giovedì 21 giugno 2018

Bruce a Milano, la prima volta...


Era il 21 Giugno, la vita era in divenire. Tanti anni alle spalle e molti altri, con vicende differenti, all’orizzonte. Poi arrivò “lui” e bussò alla porta. A tante porte, avvisando che sarebbe venuto trovarti. A Milano. Sarà il 21 Giugno, nella sera del solstizio d’Estate, disse…Tu non ci credi ma, alla fine, scopri che è vero e ti prepari. Leggi, ascolti, studi. Ti impegni perché vuoi andare preparato all’appuntamento. Sai che suonerà a lungo, sai che ci saranno tanti altri insieme a te, e non vuoi, non puoi, fare una brutta figura. Quando arrivi sul posto ti accorgi del fiume di persone presente in quel luogo, di quanti dialetti sparsi per le file, nell’aria, per terra. Ascolti la musica provenire dalle auto, dai registratori portatili…senti tanti dei presenti che cantano, ridono, si abbracciano…C’è un’aria di elettrica felicità che contagia tutto e tutti. Non sembra nemmeno di essere a Milano ma in una sorta di apertura “spazio-tempo” dove ci si vorrebbe fermare per sempre, dove tutto sembra sospeso nell’aria e si respira la gioia della comunità. Ma sai che quello è solo un sogno e quello che stai vivendo insieme a tutti gli altri sarà soltanto un momento della tua vita e poi…

L’attacco di Born in the U.S.A. arrivò diretto, come un pugno nello stomaco e lo stadio tremò, il cuore sussultò, lo spirito si trasformò e da quel momento arrivò un torrente di note a spazzare via ogni tristezza, ogni malinconia, ogni depressione, ogni dubbio, ogni delusione e 60 mila (o forse più) persone diventarono una sorta di corpo mistico votato alla venerazione dell’uomo che, sul palco, circondato dai suoi fidi “chierichetti”, celebrava la santa messa del rock…Era il solstizio dell’estate del 1985 e la musica, e le liriche delle canzoni, invasero ogni poro della pelle dei presenti, battezzando tutti i “fedeli” presenti affinchè fosse chiaro a tutti che, da quel momento, un patto era stato sottoscritto e che non si poteva più tornare indietro. Era già accaduto, certamente: era stato l’11 Aprile del 1981, nel pieno del “The River Tour”, ma lì si era in terra straniera…Qui invece no, qui si era a casa, qui si era protetti, qui si parlava una medesima lingua, qui si era ancor più consapevoli che la magia non si sarebbe interrotta. Erano passati quattro anni da quella sera zurighese, non c’era più Little Steven e al suo posto era arrivato Nils Lofgren ma, di lì a qualche anno, il fido amico del Boss sarebbe tornato a sistemarsi alla sinistra del suo amico di una vita…La scaletta fu una iniezione di energia…Dopo l’inizio “atomico” di Born in the U.S.A. giunsero a scaldare i cuori, come una cascata di felicità, Badlands; Out in the street; Johnny 99; Atlantic city; The river; Working on the highway; Trapped, Prove it all night; Glory days; The promised land, My hometown; Thunder road; Cover me; Dancing in the dark; Hungry heart, Cadillac ranch; Downbound train; I’m on fire; Because the night; Backstreets; Rosalita (Come out tonight); Can’t help falling in love; Born to run; Bobby Jean; Ramrod; Twist and shout/Do you love me?; Rockin’ all over the world

Il concerto finì in un tripudio di canti, grida, abbracci, felicità disseminate a piene mani intorno a tutti i presenti. Non si era mai vista tanta potenza unita alla bellezza ed alla gioia di fare musica e di esprimere felicità. Perché la musica a questo deve tendere: diffondere gioia e felicità…E quella sera, piena di caldo, piena di sudore, piena di sogni che, magari, non si sarebbero realizzati, dimostrava che era possibile immergersi in una sorta di pozione magica fatta di note e di emozioni, di pathos e di candore, ed uscirne non solo indenni ma fortificati da una sorta di benedizione imperitura. Quando Bruce Springsteen sparì alla vista di tutti i presenti, insieme con la magica, fidata ed instancabile E-Street Band, tutti noi ci accorgemmo che la magia stava svanendo e che ci attendevano passi di ritorno verso casa, pieni di realtà, pieni, magari, di preoccupazioni, colmi, forse, di sogni che, magari, si sarebbero infranti contro il muro della vita. 

Allora ci accorgemmo che la dimensione dello “spazio-tempo” annullato si era aperta e che, nuovamente, tutto fluiva come al solito. “Domani inizio alle sette e mezza”; “Maria, tua mamma cosa ha detto che facciamo Domenica…?”; “No, non riesco a passare perché uscirò tardi dal lavoro…”; “Speriamo in bene per gli esami…”. Intorno la gente chiacchierava rievocando ciò che a cui aveva assistito. Il telefono cellulare, you tube, la Rete…tutto era fantascienza però…”Si, sono riuscito a registrare tutto…due cassette C90 sono bastate…Poi ce lo sentiamo con calma…”. Faceva molto caldo ma, fortunatamente, lo stadio era ed è vicino a casa. Guardai gli amici con i quali ero andato al concerto. “Chissà” pensai “se fra trent’anni ci saremo ancora…”. Parlammo poco nel tragitto verso casa…ciascuno di noi era rimasto in curva ad ascoltare il silenzio, a vedere le ombre che si aggiravano sul palco, a raccogliere i sogni infranti e quei brandelli di vita che ciascuno avrebbe cucito e ricucito più volte nel corso del tempo…Lo “spazio-tempo” era definitivamente tornato normale…Io, come gli altri, forse no…               

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