mercoledì 24 settembre 2014

Eugenio Finardi al Blue Note di Milano, 16 settembre 2014. Ovvero l’Abecedario di un artista poliedrico.

Bella serata, bel concerto, uno delle migliaia che Finardiha interpretato nella sua quarantennale carriera. Un pubblico molto affezionato ha seguito la sua esibizione e quella della sua band sempre più “sul pezzo”, “sui pezzi”. Un concerto che sembrava poter rappresentare l’ABC del musicista ormai “vaccinato” da ogni emozione eppure sempre desideroso di feeling con il suo pubblico e così si è dipanata una recensione che forse avrebbe fatto piacere a Lester Bangs mettendo in fila le lettere dell’alfabeto per capire perché, dopo tanto tempo, Eugenio Finardi è ancora “Finardi” a tutto tondo.

A, come amore(per la musica): perché solo se si possiede la passione irrefrenabile per la musica celata nel DNA è possibile superare epoche musicali e sociali, culturali e politiche, senza avere con sé l’alone di stantio, di muffa, di mestiere nel senso più deteriore del termine. Il concerto ha mostrato un artista sempre proteso a dare al pubblico il meglio di sé con la voce, con l’incitamento alla band, con la voglia d’essere sempre deciso a rendere il palco non un elemento di distanza con il pubblico ma il luogo dello scambio e della comunicazione tra chi fa arte e che ne beneficia.    

B, come Blue Note: un locale, questo, con una sua personalità capace di rischiare ospitando nomi importanti nel firmamento musicale internazionale. Sul suo palco si sono esibite delle leggende della musica e la presenza di Finardi (più volte nel corso del tempo), testimonia quanto questo artista sia apprezzato e, certamente, non sfigura mai anche di fronte ad artisti di calibro stellare. Una bella, importante esperienza quella del Blue Note che, per la gioia degli appassionati, ci auguriamo possa durare a lungo. 

C, come combattente: che Finardi sia un combattente non c’è dubbio. La grinta che ha sfoderato anche lo scorso 16 settembre (ed immaginiamo anche il giorno seguente), le immagini che ci arrivano dai palchi di tutta Italia, all’aperto o al chiuso, testimoniano la forza interiore di questo indomito italo-americano che possiede dentro di sé l’ostinazione tipicamente U.S.A. e la determinazione dei bergamaschi. Finardi ha attraversato vari mondi musicali e vari alti e bassi artistici figli dei momenti nei quali il mondo discografico non era stato attento nei suoi confronti ma, come un vero combattente, è caduto ma poi si è rialzato. Più forte che mai.

D, come dignità: nel mondo della musica, della discografia, dell’immagine, dell’esserci a tutti i costi perdere la propria dignità è cosa abbastanza frequente e, forse, anche da peccato veniale. Eppure l’artista milanese è sempre riuscito a cercare, in ogni suo lavoro, di dare un senso alle sue canzoni, alle sue liriche, alle musiche. E’ stato criticato quando, per alcuni, era un po’ “leggero”. Lo si è criticato quando, per altri, era un po’ “pesante”. E’ stato contestato negli anni ’70 quando gli dicevano che era un borgese. Altri , invece, lo attaccavano perché troppo di sinistra. Finardi, però, pur turbato, non si è mai svenduto ai tempi, alle mode, all’ideologia del momento. Ha tirato avanti per la sua strada perché, per lui, la dignità, evidentemente, è un bene più prezioso del successo.  

E, come empatia: questa è una dote che un artista non può non possedere. Sopra e giù dal palco. E’ una dote che il pubblico “cattura” subito e non si può imbrogliare nessuno al riguardo perché è qualcosa che non si può costruire. Finardi ha dimostrato di possederne davvero molta e sul palco si manifesta in maniera potente e “definitiva”. Ne possiede anche giù dal palco, nella vita privata, ma il palco è l’ambito in cui “tutto accade”, è la dimensione dove si manifesta la trasformazione dell’uomo in artista, vorremmo dire da “animale da palcoscenico” ma questo ne limiterebbe il concetto perché il suo è istinto artistico vero e profondo “che il tempo non potrà cambiare”.    

F, come Finardi Eugenio, di Enzo ed Eloise: i genitori dell’uomo e del musicista Finardi sono stati fondamentali sia per la genetica dell’artista sia, pensiamo, come punti di riferimento per la dimensione musicale. Tecnico del suono il papà, cantante lirica la mamma: certamente le note nella sua famiglia non sono mancante ed il talento ha fatto il resto. Ma l’imprinting e, pensiamo, tanti buoni consigli di due professionisti delle note, devono avere certamente operato in maniera positiva per lo sviluppo della sua dimensione di vita, per la sua professione. Le radici sono sempre importanti nella vita di ciascuno e, certamente, con quelle di cui si è ritrovato erede, il rischio di fare l’impiegato probabilmente Finardi non lo ha mai corso… 

G, come gruppo: un bravo musicista spesso ha bisogno di una band che lo sostenga, che ne accondiscenda le idee musicali, che faccia da spalla sul palco. Ma che anche possegga una personalità. Quella che oggi accompagna Finardi, come abbiamo visto sul palco del Blue Note, è una band di giovani che riesce a seguirlo al meglio in tutte le sue scorribande, riproponendo i suoi vecchi brani in maniera calligrafica ma, anche, stravolgendoli come fosse una garage band. Questa è la band di cui Finardi, dopo avere attraversato i territori del Fado, della musica dello spirito, del blues, del “cantante al microfono”, aveva bisogno in questo preciso momento della sua carriera. Perché stare con i giovani mantiene giovani ma per i giovani suonare con un grande artista è un’esperienza che serve per la propria crescita musicale.   

H, come Hippie: ha cominciato frequentando i vari festival pop di un tempo ormai lontano. A memoria ricordo Zerbo, Ballabio, l’Alpe del Vicerè…? A memoria ricordo le esibizioni con un gruppo magmatico chiamato “Il Pacco”. Quel tempo è l’humus che ha “creato” l’artista Finardi che si è trovato a vivere in tempi particolari, forse imperfetti ma, certamente a modo loro, onesti. Di qua e di là…Oggi tutto è più complicato ed inestricabile. Da quell’humus, da quei sogni, da quelle aspettative, l’hippie che era dentro il ragazzo Finardi ha fatto scaturire il musicista che era celato dentro quel giovanotto di belle speranze che aveva un sacco di cose da dire, tante storie da raccontare e, fortunatamente, l’ha fatto…   

I, come indignato: da quanto abbiamo ascoltato nel suo ultimo lavoro “Fibrillante” e dalle parole che accompagnano la presentazione dei brani, emerge sempre più la vena indignata dell’uomo Finardi. “Fibrillante”, infatti, in alcune sue canzoni è fortemente critico rispetto ai tempi scuri che stiamo vivendo. Tempi in cui i giovani non trovano il lavoro ed i padri di famiglia lo perdono. E’ il tempo , per alcuni, della miseria e del dolore interiore. Quello che, giorno dopo giorno, ti scava anche l’anima e ti porta alla morte interiore. E così l’indignazione avanza, cresce, straborda e, per fortuna, finisce nelle canzoni…

L, come “luglio agosto settembre (nero)….”: i tempi in cui Finardi è nato e poi cresciuto musicalmente sono glianni ’70. Due suoi album, “Sugo” e “Diesel” rappresentano, come pochi altri, il segno di quei tempi elettrici, avvolgenti, totalizzanti. E gli AREA sono stati importanti per la sua crescita. Primo perché fu Demetrio Stratos, per Finardi un fratello maggiore, a portarlo alla Numero Uno, in secondo luogo perché con alcuni dei componenti di questo inimitabile gruppo hanno suonato con lui in alcuni dei brani degli album citati. E così, di tanto in tanto il buon Giovanni Maggiore piazza, alla chitarra, le note di “Luglio, Agosto, Settembre (nero)”. Forse anche per mantenere vivo il ricordo di anni irripetibili. Nel bene ed anche, purtroppo, nel male.  

M, come Milano: “Si può vivere anche a Milano” è stata una delle prime delicate canzoni di Finardi. Una musica leggera, ariosa, semplice. Un ritmo shackerato tra una sorta di valzer e ritmo sincopato. Milano è la città in cui è nato, in cui è cresciuto, in cui è diventato musicista. In cui tutt’ora vive con la sua famiglia. Milano è la città che gli assegnato la massima onorificenza cittadina, l’Ambrogino d’Oro” avendo ritenuto la sua carriera artistica un segno di distinzione della città. Milano è una città amata che qualche volte, forse, lo ha deluso per la sua difficoltà ad essere migliore. Insomma, Finardi è di Milano ed il respiro della città è anche tra le pieghe delle sue canzoni.  

N, come navigatore: non si possono immaginare le canzoni se non come un viaggio attraverso l’immaginazione ma, anche, il vissuto del quotidiano, sia esso personale o altrui. Il canzoniere di Finardi è ricco di tali ambivalenze con storie probabilmente inventate ed altre presumibilmente vicine al proprio vissuto. Ma non è importante sapere quanto ci sia di personale nelle sue canzoni (a parte quelle le canzoni dedicate ai propri cari) bensì quanta strada, anche interiore, ha percorso chi le ha ascoltate e continua ad ascoltarle. Se Finardi, quindi, è stato il navigatore della nave delle nostre emozioni, probabilmente non ci siamo accorti che ad un certo punto il timone l’ha lasciato nelle nostre mani. 

O, come orecchio assoluto: i natali (ed i suoi tempi anagrafici) sono stati importanti per fare crescere in Finardi la voglia, il desiderio d’essere un musicista. Nel suo lavoro “l’orecchio” è fondamentale. Senza quella capacità sensoriale non si può essere buoni musicisti. Salvo non essere Beethoven…L’orecchio, come ben manifestato dall’immagine presente sulla copertina dell’album “Acustica” guida il lavoro, detta i tempi, è il capitano della nave rappresentata dalle scelte musicali di ogni artista. E con l’orecchio si è capito, anche l’altra sera sul palco del Blue Note, che Finardi non scherza, che Finardi ne possiede la chiave per penetrare in ogni anfratto armonico percependone virtù e difetti, scartando ciò che non è funzionale al risultato finale e mantenendo ciò che ritiene possa avere un futuro. Prossimo o lontano nel tempo che sia…     

P, come padre:Finardi ha scritto una grande canzone per la figlia Elettra (“Amore diverso”) ma, anche, per il padre Enzo (con due titoli differenti: “Northampton, genn. 78” e “A mio padre”). Quindi ha composto una canzone con lo sguardo e l’emozione di un padre ed una (due) con l’attenzione  di un figlio riconoscendo, in tal caso, la figura autorevole del padre. Ma, non si tratta solo di canzoni bensì dello sguardo verso mondi e momenti di vita differenti nei quali lo stato emotivo è, ovviamente, differente. In questi brani vi è la lettura del tempo e la possibilità di leggere(si) la vita in entrambe le posizioni certamente importante. Tanto importante da voler rileggere la canzone scritta, nel ’79, per il proprio padre.  

Q, come “quadrato”: un concerto quadrato, un suono quadrato, una dinamica sonora quadrata, una presenza scenica quadrata. La professionalità di Finardi è proverbiale e, quindi, nulla può essere lasciato al caso. Tutto deve essere funzionale al concerto ed al buon ascolto del pubblico, sia che si tratti di uno spettacolo “in piazza” che in un teatro paludato e famoso (Teatro Alla Scaladocet). Solo avendo pienezza delle proprie capacità e professionalità è possibile rendere al meglio sul palco facendo in modo che il pubblico sia contento d’avere speso i soldi del biglietto, sia soddisfatto per la disciplina sul palco, sia convinto che fare è musica è cosa seria e che non trattasi di “sono solo canzonette” di qualcosa di profondo e vitale, emozionante e, spesso, “pericoloso…”. 

R, come rocker: Finardi è un rocker “dentro”, un blues man nell’anima, un punk dai modi gentili. Lui è un artista che sente il ritmo pulsargli nelle vene e non può fare altro che assecondarlo, come tante volte abbiamo visto ai suoi concerti. La dinamica del palco è sempre molto delicata da gestire, in particolar modo quando vi è la presenza di una band insieme a lui. Il rock e come il diesel, cioè “il ritmo della vita” e su questo ritmo che, paradossalmente, spesso sbuca, inaspettato, anche quando la canzoni proposte hanno un andamento morbido e colloquiale. L’impronta originaria, insomma, non la si può sfuggire.

S, come sobrio: come tanti altri, anche al Blue Note si è gustata la proverbiale sobrietà di Finardi. Non siamo sui livelli del tour de “Il cantante al microfono” dove, in alcuni brani, Finardi pareva spiritato, ricolmo dell’anima di Visotskji. Lì eravamo su livelli di assoluto dominio di sé, della voce, del respiro, del corpo. Abitualmente il clima è più disteso ma sempre asciutto e sobrio. Con qualche divagazione, qualche battuta ironica, qualche riflessione sui tempi che viviamo ma sempre con alto tasso di rigore e serietà. Certo, sono passati i tempi del ragazzo che saltava sul palco ma, anche in quel tempo lontano la professionalità si percepiva. Ma non si poteva chiedere ad un ventenne di non vivere l’esuberanza di quegli anni…    

T, come totalizzante: la musica è totalizzante, la parola è totalizzante, il palco è totalizzante, essere personaggio può rischiare di diventare totalizzante. Ma qui siamo su altre latitudini perché siamo di fronte ad un artista che incontra amabilmente i suoi fans, che sa essere cortese e cordiale con tutti, che è discreto anche su FaceBook mandando foto dei suoi concerti, della sua band, del suo viso in situazioni le più disparate (in treno, in aereo, al bar…). Una persona normale che di totalizzante vive solo la sua capacità d’essere professionale sempre, senza se e senza ma, ed al di là del numero di spettatori presenti ad un suo concerto.   

U, come Umanesimo: il bisogno di umanesimo è sempre stata una cifra importante nella poetica musicale di Finardi. Così importante che è stata costruita una canzone ad hoc dal titolo "Nuovo umanesimo". Un artista a tutto tondo, quindi, che dimostra attenzione alla necessità di non essere avulsi dalla realtà. Cosa non scontata quando si parla di artisti che, spesso, hanno un passo differente rispetto alle cose della vita "normale".  

V, come voce: può piacere e può, giustamente, non piacere, ma con la sua voce Finardi fa quello che vuole. La controlla, la tiene a bada, la lascia correre, la domina. La esibisce con molta sobrietà, la rende duttile ad ogni canzone, l’accompagna con la mimica e la gestualità. La voce può essere soffice e delicata come in “Amore diverso” oppure potente, trascinante, magistrale, istrionica come avviene in “Un uomo”. Ma il senso della storia non cambia: la voce, dopo la capacità descrivere liriche mai banali musiche intriganti e memorizzabili, è l’arma letale che lega tutto in un impasto dolente o felice, potente o tenue districandosi tra ambivalenze e contraddizioni ma arrivando sempre dritta al cuore.

W, come WHO: nell’impostare il proprio suono spesso gli artisti lanciano dei messaggi al proprio pubblico dal quale è possibile percepire le loro radici. Dentro il suono del Finardi “potente” c’è tanto blues ma anche il rock dei Rolling Stones e degliWho e, spesso, anche nei concerti qualche citazione della band di Pete Townshend arriva a lambire la nostra memoria. Perché dalle proprie origini non è possibile prescindere e/o sfuggire ed al pubblico piace sentire brandelli di note strappate dalla Union Jack dell’indimenticato gruppo londinese.  

Z, come zingaro: come tutti i musicisti Finardiè come Ulisse in quanto anela al ritorno alla sua Itaca ma poi, non appena approdato, inizia ad immaginare nuovi viaggi, nuovi incontri, nuove passioni e dimensioni. E’, come quasi tutti i musicisti, uno zingaro innamorato del suo lavoro che, immaginiamo, cercherà di rendere la vita di tutti più lieve di quanto non sia. Oggi ancor di più…

Il concerto è quasi finito e le armonie delicate di “Amore diverso” scivolano verso il sigillo finale dei vocalizzi di “Wimoweh - The lion sleeps tonight”. Il Blue Note accende le sue luci e gli applausi scrosciano come un torrente in piena. Io corro fuori per non perdere la metropolitana. E corro veloce anche per evitare che i ricordi e la nostalgia mi afferrino il cuore…




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