giovedì 1 gennaio 2015

Bob Dylan e The Basement Tapes mille anni dopo...

Scrivere dei “Basement tapes” necessita, innanzitutto, di un viaggio nel tempo. Tornare indietro con la memoria alla fine del 1966, all’incidente Della motocicletta occorso a Bob Dylan e di cui si è tanto parlato senza avere mai avuto nessun riscontro oggettivo su cosa davvero accadde e quali i danni  reali subiti dall’artista. Quella caduta fu, come avvenne per San Paolo, una sorta di benedizione. La paura della morte, lo spavento subito, la possibilità di perdere la vita e lasciare la propria famiglia contribuì a fare in modo che Dylan mettesse da parte per qualche tempo il personaggio ed indossasse, nuovamente, i panni dell’uomo che cerca, nella musica, un senso, una normalità, un piacere senza essere sempre giudicato per qualunque parola, atteggiamento, proposta artistica. Il suo buon ritiro iniziò, in pratica, nell’inverno del 1967 nella Contea di Ulster che, a dispetto del nome, si trova nello stato di New York.
Nella sua casa Dylan invitò alcuni musicisti che avevano preso parte al tour del 1966 a visionare il film che si stava preparando su tour stesso. Da questo incontro scaturiranno delle sedute di registrazioni, tra il serio ed il goliardico che trasformeranno i musicisti da The Hawks in The Band rendendo Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson, Robbie Robertson, Levon Helm parte di un progetto inatteso dagli stessi musicisti. Nella cantina, rossa, di una grande casa si cantano, si inventano, si trasformano, si snodano canzoni nuove, tradizionali, folk, blues, rock, bozzetti di brani rimasti incompleti che, grazie al registratore sorvegliato da Garth Hudson, verranno registrati e diverranno, ben presto, oggetto di contrabbando tra gli appassionati seguaci di sua Bobbyness…il quale, tra l’altro, non aveva nessuna intenzione di pubblicare un album nuovo con quei brani ma solamente divertirsi un po’ e, magari, trovare dei brani da cedere alla sua casa musicale affinchè li potesse “vendere” ad altri artisti. 

Ed in effetti alcuni di questi brani vengono “presi in carico” da vari artisti tra cui citiamo Peter, Paul & Mary (che, non dimentichiamolo, lanciarono Blowing in the wind), Ian & Sylvia, Manfred Mann, Julie Driscoll e Brian Auger, Byrds (che già avevano trasformato alcuni dei brani di Dylan). Le canzoni proposte nella veste non dylaniana non accontentarono il pubblico ma resero ancora più forte la curiosità sia di sentire questi brani cantati dalla voce dell’autore ma, soprattutto, il desiderio di capire che tipo di gemme contenesse questo strano scrigno noto solo ad alcuni fortunati addetti ai lavori. Le canzoni, quindi, erano state eseguite affinchè restassero “in casa” e dovevano essere note solo per ragioni commerciali e di editoria musicale. Erano solo un passatempo tra amici che, tra una bevuta, un chiacchiericcio, una bozza di canzone gettata lì, rinsaldavano l’amicizia nata sul campo di battaglia del tour precedente dove ai brani acustici e folk venivano proposti i brani rock ed elettrificati, scatenando, spesso, le ire del pubblico. Ma come sempre accade, quando si vuole mantenere il profilo basso nascono le leggende e queste, quando si trattava, allora, di Dylan, venivano subito amplificate e/o vendute come verità assoluta. A causa di ciò Jann Wenner, fondatore della rivista Rolling Stone, allora la Bibbia del rock, l’anno successivo, il mitico 1968, scrisse un articolo molto approfondito su queste registrazioni, probabilmente senza averle neppure ascoltate. Ma l’imbarazzo venne sciolto in fretta perché già nel 1969 iniziò a circolare un disco non ufficiale, denominato Great White Wonder, che potremmo definire il primo vero bootleg del rock. In questo album doppio, dal nome che riecheggiava Moby Dick, erano proposte alcune delle registrazioni effettuate da Dylan e dalla Band. Copertina bianca, i titoli delle canzoni, il nome di Dylan. Una registrazione senza infamia e senza lode. Ma a dare senso a tutto c’era il senso di mistero che aleggiava intorno a questo prodotto. Un mistero alimentato dalla sparizione di Dylan dalle scene. Un mistero alimentato dalla sua partecipazione al festival di Wight ma non a quello di Woodstock, praticamente a casa sua…
Un mistero giocato sul tipo di canzoni presenti nell’album e su quelle che, invece, erano sconosciute. 

C’erano tutti gli ingredienti per un bell’enigma in salsa dylaniana ma, alla fine, la questione era molto più semplice. Le canzoni originali erano nate quasi per caso mentre quelle tradizionali erano state eseguite solo per il piacere di farlo, senza altre intenzioni. Ed infatti, giustamente, la Columbia, casa discografica di Dylan, non pubblicò quel materiale (all’epoca avrebbero dovuto proporre un cofanetto di almeno dieci album dalla vendita alquanto problematica sia per il prezzo che per il fatto che Dylan non è mai stato un artista da classifica). Quindi, giustamente (commercialmente parlando) non se ne fece nulla e solo dopo molte insistenze da parte del pubblico ed anche della Columbia, a cui seccava la vendita del bootleg (e non solo quello visto che l’industria di quel prodotto era in ascesa…), nel 1975 Dylan e la Band accettarono di trasformare alcune di quelle registrazioni in un album (che sarà poi doppio vinile). Così Robbie Robertson, coadiuvato da un ingegnere del suono della Columbia, Robert Fraboni, iniziò a riascoltare tutti i nastri registrati da Hudson arrivando alla selezione finale che conosciamo da quel dì. Nonostante queste registrazioni ed il grande successo dell’album, la circolazione dei vari bootleg non cessò di infastidire la casa discografica che, con l’avvento del CD si ritrovò con tutte le registrazioni messe a disposizione degli eventuali acquirenti. La qualità non eccelsa di molte registrazioni certamente non invitò a grandi acquisti ma la spina nel fianco c’era e faceva male. Ed ha continuato ad incuriosire, in gelosire, indisporre milioni di fans di Dylan che non avevano avuto la possibilità di ascoltare altro che le canzoni dell’album del 1975, quello ufficiale che, pure, era stato trattato con grande cura. Ma un segnale iniziò a farsi sentire a partire dal 1991, quando iniziò a manifestarsi quella che è chiamata “Bootleg Series”, album e cofanetti tematici che hanno colmato grandi vuoti dal punto di vista della produzione ufficiale e cronologica della carriera di Dylan. 

Ci sono voluti ventitré anni e dopo avere colmato immense lacune della sua discografia oggi, finalmente, A.D. 2014, dalla cantina emergono tutti quei brani, completi e sonoramente ortodossi, che meritavano essere ascoltati nella loro scarna bellezza oppure nella loro migliore della vesti di gala. I vecchi nastri opportunamente registrati da Hudson sono stati trattati dalla perizia tecnica di Jan Haust, un produttore canadese amico di Hudson che si è messo all’opera per salvare, restaurare, migliorare quei nastri magnetici vecchi di quasi cinquant’anni (con tutti i problemi di tenuta alla trazione). E l’impresa, alla fine, è riuscita ed il risultato non è stato quello di produrre un album impeccabile, sonoramente brillante, ineccepibile dal punto di vista tecnico. No, quello che è stato raggiunto è stato l’avere restituito alla vita, ed all’ascolto, una serie di grandi brani, di brani interessanti e di pastiches musicali con un loro innegabile fascino. Quello che è scaturito è stato un album di complessivi sei CD (esiste anche la versione da due CD contenenti il meglio dell’album) che vanno ascoltati con grande cura, pazienza ed attenzione. 137 i brani di cui effettivi, non calcolando varie takes di uno stesso brano, sono 114. Di questi 67 sono di Dylan, di cui due in coabitazione. Il resto dei brani appartengono ad altri artisti oppure sono brani tradizionali arrangiati da Dylan. Quindi il materiale è davvero vario ed interessante. Ma superando, come detto, l’aspetto meramente tecnico, è fondamentale, per capire questa monumentale opera, immaginarsi di non conoscere nulla del Dylan post 1967. 

Ci dobbiamo posizionare esattamente in quella cantina (più che cantina si trattava di una grande stanza di mattoni rossi in cui erano stati piazzati gli strumenti e dove avvenivano le sessioni di musica con il tempo determinato solo dalla voglia di suonare e nulla più. La guerra dei Sei giorni non si è ancora verificata, il “Sergent Pepper’s” è quasi pronto ma non ancora uscito (uscirà proprio nei giorni di quella guerra…). In U.S.A. Martin Luther King Jr. sta conducendo una lotta pacifica contro la segregazione razziale, Cassius Clay è diventato Mohammed Alì, Robert Kennedy sta iniziando i passi per arrivare alla candidatura di Presidente del Paese, Monterey è una cittadina della California non ancora famosa per il Festival di musica rock, il primo grande festival di una lunga serie. Tutto è come un fermo immagine ed anche i Beatles hanno fermato la loro macchina dei tour estenuanti ed artisticamente insignificanti. Tutto è fermo, immobile, il freddo ed il caldo delle stagioni sembra non contare nulla per questi musicisti che suonano e si immergono in un mondo nuovo ma, anche, lontano ed antico con la musica tradizionale che sembra andare a bussare alla porta di quello studio improvvisato per ricordare che il tempo presente di quei giorni altro non è che la continuazione di un passato che non smette di chiedere conto della propria storia. Al di fuori di quella porta il mondo è in fermento, chiede novità, cambiamenti e rivoluzioni ma, paradossalmente, proprio uno di coloro che hanno contribuito a costruire un pensiero nuovo ed indirizzare molti giovani verso una relazione tra uguali che possa cambiare le regole del gioco si nasconde, si cela alla vista del mondo, si preclude ogni contatto che possa immaginare una sua presa di posizione diretta e concreta verso il cambiamento radicale del mondo vecchio.

Ma, forse, quell’uomo che sta cercando di ritrovare il proprio equilibrio fisico e psicologico, ha già capito, prima di tanti altri, prima di tutti noi, che il bambino del cambiamento è morto nella culla e che il futuro non sarà affatto rivoluzionario ma resterà reazionario perché è nell’indole dell’animo umano cercare il cambiamento ma, poi, distruggerlo non appena se ne intravede la reale presenza. E se il nuovo messaggio è che la salvezza non può arrivare attraverso un movimento rivoluzionario che il tempo scolorerà in alcuni contesti, trasformerà in terrorismo in altri mentre diverrà tecnologia al servizio del potere proprio negli U.S.A., allora l’unico modo per liberarsi da ogni senso di costrizione è di volgere lo sguardo al passato cercando in parole e suoni provenienti dall’oscurità una luce sicura su cui indirizzare il cammino, un porto certo a cui ancorare la propria nave in mezzo alla tempesta dei nuovi tempi evocati, desiderati, voluti ed ora, anche, temuti. Questo è, fondamentalmente, il senso dei “Basement Tapes” per Dylan e per la Band che darà alle stampe, subito dopo, i suoi due lavori migliori di tutta la carriera (“The Band” e “The Big Pink”) mentre Dylan proporrà il trittico “John Wesley Harding”, “Nashville Skyline” e “New Morning”; tre album che pur nella diversità di approccio rappresentano l’evidente tentativo da parte dell’artista del Minnesota di ritrovare radici e parole non legate all’attualità ma al tempo passato, alla sacralità della Bibbia, ad un suono non più potente ed elettrico ad ogni costo ma più lieve, maggiormente tarato per poter essere ascoltato e fruito dal maggior numero di persone possibile grazie alla estrema semplicità di musiche e testi. Questo lavoro, che esce ora nell’edizione definitiva e completa (rispetto, almeno, alla migliore riproduzione possibile dei brani proposti), rappresenta la fine di un ciclo e l’inizio di un altro. E’ la dimostrazione/manifestazione del genio di un uomo che ha capito di poter raccontare, con le canzoni (sue o riprese da altri artisti), il senso del tempo, quello della vita e della morte, la luce e l’oscurità racchiuso in ciascuno di noi. 

Volenti o nolenti siamo legati a questo mondo e Dylan, anche se a lui non piacerà l’idea, rimane un profeta. Probabilmente suo malgrado. Ma anche Elia non sapeva di esserlo ma il suo Signore lo obbligò e lui non si sottrasse al compito. Così, paradossalmente, anche le canzoni meno “profetiche” di Dylan sono segnate dal carisma del trascendere la comprensione delle parole e delle musiche con i sensi ordinari per entrare all’interno di una dimensione dove tutto è in movimento ed, insieme, tutto è eternamente immobile. Per questa ragione questi vecchi nastri non possono ritenersi datati. Per questa ragione questi vecchi nastri è come se li avessimo incisi anche noi in quella stanza rossa. Quarantasette anni fa o ieri, che cosa importa…? Non è il tempo il segno di distinzione tra il presente dell’ascolto ed il passato della costruzione di quei brani ma il senso profondo della vita e della morte che traspare da quelle canzoni. E’ come ascoltare i blues di Robert Johnson o le canzoni dell’Anthology of American Folk Music di Harry Smith. E’ come ascoltare il sermone di un profeta della Bibbia oppure il canto dei pellerossa sconfitti dopo l’ennesima battaglia. “The Basement tapes”, alla fine non sono altro che il vento che scorre tra un filare di alberi e ci colpisce in pieno volto. Noi non lo vediamo, il vento, ma sappiamo che esiste perché ne percepiamo la presenza e la potenza. Così è per queste canzoni: noi non eravamo presenti in quella stanza rossa ma ora che le ascoltiamo sappiamo che una parte di noi e dei nostri sentimenti è racchiuso in esse e da esse noi siamo avvinti, colpiti, suggestionati. Mai sconfitti, però…

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