lunedì 9 aprile 2018

e arriva il tempo di "Diesel"


1975, “Non gettate alcun oggetto dai finestrini”; 1976 “Sugo”, 1977 “Diesel”. Un trittico di musica al fulmicotone dove passano sia le istanze musicali dell’epoca, il suono elettrico e veloce di una Milano in movimento, che quelle personali e politiche che Eugenio Finardi canta con grande passione, trasporto e motivazione. Finardi è un giovane artista e come tutti i giovani vive il contesto in cui “le cose della storia” si stanno muovendo. Il rapporto con gli altri, la scuola, il crescere, la droga, la politica, l’amore, la canzone militante, il mondo giovanile, la politica…insomma, tutto quello che esiste nella vita di tutti i giorni. E Finardi osserva, vive, suona sui palchi di tutta Italia. Legge la realtà e la riporta nelle sue canzoni…questo è il suo senso della sua vita artistica e questo riesce coerentemente a trasmettere nel suo lavoro in studio e sul palco. Tre album che avrebbero potuto condensare in un album triplo così come i successi due, “Blitz” e “Roccando, rollando” avrebbero potuto rappresentare un album doppio. O forse, ancor di più, questi cinque album rappresentano un affresco di vita come un grande puzzle costruito giorno per giorno, mese per mese, anno per anno…ma questo è “Diesel”….   
      



Inizia con un grande tiro di basso/batteria (Paolo Tofani/Walter Calloni), una chitarra decisa (Lucio Bardi) e una sezione fiati alle spalle, con arrangiamento di Claudio Pascoli,Tutto subito”, una canzone potente e geniale, un rock blues che racconta le storie di chi non se la sente di aspettare. Il brano ha un ritmo funky, teso e tirato, che rende bene l’idea dell’aria che tirava in quel 1977 che ha vissuto momenti davvero esaltanti ma altrettanto colmi di storie di tensione e di tragedie. Questo brano rende bene l’idea della modalità con cui la musica ed i testi di Finardi si erano posizionati in quel preciso momento storico/artistico dove l’artista cercava di condividere una lettura dei giorni che giravano intorno a lui, a noi…Quello che nasceva dalle strade, quello che molti ritenevano essere il tempo del desiderio irrinunciabile e che non si poteva rimandare, il desiderio del volere “tutto e subito” (chi si ricorda delle autoriduzioni nei cinema, sul tram e quant’altri luoghi della città….?) “Sono stanco di subire, sono stufo di aspettare. Tutto subito voglio avere, tutto subito mi devi dare”. Questa  è la rappresentazione dei sentimenti che attraversavano il mondo giovanile di quell’anno epocale, terribile, irripetibile…il coro femminile a supporto del brano potrebbe apparire anacronistico ma, invece, è il contraltare melodico e spensierato alla ricerca del cielo azzurro dopo la tempesta…   




Intro di pianoforte (nelle mani del grande Patrizio Fariselli) per una canzone, “Scuola”, che appare come l’esatto opposto della precedente. Suoni rilassati, un basso “riflessivo”, suonato dall’arguzia stilistica di Ares Tavolazzi e la voce di Finardi che “ritaglia” le liriche in maniera strepitosa, accompagnato da una linea di fiati rhythm and blues (arrangiati da Claudio Pascoli). Un brano splendido con un testo che invita a riflettere sulla modalità di come si dovrebbe affrontare lo studio nella scuola. Da quel tempo, è bene ricordare, che la realtà scolastica, dal punto di vista complessivo, è peggiorata….Il brano è una sorta di ode al lavoro artistico e manuale “perché non si sa mai nella vita, un talento serve sempre”. Il suono dei fiati, del sax e del basso sono una delle cose migliori che mai Finardi abbia prodotto musicalmente ed ancora oggi la forza evocativa della musica è integra ed attuale. “Perciò va pure a scuola per non fare scoppiare casini, studia matematica ma comprati un violino, impara a lavorare il legno ad aggiustare quel che si rompe….”. Viene proposta una critica forte alla modalità-scuola che prepara al lavoro, ma non alla vita, con l’ipotesi di una laurea che poi, magari, creerà dei disoccupati. Una visione pessimista, certo, ma purtroppo anche preveggente…“L’unica cosa che la scuola dovrebbe fare è insegnare a imparare” è un richiamo a far sì che la scuola insegni il senso critico più (o oltre) che nozioni perché con l’acquisizione di un senso critico si può maturare ma senza…sono guai. Probabilmente la canzone non è autobiografica ma sono indubbiamente richiamati valori spesso dimenticati nell’ottica di un insegnamento che deve costruire buoni cittadini oltre che bravi studenti. Il buon Don Lorenzo Milani aveva capito, tempo prima, quale avrebbe dovuto essere il ruolo pedagogico ed educativo della scuola e se l’avessero compreso in tempo. Ma come tutti i profeti….Ma questa è un'altra storia…. 




Zucchero”, come il titolo impone, è una canzone dolcissima ma non sdolcinata. Il suono dell’ARP 2600 suonato da Lucio Fabbri e la fisarmonica di Patrizio Fariselli danno un tocco molto particolare e suggestivo ad un brano che vuole andare alla ricerca delle ragioni che rendono “il personale politico”. La voce di Finardi si introduce in maniera soft cantando una sorta di dichiarazione d’amore verso la ragazza soggetto della canzone. Una canzone piena di dolcezza, forse la prima vera canzone d’amore cantata dall’artista milanese, che tocca le corde migliori del sentimento. Una canzone anomala e spiazzante ma, nel contempo, ricca di sfumature, con la melodia che entra nella mente e si fa fischiettare con tenerezza e trasporto. Ma anche una canzone che entra nelle dinamiche del tempo sottolineando che “se ciò che è giusto è anche naturale, ciò che è politico è anche personale” e definendo la necessità dell’uguaglianza nella coppia come l’unità del rapporto personale con quello che è dentro il rapporto con ciò che sta intorno. Ma non è solo il presente ad essere toccato dal pensiero di questa canzone ma anche, incredibilmente per un giovane di venticinque anni, “se penso al tempo da venire, mi fa sorridere l’idea di invecchiare”. Perché la vita è questa, “esaltazione” del momento ma anche consapevolezza che tutto muta, si trasforma e poi, diventa “altro”. Il ritornello è una sorta di filastrocca con il finale che viene intrappolato dalle note del violino come fosse una sorta di richiamo ad una sonorità di tardo settecento per il cosiddetto ballo delle debuttanti….  




Arpeggio di chitarra che si mescola alla voce di Finardi per una canzone, “Non diventare grande mai”, che si propone come una sorta di manifesto ideale/politico dove si sottolinea che “avere ragione non è un dogma statico, una religione, ma è seguire la dinamica della storia, e mettersi sempre in discussione…” Una sorta di manifesto ideale che cerca di stimolare l’attenzione di chi ascolta a mettersi in discussione ma, anche, a non prendersi troppo sul serio mantenendo un giusto distacco tra la maturità e la propria natura, mantenendo una semplicità di fondo che venga mai affondata dalle difficoltà della vita. E se la frase “e a ognuno secondo il suo bisogno e ad ognuno a seconda delle sue capacità, e anche se oggi potrà sembrare un sogno da domani può essere la realtà, da domani potrà essere la realtà” mette sottobraccio San Paolo e Lenin, l’intuizione del testo vuole essere uno stimolo a non lasciarsi vivere ma a darsi da fare per cambiare la realtà se questa non la si ritiene soddisfacente. Né per se stessi né per la società nel suo insieme rappresentando, anche in questo caso, il bisogno di mantenere il personale quanto più vicino al politico. L’arpeggio della chitarra acustica di Paolo Tofani è “ritmico e tonico” e si accompagna al sottofondo del suono del vibrafono sempre suonato dal chitarrista degli Area (che nel brano suona anche la chitarra elettrica ed il basso). “Non ti accontentare di seguire le stanche regole del branco…” è un invito chiaro e pressante, politico e personale che non ammette scuse perché la risposta deve essere senza se e senza ma…Il brano dura quasi nove minuti ma mantiene un pathos costante senza cedimenti. La chitarra acustica scivola veloce con alle spalle la trama del basso e del vibrafono costruendo un suono dalle movenze ipnotiche che mette nuovamente in luce l’originalità compositiva di Finardi.




Con la chitarra elettrica del grande Alberto Camerini, padrone di uno stile assolutamente unico, la batteria sincopata di Walter Calloni che duetta con il basso suonato, eccezionalmente, da Finardi, si apre “Giai Phong”, ispirato a un libro scritto da Tiziano Terzani sulla guerra del Vietnam. Una canzone che potremmo definire “militante” dove il testo richiamava sia la fine di quella lunga guerra, avvenuto nell’Aprile del 1975, che quanto avvenuto in seguito con la ricostruzione del Paese. Una sorta di canzone popolare che prendeva ovviamente la parte dei Vietcong e citava l’assedio dei miliziani libanesi nei confronti dei palestinesi nel campo profughi di Tel El Zaatar oppure dei cileni uccisi nel e dopo il golpe di Pinochet nel settembre del 1973. Strepitose le melodie costruite con tastiere, ARP 2600, Hammond e violino suonati dal sempre bravo Lucio Fabbri e dal suono incisivo ed avvolgente del sax di Claudio Pascoli che si unisce alla musica in maniera splendida costruendo un’atmosfera di sonorità “simil orientale” di particolare suggestione. Una canzone ottimista circa il seguito della guerra di cui avremmo saputo, in seguito, che non tutto era stato “rose e fiori” ma il paradosso della storia è che oro una dei migliori alleati commerciali (e non solo) del Vietnam sono…gli Stati Uniti d’America…




Il suono dolce dell’ARP Odissey e quello del pianoforte suonato da Patrizio Fariselli costruiscono una melodia impeccabile per un brano come “Non è nel cuore”. L’intermezzo musicale dopo la prima strofa è davvero strepitoso e la chitarra acustica di Alberto Camerini cesella note piene di emozioni. Una canzone molto personale dove emergono anche delle questioni “private” ma, nonostante ciò, fortemente collettive, perché la canzone altro non fa che cercare (e trovare…), nelle ragioni del “cuore” anche quelle dell’uguaglianza nello stare insieme, nell’essere coppia, dove le differenze vengono superate sia dall’emotività ma, soprattutto, dalla consapevolezza. Al basso vi è nuovamente la presenza di Hugh Bullen e la batteria di Walter Calloni si fa sentire con il battere metronomico del tempo. Da apprezzare, con grande attenzione ed un pizzico di stupore, il suono costruito dalle tastiere suonate dall’inimitabile tocco di Fariselli (senza dimenticare il tocco al violino di Lucio Fabbri). 




Con un ritmo davvero unico, anche per un’epoca di grandi sperimentazioni, “Diesel” irrompe nei solchi dell’album dopo e prima di due canzoni molto “lievi” (non leggere…). Un brano strepitoso sia per la musica che per le liriche. Supportato dal suono del piano elettrico alla Weather Report suonato magistralmente da Patrizio Fariselli, delle sonorità di un piano accelerato suonato da Lucio Fabbri e dalla sezione ritmica di Walter Calloni ed Ares Tavolazzi questa è una canzone che tesse le lodi di un mondo che lavora e che, come i musicisti, è sempre in movimento, sempre in viaggio “da una festa all’altra sempre in pista…”. Il motore diesel dei furgoni è la metafora di chi “la vita se la suda…” e che di conseguenza diventa per l’autore un mondo da amare e c’è proprio una dichiarazione in tal senso quando si afferma che “io amo questa gente che si dà da fare che vive la sua vita senza starsela a menare…”. Una canzone cinematografica, ricca di ritmo e di atmosfere atipiche, quasi un ibrido tra jazz e rock, con il virtuosismo di Fariselli che rende il brano liquido ed efficace in tutta la sua dinamica melodica. Una canzone che dà bene il senso dello sguardo poetico di Finardi, laddove questo è sguardo sulla vitta e non solo sulle metafore che le liriche delle canzoni possono offrire. “Diesel” è una canzone che regge ancora bene, dopo quarant’anni sia nella musica che nel testo perché come ci insegna l’”Odissea”, tutto ciò che è in viaggio costruisce relazioni e queste, la storia…    




Con un suono sintetizzato, quasi fosse generato dal canto di un usignolo, si apre “Si può vivere anche a Milano” che pur essendo un brano che dura solo 1 minuto e 15 secondi, esprime un mondo nascosto ma vivo, quasi fosse una sorta di danza carnevalesca che attraversa la città raccontando quello che accade intorno a noi. Una città reale e forse no, ma ben raccontata dallo sguardo di chi ama il luogo in cui vive e lo vede con un’ottica diversa da quella scontata di città del lavoro e dalle mille contraddizioni. Uno sguardo con un’apertura mentale diversa, con gli occhiali rosa ben calcati sul naso per osare a dire quello che, magari, in molti vedevano (vedono) ma non avevano (hanno) il coraggio di dichiarare. Il suono dell’ARP 2600 che esce dalle mani di Lucio Fabbri è semplice e geniale al contempo. Mai invasivo ma fortemente incisivo ed evocativo. Qui Finardi appare come una sorta di pifferaio di Hamelin che trascina con sé tutti coloro che hanno voglia di cambiare lo sguardo sulla città, certamente ma, soprattutto, sulla vita.    
       



L’album termina con un brano intenso e, a suo modo, “violento”. “Scimmia” è il racconto di come sia stato facile (sia facile) cadere nelle orribili trame della dipendenza delle droghe. Il testo è un’efficace descrizione di quello che in quegli anni accadeva (e tutt’ora accade anche se, per svariati motivi, con una valenza/violenza inferiore). Il suono è un muro di tensione emotiva, ed aggressiva, in cui sono richiamati tutti gli ingredienti di una storia “maledetta”, di una dinamica autodistruttiva. Il testo racconta delle dinamiche vissute da molti giovani coinvolti nella dipendenza. Una canzone coraggiosa, forse la prima che cantava in maniera netta e reale il tema della “perdizione e della redenzione” nel e dalla dipendenza di sostanze stupefacenti. L’inizio quasi per caso “il primo buco l’ho fatto una sera, in casa di un amico, così per provare….”. il ripensamento “Ma poi a casa me lo sono giurato, che io no, non ci sarei cascato…”. Il pensiero costante “Ma ci continuavo a pensare, non mi usciva dalla mente, e man mano che passava il tempo diventava la cosa più importante…”. La dipendenza “e continuavo a aumentare , mi facevo quasi tutte le sere, e appena fatto mi scoprivo a temere di non riuscirne più a trovarne…”. L’abbandono della vita “poi per due anni non ho quasi fatto altro, non ho suonato, non ho fatto l’amore, tiravo il tempo da un buco all’altro, in giro a sbattermi o a casa a dormire”. Ma arriva il tempo della consapevolezza “Ma una mattina mi sono chiesto: come andrà a finire? Andare avanti, finire in galera magari anche morire…” e del bisogno di riscatto “e poi sto perdendo tempo e sprecando quello che ho dentro, io così mi sto consumando, mi brucio ma mi sto spegnendo…”. E alla fine il riscatto arriva “e smettere non è poi così difficile. Non fa neanche tanto male…e fuori c’è tutto un mondo da scoprire sul quale si può intervenire…e se tieni duro due mesi vedrai che non ci penserai, quasi mai…”. Una canzone/viaggio all’interno di un dramma che in quei mesi stava esplodendo in maniera tragica con la diffusione dell’eroina che aveva rapidamente soppiantato le droghe psicotrope come la marjuana e l’hashish non sapendo i consumatori che l’eroina era ben altra cosa rispetto alle precedenti e che la dipendenza era, ed è, quasi immediata. Una canzone/racconto che, insieme alla musica assolutamente impeccabile per il tema proposto (Fariselli al piano elettrico, Calloni/Tavolazzi sezione ritmica, Bardi chitarra elettrica e mandolino, archi di Lucio Fabbri), mostrava anche agli ignari quale era il percorso che da un’assunzione quasi per gioco portava, poi, alla distruzione della persona. Coraggioso e autentico, Finardi, come sempre sarà nel corso della sua carriera…“Diesel”, un album da portare sulla classica isola deserta…   

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