venerdì 25 maggio 2018

"DOLCE ITALIA!



Il 1987 è un anno importante perché ci si allontana dalla fine dei ’70, sia dal punto di vista culturale che politico, e ci si accorge che i tempi stanno cambiando rapidamente, complice una tecnologia informatica ancora agli albori ma con ampi margini di miglioramento. Musicalmente gli anni ’80 si stanno avviando verso il termine del loro momento di tipicità e “gloria” di cui tutti, nel bene e nel male, abbiamo coscienza e memoria. Allora, per meglio renderci conto dell’aria che tirava in quell’anno, è opportuno ricordare un evento strepitoso come l’esplosione di una stella, la “Supernova 1987/a”. E’ la prima esplosione di un corpo celeste visibile sulla terra dal 1604. In Italia viene emesso dalla Procura della Repubblica di Roma un mandato di cattura nei confronti del presidente della banca vaticana, lo I.O.R. L’indagato è monsignor Paul Marcinkus, da Cicero (Chicago), e le accuse sono relative all’inchiesta sul fallimento del Banco Ambrosiano. In Belgio, invece, un traghetto si capovolge e muoiono ben 193 persone. Un evento drammatico e terribile. Negli Stati Uniti, invece, va in onda la prima puntata de “I Simpson”, un cartone animato politicamente scorretto che avrà un grande successo negli anni a venire. Sempre parlando di televisione americana, la CBS propone la prima puntata di “Beautiful”. Sarà uno dei punti cardinali delle “soap opera”, morbose ed ammorbanti, che proseguono ancora ai giorni nostri. “Cambiando” canale, si ricorda che a Barcellona morirono 21 persone e 45 sono ferite in un attentato dell’ETA. Inutile ed infame come tutti gli attentati contro persone inermi. Sull’inaccessibile (fino a quel momento…) Piazza Rossa di Mosca atterra un piccolo aereo da turismo guidato da un ragazzo di 19 anni proveniente dalla Germania. Sarà un epocale smacco per la difesa aerea sovietica. In Kosovo iniziano a manifestarsi conflitti tra serbi, montenegrini e kosovari. Saranno i primi segnali per quanto accadrà di lì a breve, con il coinvolgimento di croati e bosniaci e la conseguente dissoluzione della Jugoslavia. A Dicembre si avranno tre importanti eventi che avranno dei contraccolpi alla vita del Paese e del mondo intero. I presidenti Reagan, USA, e Gorbacev, URSS, firmano un trattato per eliminare i missili a media gittata presenti in Europa mentre nella striscia di Gaza ed in Cisgiordania si manifestano le prime iniziative che porteranno alla prima Intifada palestinese. A Palermo, dopo quasi due anni, si conclude il maxi processo contro Cosa Nostra. Verranno comminati 19 ergastoli e 342 condanne a pene varie. Un colpo durissimo che molti pagheranno con la vita. In primis i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sempre a Dicembre viene immesso sul mercato il sistema operativo Windows 2.0. La tecnica procede e si dimostra sempre più importante ed invadente…

E Finardi…? L’artista milanese, che sta rispettando la regola dei due anni 1981, 1983, 1985, 1987 arriva con la nuova proposta di “Dolce Italia”, un album che si può chiamare di svolta.
A Boston c'é la neve e si muore di noia, urla tristi di gabbiani sull'acqua della baia; gente dalla pelle grigia che ti guarda senza gioia. Tutti freddi e silenziosi chiusi nella loro storia”.
Questo è l’incipit di “Dolce Italia” una canzone che è diventata uno dei “marchi di fabbrica” di Finardi e che darà il via ad un altro capitolo della carriera musicale dell’artista milanese. Una canzone che rivendica il desiderio d’essere italiani e di guardare al nostro Paese con uno sguardo più lieto e meno critico e severo, come al solito siamo abituati noi italiani. E’ una sorta di sguardo alla differenza tra loro e noi, per comprendere ed apprezzare quanto di positivo abbiamo a disposizione e quasi non vediamo. Le tastiere suonate da Vittorio Cosma, la presenza musicale più importante dell’album, costruiscono il suono portante del brano, coadiuvate dalla sezione ritmica di Walter Calloni (un benvenuto ritorno) e dal basso puntuale di Cico Cicognani. La chitarra acustica di Claudio Dentes e l’elettrica suonata Pierluigi Ferrari, che costruisce un bell’assolo al minuto 2’50, soffuso e non invadente ma appropriato nel condurre il brano fino al suo termine, sono il valido supporto alla costruzione del brano. “Ma poi arrivan quei momenti in cui non si sa che dire, quando si sa dove si é ma non dove si può andare. E dopo tante certezze e tante sicurezze. E' il momento di dubitare, sembra tutto senza valore. Ma poi tornati qui a Milano sembrano tutti americani Vivono vite di sponda ciechi ai loro problemi”. E’ forte, nelle liriche, la critica al sistema di vita statunitense ed è opportuno che quando il brano viene proposto siamo nel pieno degli anni del primato reaganiano, della deregulation e di quella potenza bellica statunitense ostentata che da lì a pochi anni porterà alla prima guerra del Golfo…E’ una canzone breve e concisa che, però, cerca di sensibilizzare chi ascolta che il mito americano non esiste e che lì, nel Paese dei sogni, vige la legge della jungla e che le apparenze, quasi sempre ingannano…”Vorrei metterli su di un Jumbo e poi fargliela vedere. Quell'America senza gioia, sempre in vendita come una troia. Italia oh dolce Italia In Italia é già primavera. In Italia oh dolce Italia. La gente é più sincera. La vita qui in Italia oh dolce Italia. In Italia é già primavera. In Italia oh dolce Italia. La gente é più sincera, la vita é più vera”. 

E’ un brano molto amaro “La vita fa male” che si apre con uno splendido giro melodico tratto dalla chitarra acustica di Pierluigi Ferrari. Sofisticato, delicato e pieno di suggestione con la voce di Finardi che ricama sulle parole. “Certe volte mi vien voglia di farla finita che oramai non mi rimanga più che una via di uscita quando mi sembra di aver fatto di tutto ma che non ci sia più fiato per finir la partita”. Un brano, questo, che è poesia pura, giocato tutto sull’amarezza della vita, sulle sue sconfitte, sul dolore e sul rimpianto. Sulle assenze di coloro che non ci sono più. Un brano amaro la cui delicatezza sembra essere in forte contraddizione con il senso del brano.
Quando ti senti cascare le mani e sembra sempre più lontano il domani quando aspetti delle ore sono solo minuti e i sogni del passato sono tutti svaniti. Le cose sembran che diventin peggio ogni giorno che sian saltati i ponti sulla via del ritorno quando tutti i tuoi amici sono morti o cambiati e le loro vite sembran tutte bruciate”. La musica è una sorta di ninnananna che sembra voglia ammorbidire, “sopire e sedare”, il dolore e la sofferenza interiore che attraversa, prima o poi, la vita di ciascuno di noi. E poi arriva chi ti dice: "Va tutto bene fai finta di niente che al giorno d'oggi conviene ruba tutto ciò che vuoi se no se lo prendon gli altri non conta il mezzo ma ciò che riesce a darti. Ma io mi sento oramai così stanco mi sembra che il mondo mi sfugga di fianco
e anche un futuro con poche pretese chissà forse adesso capisco Pavese
”. Quest’ultima frase è da antologia, da incorniciare nella sua delicata crudezza poetica. Ma, alla fine, dopo tanto “nichilismo interiore” arriva il momento in cui vi è la consapevolezza che se è vero che la vita fa male, è anche possibile che arrivi il momento della consapevolezza che “…poi ci sono le giornate di sole le lacrime agli occhi per un tramonto banale senso di pace di fare il proprio dovere di giochi con i figli e insegnar loro a sognare” e allora, in quel momento ci si accorge che…”La vita non è male”. Un grande brano, da incorniciare… (Dedicato a Valerio Finardi, cugino di Eugenio, prematuramente scomparso).

L’intro di “Musica desideria” è potente, incisivo e rende evidente la varietà musicale che alberga nelle corde artistiche di Finardi capace di passare da sonorità rock ad altre intimiste, dal blues ad atmosfere jazzate. Si tratta di un brano intenso e “strabordante” che affronta sonorità latine grazie alle atmosfere create dalla tromba, suonata da Demo Morselli e dall’intensità del timbro del sax di Alfredo Bianchi. “Com'è che Lucio questa sera S’è messo a fare un tango? Sarà il gatto, la sua anima nera passato in sogno? Chissà se questa è veramente musica desideria o se si sogna solamente ciò di cui si ha bisogno...”. La sezione ritmica è “nelle mani” preziose della ricostituita, per l’occasione, premiata ditta Calloni/Bullen ed il risultato è evidente per l’energia diffusa in maniera esponenziale, con le tastiere di Vittorio Cosma ad aggiungere il consueto tocco di eleganza e di classe ad un brano vibrante e ricco di suoni. “E quando sogno te ti sogno tutta intera languida e suadente molto più che vera. E quando sogno te sogno anche il tuo odore ma non succede niente mai, non ti riesco mai a toccare” La musica è desiderio, come quello che si può provare per una donna e, in alcuni casi, anche di più tanto che, come prosegue la canzone “Sentivo una figura sola come una sola nota si suona meglio, io pensavo, quando la mente è vuota. In quell'amore c'era di tutto: sesso, ritmo e canto. Ma poi mi sono risvegliato tutto sudato e stanco”. Il tappeto sonoro dei fiati rende questo un brano quasi unico nel panorama della discografia di Finardi per la sua originalità, passione e colori sonori gettati all’aria come coriandoli….

Tu carceriera, tu, tu che incateni i sogni miei e la mia volontà con falsi colori la mia realtà è già distorta ormai e non più dov’è la verità”. Questo l’intro, con il supporto, pieno e profondo, del pianoforte e delle tastiere suonate da Vittorio Cosma, per una canzone, “Carceriera”, che racconta della difficoltà di liberarsi da un’ossessione. Condizione, questa, che potrebbe avere un nome diverso a seconda di persone e circostanze. Una canzone di solitudine e paura, che manifesta quanto sia difficile liberarsi da situazioni che, una volta entrate a fare parte della nostra vita, rischiano di condizionarla per sempre. Il mood del brano viene arricchito e reso ancor più malinconico dal suono ancestrale della tromba di Demo Morselli. “Tu carceriera, tu, tu che rubi i pensieri e le mie idee ormai non trovo più solo ossessioni e falsità o mezze verità false illusioni e tanta ambiguità”. Nella vita è facile incontrare “inciampi” che, spesso, diventano fondamentali nelle relazioni e nel gestire la propria vita con integrità e libertà. “Tu carceriera tu, tu che m’incateni con quel che sai e troppo sai di me e mi trattieni con le mie debolezze, le mie fragilità, con le mie tristezze e la mia stupidità”. E se è vero che tutti abbiamo una carceriera o un carceriere a tenerci a bada ed a insidiare la nostra qualità della vita, è anche vero che dobbiamo cercare, magari in maniera soffusa come alcuni passaggi sonori del brano fanno intendere, la libertà. Ma per raggiungerla non basta dire “Lasciami libero, lasciami stare, libero di sognare, vattene presto, vattene adesso, non voglio più giocare, lasciami libero, lasciami andare, lasciami libero di scappare, di andare dove voglio andare e di non ritornare più, oh, di no ricadere giù…”, bensì essere consapevoli della battaglia da affrontare e combatterla senza timore…

Il pianoforte suonato da Vittorio Cosma è come una chiave magica che va ad aprire una canzone di grande forza emotiva, “Amica”, che racconta, probabilmente, di un amore perduto di un’amicizia dimenticata… Non lo sappiamo, ma certamente il testo è una meraviglia di suggestioni e di ricordi lontani nel tempo, di situazioni che hanno preso una piega differente dalle speranze conservate nel cuore. Con il controcanto di Laura Valente, presente nei cori di altre canzoni dell’album, “Amica” è un brano che rende evidente la forza evocativa della poetica finardiana, spesso non apprezzata nella sua formidabile capacità di costruire testi che si incastrano alla perfezione con la musica ma, anche e soprattutto, con il sentimento comune di ciascuno di noi. “Oh mia dolce cara bella amica dove sei finita tu eri il centro della mia vita, come sei cambiata. Non si poteva che amarti bastava solo il guardarti nei tuoi limpidi occhi chiari si esaudivano i miei desideri. Ma dove c'era l'acqua c'è il deserto s'è velato il tuo sguardo aperto ormai sei solo passato ed il nostro futuro è morto ed io mi sento perso”. C’è tanto rimpianto, c’è tanto dispiacere, c’è tanta sofferenza nelle parole di questo brano, cantato in maniera mirabile e sentita…”Oh mia dolce migliore amica compagna della mia vita che cosa ti ha cambiato ma che cosa ti ha rovinato. Ma dove c'era l'acqua c'è il deserto s'è velato il tuo sguardo aperto ormai sei solo passato ed il nostro futuro è morto ed io mi sento perso”. Non c’è limite alla sofferenza ed al rimpianto ma la separazione, spesso, è inevitabile pur, magari, senza comprendere le ragioni profondo di un gesto limite ed estremo, com’è quello di recidere un rapporto, d’amore o di amicizia profonda che sia. Il saper raccontare la vita “normale”, le situazioni ricorrenti, sono uno dei pregi del canzoniere di Finardi, mai alle prese con testi “da massimi sistemi” ma con parole e “vicissitudini” comprensibili da chiunque. “Ma ora devi partire anche il più bel fiore deve appassire non so bene il perché ma ci dobbiamo lasciare ed io mi sento morire. Sognavamo tutto insieme Che saremmo invecchiati bene finalmente c'eravamo trovati e non ci saremmo mai più lasciati.”. “Ma dove c'era l'acqua c'è il deserto s'è velato il tuo sguardo aperto ormai sei solo passato ed il nostro futuro è morto ed io mi sento perso…”. Da segnalare il buon lavoro strumentale dato dalla chitarra stick (chitarra composta generalmente da 10 corde e suonata in modalità percussiva) da parte di Bob Callero

L’intro di un brano come “Soweto” non poteva essere più adeguato all’economia delle sue liriche. La batteria è subito potente e ritmica, accompagnate dai suoni di sequenza elettroniche. E’ un brano molto duro e politico, lanciato contro le nefandezze presenti in alcuni Paesi del mondo allora, come oggi, caratterizzati da guerre, ingiustizie, mancanza di libertà. “Io non sopporto la tortura e gli squadroni della morte interi popoli che vivon la paura che gli bussino alle porte. Amo gli Afgani che lottano una guerra già perduta. Perché sanno che la resa è la morte garantita. Odio i delatori e le spie di Soweto che ti marchiano la porta con un simbolo segreto. Amo gli studenti in Cile, Solidarnosc in Polonia che con diverse ideologie si batton contro la stessa vergogna”. Sono citati luoghi ed eventi che riportano alla memoria situazioni ed eventi che, “chi ha una certa età” ricorda molto bene. Alle spalle dei suoni “naturali” le atmosfere date dalle sequenze elettroniche rendono bene l’idea di “confusione” presente negli ambiti citati. “E a Soweto la gente dorme forse ci sogna da lontano nella notte di Soweto camminando non incontri nessuno e i sedicenni Iraniani mandati a ondate a morire contro i gas degli Iracheni per un pazzo dittatore in America Centrale. Non si capisce più niente, l'unica cosa reale è che muore un sacco di gente”. Si canta di sogni e di speranze, si canta di luoghi che si riconoscono sofferenti, si canta con la speranza che un giorno tutto quel dolore venga lenito e superato. “Odio i delatori e le spie di Soweto che ti marchiano la porta con un simbolo segreto Sabra e Shatila son due ferite sempre aperte Kalashnicov che urlano piombo per le strade deserte e a Soweto la gente dorme forse ci sogna da lontano nella notte di Soweto camminando non incontri nessuno”. Soweto diventa il luogo simbolo di tante tragedie che sono accadute nel mondo e che, con diverse forme, sigle ed obbiettivi, fanno parte della nostra realtà. Che ci piaccia o meno, che se ne parli/canti o meno…”Odio i delatori e le spie di Soweto che ti marchiano la porta con un simbolo segreto. Si vendono containers d'armi dai moli del Tamigi poi scoppiano le bombe per le strade di Parigi e a Soweto la gente dorme forse ci sogna da lontano nella notte di Soweto camminando non incontri nessuno”. La chitarra elettrica di Pierluigi Ferrari è una sorta di spina nel cuore e lo stick suonato da Bob Callero riempie i solchi del vinile con ritmo ed esperienza… 

I fiori del Maggio” si apre con le note della chitarra acustica arpeggiata da Pierluigi Ferrari e con la voce di Finardi a raccontare, in italiano ed in francese, i momenti del Maggio francese del ’68. “Erano rossi i fiori del Maggio allons les enfants erano dolci i sogni del Maggio, allons les enfants erano tanti i ragazzi del Maggio, allons les enfants, erano nuove le parole del Maggio chantons les enfants, tremava il mondo in quei giorni di Maggio, formez aux battaillons, si cercava un mondo più saggio”. Il suono dell’arpa e della fisarmonica, oltre che del violino e delle tastiere, suonate dal bravo Lucio Fabbri, sostengono il brano con un suono che vuole rappresentare una sorta di ballata francofona e, al contempo, un suono da battaglia (da segnalare il suono della fanfara barocco suonata da Demo Morselli che è, contemporaneamente, un gioiello di sobrietà e profondità sonora). Le liriche sono essenziali, non cercano la retorica “dei bei tempi andati, e raccontano uno scorcio della storia contemporanea in maniera poetica, contemplando tanti dei temi presenti in quel periodo storico. Anche in questa occasione Finardi centra l’obbiettivo riuscendo ad essere “retrospettivo” ma non ideologico né nostalgico. Deliziosi, tra l’altro, gli interventi in francese…“Non è stato tutto inutile il Maggio, chantez aux mes enfants, è iniziato tutto quanto col Maggio, allons les enfants, Erano rosse le bandiere del Maggio, formez aux battaillons, soffiavan caldi i venti quel Maggio, allons les enfants, sono mille i figli del Maggio, allons les enfants, sono morti i sogni del Maggio, ensemble nous les chantons, sono cresciuti i figli del Maggio. Allons les enfants, mi piacerebbe che tornasse quel Maggio, formez aux battaillons, ma son contento di aver visto quel Maggio, chantez aux mes enfants, torneranno i sogni del Maggio, chantons les enfants”. Come suggerimento il brano si può ascoltare anche nella versione video presente su you tube dove le immagini del Maggio parigino rendono ancor più acuto e preciso il senso della canzone. Per la cronaca il Maggio francese durò, appunto, un mese. Quello italiano almeno dieci anni… 

Questo album è, sotto certi aspetti, contraddittorio perché a fronte di musiche decise e coinvolgenti, alcuni dei testi sono connotati dal senso di delusione e/o, comunque da toni pessimistici. Anche “Basta” è rappresentativo di questa situazione. Un brano che racchiude chiari scuro di situazioni dove vi è il desiderio di lasciare tutto, di evitare ogni relazione, di chiudersi a riccio perché non vale la pena sforzarsi di “essere” mentre tutto pare contrastarti. La partenza è decisa, con la sezione ritmica e le tastiere a farla da padrona con ritmo ed atmosfere “prepotenti” (con il drumming di Calloni sempre inconfondibile…). “A volte mi prende come la voglia di scappare di chiudermi in me stesso e di lasciarmi andare mi difendo come posso dalle occhiate degli altri tirando su le spalle come adesso fanno in molti parlare della vita è un po' parlare da soli e i commenti della gente sono come dei pugnali quando senti che la vita non è solo giocare nemmeno nelle storie d'amore”. Ciò che vive intorno a noi spesso si rivela pericoloso e critico ed allora la voglia di staccare la spina diventa quasi naturale. Coadiuvato da suoni in stile CRAMPS, le liriche sottolineano il desiderio di chiudere con schemi e convenzioni banali e senza senso, rivolgendosi, invece a chi è nel bisogno… “E rivelarsi è giusto e anche naturale e mi sta troppo stretto il fatto di essere normale quando senti la fatica di chi non è come gli altri c'è chi non vuole neanche pensarci. Ma basta, basta, basta non ce la faccio più ho deciso di stare con chi non ce la può fare di aiutarlo a stare su….Son tanti miei fratelli che sono meno belli che non sanno come me come si fa piuttosto di evitarli cerca invece di capirli quando affrontano anche loro la realtà mentre siamo in uniforme anche se non si è militari mentre siamo sempre in corsa in centinaia di gare vedo quelli che ci provano ma che non lo sanno fare e vorrei poterli aiutare”. Il suono pulsante, che si mantiene per tutto il brano, regge egregiamente il brano sostenendolo nella sua vocazione quasi “pedagogica” e liberatoria….

E quasi a voler dimostra l’assunto di cui al brano precedente, l’album chiude con un brano in lingua inglese dal titolo eloquente di “Pessimistic” che vede la presenza del suono prezioso della tromba di Morselli che trasferisce una particolarità suggestione all’economia del brano e le sequenza elettroniche presenti rendono l’atmosfera particolarmente anni ’80 quasi a delineare, in sottofondo, un suono che ricorda quello dei Police prima maniera, tra il reggae, il pop e la musica, levigata, in stile “disco” ma al rallentatore. Anche questo è un brano che cerca di entrare dentro se stessi, facendo rimarcare la necessità di ritrovarsi/ritrovare l’amore perduto e le ragioni dell’agire. Everybody sleeps at night, why can’t I, everybody makes love at night why don’t I, all other people work all day but like a child all I do is play…where are you, where are you…”. La ricerca è lanciata, l’amore o le ragioni del proprio essere sono smarrite. Ora inizia la ricerca, il bisogno di ritrovarsi…”I always hear these voices ringing, talking in my head. I spend endless sleepless nights just shifting in my bed. Why am I so lonely, God only knows maybe I’m just too pessimistic and maybe it shows….where are you, where are you…”. Il tappeto sonoro è sontuoso, con suoni digitali, tromba e sax, le tastiere di Cosma e la sezione ritmica a dare potenza e sostanza al brano. Un saluto “gagliardo” in attesa di trascorrano i canonici due anni per il nuovo album che sarà, anche, frutto di un’esperienza privata e personale del musicista milanese… “Il vento di Elora” inizia a soffiare...

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