Ma che cosa ci insegna questa vicenda? Innanzitutto che la fretta è, come noto, cattiva consigliera e quando si perdono due anni a causa di litigi tra Regione e Comune, come è accaduto nelle precedenti amministrazioni, l’attenzione e lo sforzo di Expo non poteva che concentrarsi sulla soluzione dei problemi dati dalle interferenze presenti nel sito prescelto (sottostazione elettrica, elettrodotto, canale guisa, sotto servizi, etc.) e nella costruzione della cosiddetta piastra, elemento cardine dell’opera. La via d’acqua, pertanto, è rimasta molto indietro rispetto alle priorità del sito perchè è chiaro che senza piastra non ci sarebbe Expo. E’ mancata la comunicazione? Forse sì, nel dettaglio inerente i luoghi specifici del passaggio delle acque. Forse no, perchè il percorso delle vie d’acqua era noto da molto tempo, come la stampa aveva più volte indicato e come da presentazione in seduta pubblica al Teatro Dal Verme nel 2012. Inoltre era sufficiente andare sul sito del Comune e su quello di Expo per avere conoscenza del progetto, del bando di gara, dei disegni, dei percorsi. Senza segreti, ovviamente, perchè trattasi di opera pubblica. Probabilmente una maggiore diffusione del tema nella città e negli ambiti interessati avrebbe aiutato tutti a capire se quest’opera fosse davvero necessaria oppure no o, nel caso, capire se vi fossero alternative reali e fattibili al percorso scelto. Su questo argomento si sono spese molte parole nel  cercare di fare passare il concetto della diversa via di passaggio a Trenno, al Parco Pertini, al Parco delle cave. 

Alla fine una sorta di “mediazione” pareva fosse stata trovata aprendo un percorso di lavoro, insieme, per migliorare gli ambiti di attraversamento dei parchi utilizzando i ribassi d’asta operando, inoltre, sul tema delle bonifiche laddove necessarie. Ora queste possibilità verranno ridimensionate o cancellate perchè è probabile che, tra penali, nuovo progetto di percorso, presumibile intubazione della stragrande parte del percorso, accelerazioni, i ribassi d’asta prenderanno strade che non ne consentiranno l’utilizzo per quanto gli interventi immaginati ed augurati. Personalmente mi sono occupato di questo tema a partire dall’annuncio del progetto (e non da quando sono apparse le cesate nei parchi) e ne ho seguito passaggi e sviluppo perchè ritenevo che la via d’acqua prevista, presunta navigabile, fosse un’opera impossibile da realizzare, dal costo esorbitante (330 milioni di euro….), fondamentalmente inutile ed invasiva. Ho seguito il processo del suo ridimensionamento e, pur continuando ad avere notevoli riserve al riguardo ho ritenuto che fossero da tenere in considerazione i bisogni del sito Expo, quelli dell’agricoltura del sud Milano ed, anche, la possibilità di interventi di riqualificazione dei parchi interessati, se guidati da un percorso di confronto serio, leale, non viziato da pregiudizi pro o contro “a prescindere”. Ho saputo, in maniera diretta, del percorso alternativo proposto da Italia Nostra, ne ho ascoltato le ragioni, letto i documenti, inquadrato la proposta in una possibilità operativa prima che questa fosse pubblica. Non arrogandomi una qualifica e competenza che non possiedo, quella di ingegnere idraulico, ho ritenuto che andassero valutati entrambi i pareri, quello progettuale e quello alternativo) e, nel caso si fosse deciso di approfondire le ragioni delle differenze, un ente terzo qualificato, avrebbe potuto valutare, con la necessaria serenità e terzierietà, quale percorso avrebbe dato risposte migliori al servizio richiesto da Expo ma, anche, dalla natura dei territori attraversati. Così non è stato e, lentamente, il confronto si è diretto verso una dinamica che (non in tutti gli ambiti coinvolti) ha generato impossibilità di soluzione o mediazione, in particolare da parte di chi, come i No Expo, coerentemente con le proprie idee, ha continuato a manifestare l’avversione alla via d’acqua senza se e senza ma in quanto questa era vista come parte di Expo e quindi….

Ovviamente quando mancano presupposti ed intenzioni per dialogare al fine di raggiungere, attraverso una mediazione, la soluzione ad un problema, viene a cadere qualunque ipotesi di continuità del confronto. Che cosa accadrà adesso? Dato che l’acqua deve comunque uscire dal sito Expo e che non potrà essere immesso nel canale scolmatore dell’Olona, non potrà essere posto in falda, non potrà passare per i parchi….presumibilmente verrà intubato e, salvo pochi tratti, rimarrà chiuso per giungere fino alla Darsena per poi arrivare al sud Milano. La storia finisce qui e così? Certamente no, perchè rimane certamente aperta la riflessione sulla divaricazione tra democrazia e rappresentanza, tra istituzioni e comitati, tra decisioni prese e decisioni attese. Quello che spesso accade in Parlamento è proprio lo specchio di questa costante difficoltà a trovare una soluzione a quella che gli anglosassoni chiamano sindrome di NIMB (Not in my backyard – Non nel mio giardino). E certamente rimane aperto il tema del concetto della naturalità in città, della ricucitura delle aree poste tra natura ed urbanizzazione, del paesaggio che deve essere curato e custodito ma che non può essere un totem assoluto (è meglio la visione di un grande campo con le marcite oppure di un bosco alto e denso che toglie la visuale…?), delle risorse da appostare per questi interventi in un momento in cui mancano quelle per le necessità essenziali. Il ragionamento è molto complesso e non può essere fazioso, magari ideologico, oppure viziato dalla certezza delle proprie ragioni. Le porte chiuse non danno sbocco su nessun orizzonte.      

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