mercoledì 9 maggio 2018

recensione dell'album "Dal blu" di Eugenio Finardi


Il 1983 per Eugenio Finardi è l’anno di “Dal Blu”, un album che vira sicuramente su atmosfere più morbide, cantautorali, intimistiche rispetto al precedente “Finardi”, di due anni prima. Sono anni particolari gli ’80, anni in cui vi sono gli ultimi colpi di coda del terrorismo politico ma, nel contempo, è il terrorismo mafioso che fa sentire il potere della sua forza intimidatrice, economica, militare e, sotto certi aspetti, politica. Gli anni ’80 sono gli anni di snodo per i decenni a venire e, forse, al tempo del loro scorrere ben pochi si resero conto delle ipoteche sul futuro che questi avrebbero posto. Innanzitutto si può indicare la data del 1° Gennaio come quello della nascita di Internet, un evento storico non compreso fuori dal mondo degli addetti ai lavori, e viene creata la prima versione di word per il sistema operativo DOS. Viene fotografato, per la prima volta, il virus HIV che avrebbe espresso la sua potente forza distruttiva fino alla scoperta di necessari farmaci antivirali. E’ l’anno della scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, due adolescenti romane di cui non si saprà più nulla ma, probabilmente, legate nelle vicende oscure della banda della Magliana e dell’attentato a Giovanni Paolo II°. E’ il triste anno di tanti omicidi mafiosi tra cui quelli del Giudice Istruttore di Palermo, Rocco Chinnici e del Prefetto di Palermo, Carlo Alberto dalla Chiesa, già leggendario Generale dei Carabinieri. In Argentina ritorna, finalmente, la democrazia. Ma l’evento forse più importante di tutti lo conosceremo anni dopo dal suo verificarsi: un Tenente Colonnello dell’Armata Rossa, Stanislav Petrov, il 26 Settembre, evitò la catastrofe nucleare omettendo di trasmettere all’alto comando sovietico, i segnali di un attacco in corso (non veritiero per una serie di circostanze errate) da parte di missili nucleari statunitensi. La sua prudenza si rivelò corretta ed il pianeta evitò una guerra atomica. Petrov morì nel 2017, in indigenza…E’ all’interno della tecnologia che avanza, delle stragi mafiose e della catastrofe annunciata, che viene a crearsi il nuovo album di Eugenio Finardi, quel “Dal Blu”, un lavoro che contiene almeno tre grandi brani quali “Amore diverso”, “Le ragazze di Osaka”, “Laura degli specchi”. Importante, nell’economia dell’album, l’utilizzo dello strumento sintetizzatore-campionatore, Fairlight-Computer Musical Instrument, che fu il primo campionatore digitale della storia della musica. Uno strumento che mise un in sordina, per questo album, il suono della chitarra dotando di una rinnovata musicalità le canzoni di Finardi. “Dal Blu” è un album che, in una certa misura, taglia i ponti con il passato dal punto di vista delle liriche (anche se “Dolci promesse” richiama al suono più rock e deciso dell’artista milanese) e delle musiche e proprio l’utilizzo del Fairlight-CMI lo testimonia venendo utilizzato come elemento di estrema novità tecnologica che, tra l’altro, sarebbe stato utilizzato da grandi artisti di tutto il mondo. E’ quindi con uno sguardo artistico diverso che Finardi si presenta al pubblico per presentare un lavoro con grandi passaggi di una sorta di pop melodico di grande spessore e qualità. Già la copertina, comunque, rende l’idea del tono quasi minimalista che sarà la cifra artistica dell’album, con l’immagine di uno sfondo blu “attraversata” da una sorta di lampo, di linea bianca che potrebbe essere immaginata come un rasoio di luce che attraversa la vita di ciascuno. 


Dal blu”, la canzone che dà il titolo all’album, oltre che essere il colore emergente tra i molti di quelli citati nel testo, rappresenta anche il colore del viso e del corpo di Elettra, figlia primogenita di Eugenio e Patrizia, la prima moglie dell’artista milanese, causato da un problema cardiaco manifestatosi alla nascita. Il colore della neonata, grazie al calore fisico dei genitori, si sarebbe ben presto trasformato nel naturale colore roseo di tutti i nascituri. “Ci sono momenti giallo-oro di passione, momenti rosso porpora in cui perdi la ragione. Mesi di noia grigio verde militare e, momenti azzurro cielo in cui volare, ma arriva sempre il momento in cui senti arrivare il Blu e scivolare giù. Fino in fondo al Blu. Scivolare giù, fino in fondo al Blu”. Il suono è particolarmente soft, con un brivido blues come trattenuto per non uscire dalla strada sonora impostata dalla melodia creata dalla tastiere. Il mood complessivo del brano è notturno, quasi “riservato”. La ricerca cromatica è come un a scusa per cercare di galleggiare attraverso una miriade di colori che intersecano la vita di ciascuno ed alla fine a qualcuno di questi bisogna pur affidare la nostra sensorialità perché ci sono “Quarti di tono di musiche lontane, echi di Barocco nell’acqua di un canale, impulsi di Vocoder in sequenza digitale. Segnali di tamburi come giungla tropicale, ma arriva sempre il momento in cui devi suonare il Blu e scivolare giù, fino in fondo al Blu e poi volare su, fino in cima al Blu……”. Cadere, soffrire e poi risalire…   
                 

Amore diverso” è una delle canzoni perfette di Finardi. Inizia con il suono di due strumenti elettronici, il Casiotone (tastiere sintetizzate) ed il Fairligh di cui si è detto (entrambi suonati da Finardi), con il tocco morbido e lineare della voce, coadiuvato da un suono costante alle spalle e con l’ingresso delle tastiere (Danilo Madonia) che rende l’atmosfera molto suggestiva. La batteria (Alberto Golino) ed il basso (Paolo Donnarumma) sono il giusto compendio per costruire un tappeto sonoro di speciale dolcezza. La musica, perfetta per un testo perfetto per creare una canzone che d’amore più d’amore non si potrebbe. Una canzone che tutti i genitori, ed in particolare i papà, dovrebbero mandare a memoria per ricordare la bellezza e la grandezza della genitorialità. Un dato quasi scontato, essere genitori, ma quando accade, come per Finardi d’essere un personaggio pubblico, un artista sempre sui palchi di tutto il Paese, con una carriera in ascesa, avere la gioia di diventare padre ma con la consapevolezza che la figlia primogenita è affetta dalla sindrome di Down, può essere un “inciampo” che ti cambia la vita, come l’ha cambiata a milioni di persone. Ma la grandezza di un artista riesce a leggere gli eventi difficili, problematici, complessi sia nell’immediato che per il futuro. Così l’artista osserva, soffre, si interroga sulla nuova vita che è venuta a condividere l’esistente e riesce a scrivere una canzone di una dolcezza assoluta. “Io ti proteggerò, oh si ti stringerò e mai niente ti farà del male. Io ti accarezzerò e poi ti cullerò per farti addormentare. E ti canterò canzoni di forti emozioni quando fuori tuona il temporale e sempre ti sussurrerò quelle dolci parole che so ti fanno stare bene…”. La dimensione della protezione chi è fragile non poteva essere scritta, interpretata, comunicata meglio….”Sarà un amore diverso, grande come l’Universo, che il tempo non potrà toccare. Farò una casa di carta su un’isola deserta dove il vento verrà giocare E una finestra sempre aperta per chi sa volare che da noi possa arrivare a riposare”. L’amore che viene proposto è un amore assoluto, che supera quello tra due pari, tra un uomo ed una donna, perché nella fragilità altrui ci si scopre diversi “dentro” con la capacità di vedere il mondo e la vita con occhi nuovi. “Ho braccia forti e larghe spalle per poterti meglio abbracciare. E se fa freddo la notte col mio corpo ti potrai scaldare. E dopo ore e ore e ore d’amore sul mio petto ti farò dormire. E sognerai di ballare a tempo col mio cuore e il sole ti verrà a svegliare…”. La simbiosi tra padre e figlia diventa sempre più forte, perché il battito del cuore di entrambi è un legame insondabile, profondo ed inscindibile che crea una relazione indissolubile, pur fra tante difficoltà. “Sarà un amore diverso, grande come l’Universo, che il tempo non potrà toccare piccole cose da riscaldare grandi aquiloni da far volare. E sarà sempre un nuovo gioco per tenere acceso il fuoco nel lungo tempo da venire, piccole pietre da trasportare e da seguire per ritornare.”. Qui l’amore non si ferma alla tenerezza, ma prosegue nel tempo come un patto d’amore che non si può sciogliere nel corso della vita e questo amore cammina su un sentiero ben tracciato, con la possibilità di potere “ritornare sempre a casa” perché la porta dell’amore è sempre aperta. Da segnalare la consulenza di Franco Battiato per l’arrangiamento del brano.  
   

Scritta insieme con Francesco Messina “Dolci promesse” è una canzone amara nella quale si osserva il microcosmo della vita di una famiglia visto dagli occhi di una ragazza adolescente che cerca di trovare spazio tra le personalità un po’ borderline dei genitori. I suoni sono caldi ed il ritmo e l’atmosfera pare riportarci indietro verso il rock and roll degli inizi. “Mamma non girare al buio, mamma non frenare in curva. Ormai è troppo tardi ma chi ci ferma più. Mamma non urlare, papà non t’incazzare, mamma non urlare, non cela faccio più…”. E’ una forte richiesta d’aiuto quella che proviene dalla voce di una figlia che cerca di avere un suo spazio nella vita nella ma deve fare i conti con genitori probabilmente inadeguati al ruolo di educatori. C’è il desiderio di pace nelle parole della ragazza, una pace che, forse, potrebbe essere trovata, uscendo da casa e trovandosi dei propri spazi e, questa, forse, potrebbe essere anche la metafora di una generazione alla ricerca di se stessa. “Mamma non bruciare la cena, mamma non scrutare gli astri. Non ne indovini una e non ti credo più. Papà non tornare tardi, papà non rubare all’Upim. Papà ma non scappare, non ti conosco più…”. Insomma, i genitori sono inadeguati e la figlia deve fare da badante. I tempi cambiano…     
  

La musica è notturna, proprio come il titolo racconta e promette. “Notte” è il racconto di un dolore, di più dolori, delle difficoltà nel rapporto d’amore, nella difficoltà nell’affrontare i passaggi della vita, del desiderio che arrivi presto la notte (e il sonno…) per dimenticare le responsabilità, i problemi, gli impegni. “Notte che scendi su tutto, scendi su tutto quello che sarà, sul giorno che è appena passato, prima di quello che arriverà. Sull’amore che sta per morire, su quello che nascerà, sugli sbagli che fanno imparare, che solo il tempo cancellerà….”. L’intrecciarsi del basso melodico (Stefano Cerri) e del basso ritmico (Julius Farmer) donano al brano un tocco di speciale pulizia e chiarezza sonora, con le tastiere a cesellare un tappeto sonoro quasi impalpabile e la chitarra elettrica di Romano Trevisani e proporre un bell’assolo, limpido, mai invadente ed assolutamente adeguato all’economia della canzone. Un brano forse personale, colorato con una musica sognante ed introspettiva in perfetta linea con il colore nostalgico dell’album…”Intanto la vita va avanti e tutto continua a girare. Fili di luci, auto lontane, uomini verso casa. Si accende una radio al piano di sopra come a tavola nessuno parlava e strano come tutto sembri differente, quando dentro stai morendo…”. E’ la narrazione di un disagio interiore profondo ed insondabile, di una sorta di muta disperazione che viene amplificata dallo scorrere delle ore e dalla richiesta che la notte giunga come una sorta di grande consolatrice per lenire un dolore di cui si percepisce e subisce l’effetto ma la cui causa è troppo grande da sopportare e, anche, da nominare.      


Anche ne “Le ragazze di Osaka” c’è lo zampino di Francesco Messina per una canzone che inizia con un suono dolce ed ispirato, morbido e caldo e la voce di Finardi è particolarmente evocativa. La ritmica è essenziale ed assolutamente al servizio del suono avvolgente delle tastiere ed il brano come una sorta di bellezza che trabocca da una sorta di vaso di Pandora sonoro aperto perché le emozioni possano esondare. Questo è uno dei brani più belli del canzoniere di Finardi perché unisce ad una musica piena di pathos e suggestioni oniriche, con una sorta di galleria di immagini cinematografiche. “Mi sento solo in mezzo alla gente, osservo tutto ma non tocco niente, mi sento strano e poco importante, quasi fossi trasparente e poi resto fermo e non muovo niente…”. Tutto pare immobile, cristallizzato, con il tempo che scorre ed, anche, appare come immobile ma poi, quasi ci fosse stato una sorta di teletrasporto, lo scenario muta radicalmente “Al Nord del tempio di Kasuga, sulla collina delle Giovani Erbe mi avvicinavo sempre di più a loro, quasi per istinto. Sagome dolci lungo i muri, bandiere tenui Più sotto il sole, passa un treno o era un temporale, si forse lo era….”. Ma alla fine il senso di tutto il brano si esprime in una sorta di grande desiderio che, in forno, permea tutto l’album…”Ma no, non voglio esser solo, non voglio essere solo, non voglio essere solo mai…”. Una sorta di grido, di richiamo d’aiuto, lanciato, però, con “garbo e mestizia” quasi per non disturbare, per non destare allarmi, preoccupazioni. Ed allora Osaka diventa, forse, il segno del Sé interiore che allarga le braccia in attesa che qualcuno sappia cogliere quel gesto come il bisogno di un abbraccio.    
   

 “Fino in fondo”, anch’essa scritta insieme a Francesco Messina, appare come una canzone piena di nostalgia. La voce di Finardi è particolarmente ispirata per una canzone che cerca di interpretare il desiderio di incontrare nuovi spazi, nuovi mondi, nuove opportunità. “Voglio andare fino in fondo, tanto vale andargli incontro. Voglio andare a fare il giro del mondo, vedere se è proprio vero che è tondo. Voglio andare sulla Luna, se mi porta un po’ fortuna e chi lo sa se ne ho bisogno…”. La chitarra di Alberto Radius si manifesta in maniera leggera, quasi fosse un piccolo cameo regalato al climax del brano. Molto efficace il lavoro di Stefano Cerri al basso mentre il suono delle tastiere di Danilo Madonia “trasmette” al brano un disegno quasi “alla Battiato” (artista che dominò gli anni ’80 con un suono personale ed inconfondibile) per costruire una sonorità che disegna una canzone d’attesa e di speranza, una canzone che è una sorta di storia della vita in sedicesimo. “Voglio andare fino in fondo, ho girato troppo in tondo. Voglio andare a bere l’aria del mondo. Vedere se è proprio vero di tutto. Voglio andare sopra una duna a cercare di fare un po’ di vita dura. E chi lo sa se ne ho bisogno. Tanto la vita è solo un sogno”.    
   

In “Infinita autostrada” il suono del Fairlight e delle tastiere riempiiono di tenerezza una canzone che possiede un ritmo sincopato con alcune strofe cantate in inglese. E’ il ricordo, ben narrato nel libro “Spostando l’orizzonte” (scritto con la collaborazione di Antonio D’Errico), in cui Finardi viene avvisato che deve tornare in fretta a Milano perché sua moglie sta per partorire. Insieme a Danilo Madonia lascia Aosta, città in cui si trovava per un concerto, e si precipita verso Milano. Arrivati al casello di Milano, ricorda Finardi, a mezzanotte ed un minuto, l’orario in cui nasce la sua primogenita Elettra, avverta una forte nausea, una sorta di malessere che lo inquieta. L’arrivo in Ospedale rivelerà che quel momento di disagio è stata la percezione che qualcosa non è andata per il verso giusta e che la sua adorata Elettra è nata affetta dalla sindrome di down. When my baby girl was born, my was all alone. I was waitin’ in cube to pay toll…”. le parole fanno comprendere e fotografano la situazione vissuta dall’artista. Perché un musicista è sempre per le strade, a spostarsi da una data all’altra, soprattutto d’estate. Ed il viaggio, e ciò che può avvenire nel suo percorso, è la cifra essenziale del brano. “Ma perché sembra sempre che tutto mi succeda mentre sto viaggiando su un’infinita autostrada? Ma perché sembra che tutto mi succeda mentre sto vivendo la mia vita sulla strada…?”. Tutto appare come una sorta di cronaca per evidenziare come un musicista sia in balia delle distanze, degli eventi, delle situazioni spesso difficili, scomode, dolorose. “Questa è la mia vita” sembra volere raccontare Finardi. Una vita certamente piena di novità e stimoli ma, spesso, anche portatrice di solitudini “Tutti i telefoni degli alberghi sono uguali tra loro e io ti chiamo tutte le notti, per non sentirmi più solo….”.    


Ed arriva la conclusione dell’album con un altro brano che ogni appassionato di musica italiana riconosce al primo apparire…si tratta di “Laura degli specchi” dove la capacità lirica di Finardi emerge, semmai ce ne fosse bisogno, in maniera indiscutibile. L’inizio del brano si mostra in una girandola di note create dalla tastiera del bravo Filippo Destieri, per anni fido collaboratore di Battiato. Laura appare come una ragazza che ha sofferto e che si è rinchiusa in se stessa, lasciando il mondo fuori dalla porta. Una situazione grama e triste. Ma per vincere l’incantesimo di una casa (vita) inespugnabile, ecco che arriva la poesia che grazie alla musica (in La Maggiore, perché è il suono dell’emozione, contro il precedente La Minore, rappresentato come il suono della malinconia). La sezione ritmica (Golino/Donnarumma) è deliziosa e perfettamente allineata ad una sonorità che sa essere morbida ma, anche, all’improvviso per rompere “l’incantesimo” raccontato. “Laura vive guardando se stessa, la vita in rosa, in una casa tutta di specchi lei si è rinchiusa…Laura è così perché è stata ferita, un gabbiano in volo, proprio da chi l’aveva capita per un attimo solo…”. L’amore può guarire ma, anche, ferire se non uccidere. E allora vi è la necessità che qualcosa o qualcuno irrompa in quella situazione cambiando lo stato delle cose, amando in maniera diversa e con strumenti nuovi “E un giorno un poeta si trovava a passare e la sentì cantaree in quella casa tutta di specchi cercò di entrare…ma non c’erano porte né finestre aperte, però da qualche parte un sistema ci sarà e lui lo troverà: con una tromba d’or tutta d’oro potrai trovare la chiave del tesoro. Con uno squillo in La Maggiore potrai spezzare l’incanto del suo cuore…”. Il finale è un carnevale di suoni stranianti ed avvolgenti dove la chitarra elettrica di Alberto Radius si innesta in maniera mirabile e con grande levità a suggello di un grande album. 


Questa è la migliore conclusione possibile per un album fatto di sonorità davvero speciali, uniche nel canzoniere di Finardi che, pure, anche nell’album successivo utilizzerà strumentazione e software informatici per costruire un suono differente da quello sin lì percorso. “Dal Blu”, quindi, è un album di grande carattere e profondità dove l’elettronica e le tastiere sono utilizzate in maniera straordinariamente efficace e senza mai cercare di trasformare la novità in qualcosa che ecceda, che possa diventare una sorta di nuovo “marchio di fabbrica” dell’artista milanese. Siamo di fronte ad un artista che cresce ed evolve il suo stile artistico e l’album successivo, “Colpi di fulmine”, nuovamente lo dimostrerà. E se sarà possibile ascoltarlo lo dobbiamo all’intelligenza ed al buon senso del Tenente Colonnello Petrov, dell’Armata Rossa… .    

Nessun commento: