giovedì 7 luglio 2016

Bruce a Milano, atto secondo

Stadio Meazza, 5 Luglio 2016, la leggenda continua…

Ed è arrivata la seconda serata…Dopo la sbornia emotiva del 3 Luglio ci si sentiva un po’ tutti appagati e circolavano le scommesse di quanti brani Bruce avrebbe cambiano dalla scaletta. Tre, quattro, massimo cinque…alla fine sono stati…quindici…Un’enormità…e che qualcosa bolliva in pentola lo si è capito dal momento in cui Bruce Springsteen è apparso sul palco…Sorridente e sornione, contento di essere nuovamente al Meazza che sempre risponde in maniera empatica e gioiosa alle sue esibizioni con quella macchina della gioia chiamata E-Street Band. Come domenica sera si parte alle ore 20.20…un ritardo voluto/dovuto per rendere più visibili le immagini sui megaschermi. Tra l’altro è opportuno segnalare quanto la scenografia del palco sia essenziale…due schermi ai lati ed uno centrale. Non altro…quello che conta, per Bruce, è la sostanza della musica proposta, il resto non conta…In queste righe daremo conto dei brani inediti mentre quelli proposti nella sera precedente faremo solo menzione. E si parte con la canzone che aperto tutti i concerti americani, l’inedita su “The River”, Meet me in the city, e già l’inizio è al fulmicotone con gli istrumenti già in grande spolvero ed il pubblico subito a saltare ed alzare le mani. Le immagini dal megaschermo fanno arrivare al pubblico lo sguardo contento di Bruce e questo è già un buon viatico per le canzoni a venire…la band è già in palla e Max Weinberg picchia ferocemente su piatti e tamburi dimostrando che la sua potenza è immutata. Non c’è tempo per fare scemare gli applausi e subito si parte con RoyBittan con una splendida intro di Prove it all night che apre le porte ad una intensa versione di questo brano strepitoso con Bruce intenso e potente come non mai che sciorina un grande assolo di chitarra accompagnato dal suono profondo e cool del sax di Jake Clemons, dal drumming devastante di Max. C’è anche il tempo per un duetto tra lui e Steve prima che quest’ultimo parte per un suo bell’assolo, pulito e preciso come nel suo stile. E’ subito call & response con il pubblico che non si fa dire due volte come deve comportarsi al riguardo…e Bruce accondiscendente e…prosegue nell’incitamento. 

La temperatura del pubblico è già surriscaldata e si aggiunge a quella dell’ambiente. Il suono dei tamburi della batteria del granitico Max annuncia il rombo di Roulette, un brano assolutamente inaspettato. Bruce canta in maniera sentita ed appassionata il testo di una canzone cupa e piena di paure. Una canzone nata sull’onda del panico scatenato dalla fuga radioattiva della centrale di Three Miles Island nel New Jersey che generò l’iniziativa del MUSE Concert dove, al Madison Square Garden di New York, Bruce compì 30 anni sul palco. Grande versione e grande stupore da parte del pubblico che non si aspettava di ritrovarsi in scaletta un brano molto amato dai fans. Un Bruce entusiasta e sorridente chiude la canzone ed apre subito una bella versione di The ties that bind che immerge in un’atmosfera da balera anni ’50, con Roy a dettare i tempi con il suo pianoforte squillante e Jake a creare la giusta atmosfera di intrigante chiaro-scuro che riporta tutti al tempo degli esordi del rock &roll con echi di immagini tratte dalle storie di “American Graffiti”. L’assolo di Bruce è al fulmicotone e Max pare essere come un temporale di inaudita potenza.

Per Sherry Darling vedi recensione del 3 Luglio.
Per Spirit in the night vedi la recensione del 3 Luglio

E dopo il momento di intensità emotive arriva la liberazione del corpo, giunge il grido di allegria, si presenta l’urlo del rock and roll mischiato ai sapori del suono tex-mex e del rock. Una storia straordinaria che ha trascinato centinaia e centinaia di concerti della E-Street Band. E’ Rosalita ad apparire sul palco…sontuosa, allegra, trascinante, coinvolgente, travolgente, immensa….Rosalita è nelle origini della storia di Springsteen. E’ stata la spina dorsale delle esibizioni all’origine della storia artistica del vate del New Jersey. Il pubblico è in visibilio e non accenna a fermarsi di saltare, di cantare, di giocare con Bruce e con la Band in un continuo flusso di feeling tra palco e pubblico, tra che lancia musica tra le stelle e chi la raccoglie, tra chi sviluppa sogni e che cerca di tramutarli in realtà. Rosalita è una canzone ormai leggendaria, è il suono delle origini che continua a procedere nel tempo senza soluzione di continuità né di limitazioni dell’empatia reciproca tra le parti. Questa è una canzone monstre, una metafora della vita di Bruce, la storia di uno “sfigato” che ha dimostrato che anche gli “sfigati” possono diventare degli straordinari artisti che hanno cambiato la storia della musica e generato arte, cultura, passione e gioia. Lo stadio è una bolgia “celestiale” ed il pubblico inizia a carburare insieme a Bruce ed alla band. Dopo la “bomba atomica” di Rosalita arriva il momento di requie chiamato Fire. Silenzio, voce e chitarra a chiamare le note e le atmosfere oscure ed insinuanti. La faccia dello scugnizzo Bruce guarda verso il pubblico e dopo momenti di sospensione lanciati ad arte si riprende con l’incedere della canzone. Un momento di grande intensità e passione. Un momento di intensa partecipazione emotiva che trasmette tensione e, nel contempo, passione in tutti gli ascoltatori. Un altro dei mille volti di Bruce Springsteen…

Roy “accende” il pianoforte ed il suo intro è potente e squillante. Lui è sul palco, al buio, nel silenzio dello stadio che attende che la nuova canzone prenda vita…ed è Spirit in the night ad apparire nella notte. Una canzone di straordinaria intensità che annichilisce i 60 mila del Meazza. La voce è dolente e potente al contempo ed ogni strofa è cantata in un ruggito quasi fossimo, sul palco, in presenza di una sofferenza infinita. Altra grande, profonda, straordinaria interpretazione….

Per Hungry hearts vedi la recensione del 3 Luglio
Per Out in the streets vedi la recensione del 3 Luglio

Bruce si avvicina ai bordi del palco e raccogli cimeli e ricordini vari ed, insieme, anche cartelli con le indicazioni delle richieste di canzoni da parte del pubblico. Tra i vari cartelli quello che arriva ad attirare più di tutti la sua attenzione è Mary’s place. Roy e Charlie Giordano aprono le danze mentre Bruce introduce il brano con un bell’intro chitarristico. Anche per questa canzone parte il call & response con il pubblico. La canzone è un’esplosione di soul con il sax sugli scudi ad inebriare il pubblico. Il climax che si è creato è di straordinario feeling e la canzone dura per un tempo che pare interminabile e che termina con un finale gospel di grande emozione. Lo stadio applaude con una potenza uguale a quella proveniente dal palco.      
                
Per Death to my hometown vedi la recensione del 3 Luglio
Per The River vedi la recensione del 3 Luglio

Chitarra a tracolla e canto ispirato sono la cifra dell’intro di Racing in the street. L’organo in sottofondo è un viatico straordinario all’ingresso degli strumenti della band. Canzone piena di malinconia e di nostalgia, canzone ricca di speranze e di delusioni, canzoni ricche di passione. Notturna, fumosa, piena di pathos questa canzone, che ha quasi quarant’anni di età, non ha mai perso un grammo di potenza e di intensità emotiva. Una canzone che mette in risalto le grandi capacità di creare tensione nel pubblico. Nello stadio non si sente un fiato, il silenzio è potente e “creativo” e la capacità di creare un clima di indimenticabile tensione e stupore in tutti i presenti. Immagini in bianco e nero si accavallano tra i presenti e tra chi scrive. Non esistevano telefoni cellulari a quel tempo e Facebook e la Rete non erano neppure nella fantasia di Asimov. Ma la canzone regge ancora alla grande perchè si tratta di poesia pura e questa non ha età. E come sempre il double face di Bruce arriva a scompaginare le carte. Un’esplosione di luce e di vitalità sta nelle note di Cadillac Ranch che già dall’inizio è una sorta di capolavoro di apoteosi che si concretizzano anche negli assoli chitarristici di Bruce, con la sua Fender Esquire ormai leggendaria, e Little Steven. Bruce, Little Steven, Jake, tutti e tre con il viso verso il pubblico, “sfacciati” e pieni di orgoglio, consapevoli di avere lanciato una canzone che piega i metalli, che cavalca le nuvole, che scala il cielo senza lasciare nessun peccato sulla terra. Una grande interpretazione piena di sudore e potenza evocativa. Il Bruce dei tempi migliori che, forse, non sono mai esistiti perchè per Bruce il tempo è una dimensione che esiste per essere superata.

Per The promised land vedi la recensione del 3 Luglio
Per I’m a rocker vedi la recensione del 3 Luglio

L’intro di Lonesome day nasce dal drumming di Max che indugia attendendo le direttive del band leader. Forse una canzone inserita all’ultimo momento, in quel preciso istante, in funzione della sua decisione istintiva. Il sax svetta su tutti gli strumenti e Nils, alla slide, è sublime. Un brano potente ed incisivo che alza il livello del pathos, se mai ce ne fosse stato bisogno…

Per Darlington town vedi la recensione del 3 Luglio

The price you pay è introdotta dal paino e dalle chitarre, con la voce di Bruce che si innesta al coro dello stadio. Little Steven è alla seconda voce per la “declamazione” di una grande ballata rock. Roy lavora alla grande al pianoforte con passaggi squillanti e potenti e Bruce conduce alla grande la sua band ed il pubblico verso la fine del brano.    

Per Because the night vedi la recensione del 3 Luglio

Un suono oscuro e riverberato è l’opening di Street of fire, potente inno alla notte ed alle sue storie originali e particolari. L’organo di Charlie Giordano diffonde note piene di profumi misteriosi e sostiene il canto deciso e diretto di Bruce. L’approccio è potentemente soul e quando Bruce parte con l’assolo non c’è più né giorno né notte ma solamente il suono della notte e delle sue suggestioni.     

Per The rising vedi la recensione del 3 Luglio
Per Badlands vedi la recensione del 3 Luglio

Dopo Badlands e la sua potenza di fuoco, la sua capacità di fare ballare, di fare saltare, cantare, gridare, sognare, è il momento dei bis e quando partono le note del pianoforte di introduzione a Backstreets lo stadio è un tumulto di emozioni e di commozione. Una canzone importante per Bruce e per tutti noi, presenti ed assenti dal Meazza. Bruce canta ad occhi chiusi, intenso, trasfigurato, mistico. Chiede silenzio perchè tutti possano vivere quella sua sorta di catarsi. Lunghi minuti per arrivare, all’improvviso, all’esplosione di pathos e suono che travolge ogni barriera emotiva mentre il pubblico canta in coro il ritornello di questa potente canzone. Il suono del pianoforte è un tocco di magia ed il finale del canto di Bruce è un urlo di speranza e di futuro, d’amore e di gioia.  

Per Born to run vedi la recensione del 3 Luglio

Incisa nel 1956 da Moon Mullican con Boy Bennett and his Rockets, Seven night to rock è un clamoroso esempio di come una canzone vecchia di 50 anni possa rivivere in maniera così potente e moderna tra le mani del Boss. Il pubblico nello stadio è in visibilio e Bruce è felice come un bambino. Roy suona il pianoforte in stile boogie rock mentre Nils si produce in un delizioso assolo con la slide. Jake suona alla grande il suo sax mentre Little Steven rende il suono della sua chitarra in perfetto stile Hank Marvin.  

Per Dancing in the dark vedi la recensione del 3 Luglio (con tre ragazze ed un adolescente sul palco. Sempre un momento di grande festa che un concerto un incontro di famiglia…).  
Per Tenth Avenue freeze-out vedi la recensione del 3 Luglio

Shout! era presente nella scaletta del 3 Luglio ma ogni volta l’impatto è sconvolgente. La canzone è una scusa per presentare la band, per fare saltare il pubblico inesausto ed in continua ricerca di nuove suggestioni. Il call & response è infinito. Il pubblico salta implacabile e lancia il suo “oh, oh, oh, oh…” in un tempo che pare essere perso nell’iperspazio. Bruce è felice e rende felici migliaia di persone con la sua musica, le sue canzoni la sua implacabile voglia di speranza e di gioia. Non è possibile descrivere la sua grandezza se non si partecipa ad un suo concerto. Il più grande performer di tutti i tempi che può permettersi la gag della barella che contraddistingueva l’altro grande del rhythm and blues quale è stato James Brown. In un tripudio di mani alzate Bobby Jean irrompe come canzone della nostalgia e del saluto. L’assolo di sax e della Fender Esquire di Bruce si fondono in una sorta di saluto della band al pubblico del Meazza che, ancora una volta, è stato parte dello spettacolo. Le braccia sono alzate al cielo ed il concerto è ormai finito. 

La band si avvia verso l’uscita e Bruce saluta tutti. Poi si avvia anche lui verso la scaletta. E’ sudato, stanco, provato. Ma il pubblico non vuole che se ne vada e così ritorna indietro, si togli il gilet ormai incollato alla maglietta. Prende la chitarra acustica e si sistema l’armonica sul supporto. Tutti ci aspettiamo la riproposizione di Thunder Road ed invece sono le note di This hard land a fare capolino sul palco. La voce è ispirata, piena di compassione. Sincera, autentica, profonda. E’ una voce senza tempo, la sua, una voce che si immerge nel passato per capire il presente e comprendere il futuro senza soluzione di continuità. E’ la nostra voce, quella delle nostre speranze, anche quando non ne abbiamo consapevolezza. La canzone scivola intensa ed infinita. Noi ne siamo avvinti ed affascinati. Anche questa sera ci ha stregati. Sappiamo che ci ama, ce lo ha ricordato più volte, ed anche la E-Street Band ci ama, ci dice prima di perdersi oltre il palco. Noi siamo ora tutti un po’ orfani, consapevoli che forse non ci sarà un altro concerto così. In due serate Bruce e la band hanno suonato la bellezza di 67 canzoni di cui, nel secondo concerto, ben 15 differenti dalla prima serata. E’ inutile continuare con le iperboli: abbiamo assistito ad una lezione di “performing art” che nessuno mai potrà eguagliare. 

Questo The river tour rimarrà nella storia del rock come una pietra fondante di una leggenda che non conosce confini né limiti. E’ un tour che ci riporta nel tempo a quelle esibizioni incendiarie che hanno riempito la nostra fantasia ed i nostri sogni. Le nostre speranze e le nostre utopie. Siamo cresciuti insieme a Bruce, alle sue canzoni e questo tour è il sigillo ad una carriera inarrivabile. Non sappiamo se un tour come questo sarà nuovamente possibile perchè l’età dei musicisti è considerevole ma loro non sono i Rolling Stones che fanno concerti fotocopia e suonano con il pilota automatica. Questa è una band che supporta un leader che cambia scaletta ogni sera, che raccoglie gli stimoli del pubblico, che entra nel pubblico, che si fa tutt’uno con lui. Bruce siamo noi e lui è noi. Sappiamo che ormai è ricco, arrivato, di un'altra categoria sociale ma abbiamo consapevolezza che quando è sul palco ogni cosa si trasfigura ed il mondo cambia e noi cambiamo insieme a lui. Mentre usciamo dal Meazza ci sentiamo tutti un po’ orfani ma con la certezza che, comunque, lui ha saputo essere saggio compagno di vita, valido testimone di gioia, grande esempio di coerenza. Non sempre avrà fatto le canzoni che avremmo voluto ascoltare, non tutti i suoi album sono magari dei capolavori. Ma abbiamo la certezza che la sua onestà artistica è inattaccabile e che quando sale sul palco ed attacca con “one, two, three, four” ci sta prendendo per mano per portarci in Paradiso.

Rosario Pantaleo    


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