mercoledì 19 agosto 2015

Gang, ovvero il ritorno ad Itaca...

Sono passati quattordici anni dall’ultimo album dei Gang, “Controverso”; un tempo immenso per mantenersi nella memoria dei propri fans. Ma è bene ricordare che quello dei Gang non è un pubblico “normale” ma una comunità e le comunità non si sciolgono con il tempo e neppure con la morte. Loro, in questi lunghi anni, non hanno mai abbandonato la propria comunità scrivendo, suonando in qualunque luogo, stato, situazione, cachet.

Non si sono mai svenduti né venduti ed hanno mantenuto alto il loro rigore morale, artistico e politico. Diretti come Woody Guhtrie, politici come Antonio Gramsci, spirituali come Padre Balducci, acculturati come Mario Tronti…ma se anche così non fosse, nulla cambierebbe perché i Gang hanno avuto il coraggio, la pazienza e la costanza di attendere che tornasse il loro momento per ritornare in sala di incisione (anche se le collaborazioni, in questi anni, non sono mancate. In tanti chiedevano un nuovo album ma senza casa discografica, senza particolari finanze a disposizione, per produrre un lavoro tecnicamente dignitoso, il parto si riteneva di difficile avvenire. Ma grazie allo spirito ed all’intraprendenza di alcuni amici è partita una campagna di Crowdfunding che ha decuplicato la richiesta di partenza dei fratelli Severini, Marino e Sandro, e questo ha dato loro la possibilità di avere a disposizione un produttore come Jono Manson e di poter disporre di alcuni musicisti made in U.S.A. tra i quali ci permettiamo di segnalare il grande Garth Hudson…Un sogno quasi impossibile, quindi, si è realizzato in pochi mesi e ciò ha rappresento la dimostrazione più evidente dell’affetto di cui sono circondati i ragazzi di Filottrano. Undici brani per un album compatto e deciso, musicale e lirico, politico e poetico. Un album di cui sentivamo la mancanza ed il bisogno. Perché una comunità ha sempre bisogno di riconfermarsi nelle sue scelte, nei suoi orizzonti, nei suoi desideri. Già dalla copertina I Gang rendono manifesto il loro programma: un insieme di persone che si fa comunità, che tiene dentro la sua essenza la dimensione del noi che, nelle differenze si fa unità. Musicisti, anziani, mamme e bambini, saltimbanchi, ballerine, chierichetti, burattinai sembrano scaturire dal mondo dei “Basement Tapes” dylaniani, laddove la musica popolare si tradusse in un album senza fine arrivato, da poco, dal passato per il nostro ascolto. “Sangue e cenere”, quindi, alla fine è arrivato a farsi ascoltare per comunicare le urgenze narrative che il tempo aveva nascosto nelle sue pieghe. E l’apertura di Sangue e cenere è proprio in stile Gang, con un testo che va cantato insieme, in concerto, per celebrare il rito di una comunità che si riconosce in parole ed orizzonti che travalicano l’immediato decidendo di dirigersi verso la trascendenza. Una dimensione che ha il suo inizio nella carne ed il sangue, nel desiderio e nella pace. Splendido il gioco delle chitarre elettriche, dell’organo Hammond e della fisarmonica suonati da Brant Leeper. “Perché così è, cosi sia, così sarà…” è il saluto finale ma anche il messaggio che deve essere tenuto bene a mente perché la storia ha radici ed anche le ali. Finale con voce e fisa, splendidi nel loro minimalismo sonoro…Non finisce qui può dirsi la canzone del ricordo e della presa di coscienza di un prima e di un dopo, di un tempo perduto “tra la polvere e il cielo”. E’ la storia del nostro dopoguerra che trascinò dal mondo contadino alla fabbrica, dal sud al nord, milioni di persone che, spesso, si persero (anche fisicamente) nel buco nero del lavoro salariato, in quelle fabbriche nelle quali guadagnarono da vivere per, magari, morire ancora giovani. E’ una storia sulla vita che cambia, sulla vita che si trasforma, sull’essere ostaggio della fame e del bisogno e, per questa ragione, essere costretti ad accettare il compromesso per non soccombere. Grande il che scaturisce dal sax tenore di Craig Dreyer che trascina il climax del brano nella tipicità di una splendida ballata dipinta con un suono americano, ricco, potente mai invasivo ma che sanno esprimere, con le note, un grido contro l’ingiustizia. Il finale è da incorniciare con un ricordo che percorre lo sguardo dell’indimenticato Willy De Ville. Alle barricate è Combat Rock allo stato puro. Suono roccioso con il tin whistle a dare sostegno al suono ben contrappuntato dall’Hammond. Un suono potentemente rock che contagia al primo ascolto. Canzone di antagonismo che ricorda la battaglia antifascista avvenuta a Parma nel ’22 per difendere la città dalle squadracce fasciste che cercarono di invaderla. La canzone è cantata/narrata come fosse un’epopea epica, alla ricerca delle radici dell’antifascismo prima della resistenza. Il suono della cornamusa rende bene un suono Irish con reminiscenze Pogues. Una canzone innodica, questa, che in concerto farà certamente sentire la voce del pubblico particolare dei Gang. E’ una splendida ballata Ottavo chilometro, con il pianoforte sugli scudi ed i suoni ricchi di strumenti di varia natura e certamente inusuali in un album dei Gang prima della “cura” Jono Manson…Una canzone dedicata al mondo partigiano, alla fatica ed al rischio della vita, per sottolineare che quando si sceglie di intraprendere una strada pericolosa per la libertà, non si smette mai di combattere, non si finisce mai d’essere “partigiani una volta, partigiani per sempre”. Una canzone che somiglia quasi ad una preghiera mentre manifesta la speranza del ritorno a casa per riabbracciare i propri cari e continuare a vivere. Il violino, la fisa ed il pianoforte sono il migliore viatico sonoro per accompagnare il morbido tappeto di parole di cui è composta la canzone. Marenostro è una sorta di oreghiera, di Padre Nostro, che vuole di ricordare a tutti noi la tragedia senza fine che, da anni, si manifesta davanti alle nostre coste a causa della fuga dalle guerre e dagli squali “pseudo umani” che mandano al macello vittime innocenti. Il suono della bombarda si insinua dall’inizio per dare colore ed immagini ai suoni. E’ una canzone della memoria e del dolore. E’ una canzone piena di dolore ed al contempo di speranza con il testo come “smarrito” tra paura e desiderio di riscatto, aspettative e speranze per un futuro migliore. Le parole proiettano il desiderio dei naufraghi di arrivare ad osservare l’orizzonte per cercare il futuro un minuto prima della morte. Il suono della bombarda appare come una sorta di luce che illumina il cammino degli smarriti sulle acque nel buio della notte. Canzone docile nei suoni ma dura nella sostanza con l’incedere del suono che si manifesta come una sorta di memoria della marcia biblica che, in questo caso, ha tramutato il deserto in mare aperto. Il finale, con il suono della bombarda e della kora, appare come la riscossa della speranza. A Milano sono in molti a ricordarsi di cosa accadde in Via Mancinelli in una scura sera di marzo del 1978, due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro. Perché Fausto e Iaio? vuole ricordare quella sera, quello che avvenne, la giustizia negata a due innocenti. Già proposta, insieme allo scrittore/attore/narratoere, Daniele Biacchessi, all’interno di un lavoro teatrale, poi divenuto l’album “Il paese della vergogna”, il brano racconta, in maniera poetica e vibrante la morte, a colpi di pistola, di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi, neppure ventenni, del quartiere Casoretto di Milano. Suono incombente e scuro, suono minaccioso ed asciutto, che evoca il buio e la paura. Il ricordo del duplice omicidio è come un racconto narrato pensando all’intercalare dei colpi, immaginando la paura e lo smarrimento nei volti dei ragazzi ed il ghigno famelico degli assassini. Un duplice omicidio, una vicenda che ancora non ha avuto una fine, che ha lasciato in libertà gli assassini. Una storia con la trama intricata che ancora incombe sulla coscienza del Paese (sempre che questo ne abbia una…). Le chitarre elettriche sono pregnanti e dirette ed il suono accompagna le parole che ci rimandano in un luogo posto tra via Mancinelli, a Milano e Piazza Alimonda, a Genova. “Ma Milano dov’è…? Perché…?” La domanda potrebbe avere tante risposte ma, ancora, non si è cercata quella giusta…Il pianoforte di Jason Crosby introduce Nino, una ballata in difesa dei senza lavoro, di chi è alla ricerca di un’identità non solo, forse, di classe ma di condizione sociale. Comunista, è una parola forte che viene ripetuta più volte. Comunista rappresenta la rivendicazione di un ruolo politico per la ricerca dell’uguaglianza. Una canzone piena di rimpianto ma anche del desiderio di non essere superati dalla storia. La tromba di Char Rothschild sembra voglia sfondare la boscaglia che avvolge i nostri tempi scuri impedendo alla luce di penetrarvi. Le parole scandiscono un ritmo ed un credo politico con grande orgoglio e desiderio di rimarcare le proprie radici ideali e politiche. Anche in questo caso pare che il suono voglia accompagnare il cammino, sempre periglioso, di una comunità in marcia alla ricerca del proprio futuro perché “Camminando si apre cammino”, citando il titolo di un libro del Domenicano Arturo Paoli. Un futuro che si chiama dignità. L’Hammond di Brant Leeper si immedesima, nel finale, con il pianoforte saltellante suonato da Jason Crosby. Gli angeli di Novi Sad vedono la presenza dell’Orchestra Pergolesi diretta da Stefano Campolucci e questa è davvero una bella ed inattesa sorpresa perché non ci saremmo mai aspettati di ascoltare un’orchestra in un brano dei Gang. Ma ogni tanto i miracoli accadono e questa presenza è una benedizione per un brano come quello in cui essa è coinvolta. La musica è pregnante, le parole scure, piene di dolore per il male e la morte innocente, per la disgrazia della guerra occorsa nella ex Jugoslavia dove erano certe la morte ed il guadagno di chi quella guerra l’ha fortemente voluta e portata alle estreme conseguenze. Quella proposta dall’Orchestra Pergolesi è una musica che pare uscita da un’ode alla vita mentre intorno si aggira la morte in tutte le sue abili ed infinite capacità di camuffamento. La voce di Marino Severini è come quella di un cantore ed il suo incedere ricorda la Domenica delle salme di deandreiana memoria. Gli angeli di Novi Sad è una canzone piena di immagini di morte e di desolazione. Ma più di tutto può la speranza ed il desiderio di riaccendere la luce dell’umanità. A questo brano si aggancia, in maniera puntuale, Più forte della morte è l’amore, a mio avviso l’episodio più potente dell’album. Con l’apertura eseguita dai fiati, come fossero parte di una big band che a New Orleans accompagna un funerale, il brano ricorda la vita e, soprattutto, la morte Gabriele Moreno Locatelli, un operatore dell’associazione Beati i Costruttori di Pace. Locatelli venne ucciso il 3 ottobre 1993, a Sarajevo mentre stava attraversando il ponte Vrbanja sul torrente Miljacka. Insieme ad altri cooperanti intendeva deporre una corona di fiori sul luogo in cui venne uccisa la prima vittima della guerra civile, Suada Dilberović. Voleva anche offrire del cibo alle parti in lotta. Venne ucciso da un cecchino infame e vigliacco mente stava tornando dal suo compito. All'ingresso della sua casa natale (a Canzo, nel lecchese) è stata affissa la frase Forte come la morte è l'amore, tratta dal Cantico dei Cantici. Locatelli era un uomo buono e santo ed in questa canzone I Gang lo ricordano in maniera sublime e commovente. La musica è una sorta di veglia funebre ma le parole parlano di vita e di luce, dell’umanità straordinaria che viveva nell’animo di quest’uomo che a 34 anni restituì la vita all’infinito. Alla fine il cecchino inumano è tale anche perché non ha un volto. Gabriele, come l’angelo, invece, non solo ha un nome ed un volto ma ha dimostrato, pur nella morte, che “solo l’amore vince, vince sempre”. Nel mio giardino possiede suoni pieni di brio, fiati in grande spolvero, il pianoforte virato al rock. La musica è brillante e piena di vita, con un’atmosfera soul con la chitarra elettrica che è come un pugno nello stomaco mentre il suono del sax tenore fa girare la scintillare la grande ruota delle note. Canzone ritmata e piena di brillantezza con sonorità, anche in questo episodio, inusuali per la band marchigiana che, però, le sanno maneggiare da esperti professionisti. Grande il lavoro del pianoforte e della sezione fiati che, nel finale, trascinano le note verso il gorgo dell’infinito. La fine dell’album ha un titolo che è come un inno alla speranza: Mia figlia ha le ali leggere è una canzone piena di poesia e di visione del tempo che scorre con le speranze per un mondo migliore che si trasferiscono da padre in figlia. La fisarmonica dell’immenso Garth Hudson è una sorta di prova del fuoco dell’armonia di questo brano, è la prova del fuoco del senso della pace interiore che arriva alla fine di un lavoro pieno di passione, amore e speranza. La fisarmonica di un grande artista posta al servizio di una melodia che cerca il futuro nello sguardo di chi canta e di chi ascolta è come lo sguardo di un padre verso una figlia che si allontana in cerca di futuro. “Sangue e cenere” è un album che trasmette passioni immaginate sepolte da questi anni scuri ed anche un po’ truci dove è accaduto di tutto. Se volgiamo lo sguardo verso il precedente lavoro, “Controverso”, si ha la consapevolezza che ci si è affacciati sul G8 di Genova, abbiamo incontrato lo shock dell’11 settembre, abbiamo visto le conseguenze della guerra in Afganistan ed in Iraq, la nascita di intifade varie, la nuova grande depressione, la nascita del terrorismo islamico, la dissoluzione della Libia, la disoccupazione profonda, la scomparsa delle idee…un mondo è caduto ed altri si sono sostituiti ad esso. Ora è necessario trovare nuovi “pertugi”, ma anche spazi di comunità, per incontrare la luce ricordandoci, con convinzione, che Più forte della morte è l’amore.

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