martedì 24 settembre 2019

Bruce...Bruce...Bruce...


E così anche per Bruce Springsteen sono arrivati i settant’anni. Non pare vero che anche per lui il tempo sia trascorso così come accaduto a noi, che i capelli possano essersi ingrigiti e che, magari, qualche volta anche a lui possa venire il fiatone, anche se l’ultima volta che lo abbiamo visto all’opera, il 5 Luglio del 2016 (Dio mio sono già passati tre anni…) a nessuno ha dato l’impressione di essere “un anziano da sostenere….”. Sembrano trascorsi secoli dai tempi in cui si cercavano le registrazioni e i bootleg dei suoi concerti, definiti dalla stampa estera (e poi anche da quella italiana) come leggendari (poi scoprimmo che, davvero, nella dimensione live quell’uomo era ed è un fenomeno…). Oggi, con un click possiamo vedere ed ascoltare concerti un tempo mitizzati; con un click è possibile leggere di lui e sul suo sito acquistare i suoi concerti (anche quelli del mito, come “Piece de resistance”…).

E’ possibile, adesso, tornare indietro nel tempo e ritrovarsi nel suo periodo, forse, di maggiore intensità, quando il mito si stava consolidando e la sua E Street Band diventava essenziale per la sua carriera e per la concretizzazione del suo sogno musicale. Si trattava del periodo 1978-1980 dove, con i tour di “Darkness on the edge of town” e di “The River”, si delineava la figura mitologica di un giovane che pareva avesse una forza ed un’energia mai vista in precedenza su un palco del rock and roll. Nemmeno James Brown arrivava a tanto…“I’m a prisoner of rock and roll” gridava dal palco e così, davvero pareva che il rock and roll fosse la sua vita: una vita prigioniera di un bisogno di salvarsi la proprio di vita e di salvare altre vite raccontando, nelle sere dei concerti, della sua vita, della nostra vita. Una vita semplice e complicata, quella del giovane Bruce, almeno nei tempi prima della ricchezza e del benessere economico anche se, come lui stesso racconta nella sua autobiografia, la depressione è sempre stata lì, sulla spalla, pronta ad afferrargli il respiro ed il cuore…
Un ragazzo semplice, con un padre “problematico” ed una madre che ne ha sempre assecondato le passioni, stimolandolo a non perdere il desiderio di raggiungere i suoi sogni. Aiutandolo a non abbattersi, amandolo sempre fino al punto di trasferire la sua famiglia in California lasciando che quel ragazzo particolare se la cavasse da solo. “In fondo una chitarra con cui conquistare il mondo ce l’ha…” avrà pensato mamma Adele, salutandolo prima della partenza per la California nella speranza che il suo Doug potesse cambiare, potesse vivere meglio, potesse abbandonare i suoi fantasmi che lo facevano combattere con suo figlio e la sua anima artistica e ribelle. Bruce non si perse d’animo e accanto alla chitarra arrivarono dei giovani come lui che desideravano assaltare il cielo della musica e sera dopo sera, conquistarono tutti i locali, i bar, le sale da ballo, i palchi del New Jersey. Danny, David, Vini Lopez, Garry, Clarence, Steve e poi Max e Roy…E, in seguito, l’incontro con Mike Appell, John Hammond (e la sua decisione di rendere quella sua follia, come dicevano i suoi colleghi della Columbia, realtà) e Jon Landau che vide in lui "il futuro del rock and roll".  

Anni ’70, anni di piombo ma, anche, di grande bellezza e trasformazioni. Immaginare l’America di ieri guardando telefilm come “Le strade di San Francisco” con Michael Douglas e Karl Malden, ci fa comprendere che non sono passati quarant’anni da quei giorni, ma secoli. Oggi con il cellulare si arriva dappertutto, si legge, si vede e si ascolta tutto. Ma i sogni, forse, si sono azzerati, omologati, scoloriti. Si ascoltano i primi album di Bruce e si osserva proprio quell’America, ancora intrisa di Vietnam e con le strade colme di eroina, con le case fatiscenti che non ti sembrava possibile fossero strade dell’America imperiale e dei nostri sogni giovanili…La musica veniva ascoltata e registrata, laddove possibile, dai canali della radio che era diventata la fattrice di hits, in particolare della Stax e della Motown a cui i giovani virgulti del New Jersey, attingevano con entusiasmo. Ma Bruce in quel mondo viveva e quel mondo raccontava ma non come un cronista di nera, bensì come novello Omero che trasformava cronache oscure in avventure con un futuro, che dava un nome anche ai perdenti perché, alla fine, potessero ritrovare un senso di dignità e di riscatto.

E di queste storie erano intrisi i suoi primi tre album che lo condussero verso la gloria partendo dal fallimento, quasi annunciato dei primi due, “Greetings from Ashury Park” e “The wild, the innocent and the E street shuffle” ma che, ugualmente, nascondevano perle eccelse che sarebbero state raccolte negli anni a venire, nel momento del successo. Ma Born to run al posto di trasformarsi nella sua sconfitta più cocente diventò il suo gioiello più caro ed importante la cui luce, ancora oggi, possiamo dire che rifulge e ci ammalia. Da lì le leggendarie performances che lo resero il grande artista da palco che tutt’ora è perché nessuno, mai, ne eguaglierà le gesta, anche in termini di scalette dei brani presenti dei suoi set, sempre trasformate, di concerto in concerto, per rispetto, dice lui, dei suoi fans. Non facciamo fatica a credergli e la prova è in una qualsiasi set list dei suoi tour. Poi arrivarono gli album yin e yang, quali furono “Darkness on the edge of town” e “The River”, nei quali Bruce espresse i suoi due lati della personalità: oscuro e doloroso il primo, solare ed esplosivo il secondo (con una “Point blank” che ancora fa tremare l’animo…).

Dopo i tour trionfali di quel biennio tutti si sarebbero attesi un nuovo album pieno di scintille ed “effetti speciali”. Invece arrivò “Nebraska”, un album oscuro, registrato in solitaria, mixato traendo le tracce da una cassetta che per mesi aveva portato in tasca sperando che, magicamente, si colorasse di suoni e di elettricità. Invece la cassetta rimase immobile ed immutata, con i suoni e le storie più oscure mai raccontate, fino a quel momento, dal folletto del New Jersey. Un album controverso ed anche poco amato, all’inizio, dai suoi fans ma diventato, in seguito, una pietra miliare della musica americana, quella che annovera fra i suoi numi tutelari la figura di Woody Guhtrie. Poi la sbornia mondiale di “Born in the USA” che lo lancerà a livello planetario e che lo porterà, per la prima volta a Milano (“ciao San Siro…”), in quel solstizio d’estate del 21 Giugno 1985, indimenticabile per tutti coloro che c’erano ed anche per chi non c’era, ma che, però, ha ascoltato con devoto silenzio, l’epica di chi vi aveva partecipato e che, per l’ennesima volta, raccontava del boato che aveva accolto le note dell’intro, al pianoforte, di “Because the night…”.

Poi lo abbiamo seguito in altre serate facendo attenzione al portafoglio, non sempre all’altezza dei desideri. Comunque ogni volta, dopo un concerto, siamo tornati a casa diversi, migliori, contenti, gioiosi, con una luce negli occhi nuova e ricca di speranza. Perché assistere ad un suo concerto non è solo ascoltare buona musica e vedere un bello spettacolo…no, un concerto di Bruce è una catarsi interiore…non puoi andarci impreparato perché ci si farebbe male…Andare ad un suo concerto significa prepararsi prima, pensarci, desiderarlo, contare i giorni prima della serata scelta. E’ faticare per trovare i biglietti (indimenticabile la ricerca per quelli del tour di Tom Joad insieme all’amico Fulvio…), è sentirsi parte di un mondo, di una grande famiglia. Spesso si sente dire “voi springstiniani siete tutti uguali…”. Potrebbe sembrare una sorta di insulto nascosto dall’ironia ma, in effetti, è così: ci si riconosce…e questo è un buon segno perché significa che si è in posizione di apertura e non di difesa…

Poi, dopo la sbornia planetaria di “Born in the USA”, lo abbiamo seguito in un album che dovrebbe essere riscoperto per la sua valenza interiore alla scoperta del dolore che può dare l’amore. Quel “Tunnel of love” che parlava d’amore cercato ma, anche è soprattutto, perduto, dove già la copertina era un indizio che manifestava una sottile sofferenza…Dopo c’è stato il lungo e doloroso distacco dai suoi fratelli E-Streeters, con gli album e i tour suonati con altri musicisti (salvo Roy). Album nei quali emergerà, nuovamente, il suo dualismo: sarà il tempo di “Human touch” e “Better days”. Il primo frutto di un lungo e meticoloso lavoro mentre il secondo nascerà con una sorta di “pronti e via perché questo è il rock and roll. Ulteriore prova di quanto in lui alberghino animi contrastanti e sempre pronti a lottare per decidere chi dei due vincerà sull’altro, quasi un novello Giacobbe che cerca di superare il primogenito Esaù, che possiede diritti di nascita mentre quelli di Giacobbe sono sempre da conquistare…Arriverà, poi, nel 1994, il tempo della visione della crisi mondiale prima che questa si palesi realmente (nel 2008).

Arrivano le note dell’album e del tour di “The ghost of Tom Joad”, dove i testi raccontano dei disastri accaduti e di quelli che accadranno a breve. Immagini in bianco e nero, immagini di dolore e sofferenza, immagini di povertà, immagini che non vorremmo vedere e parole che non vorremmo ascoltare. Ma sono lì, davanti a noi a raccontarci quello che ci viene nascosto o che, vilmente, non vogliamo vedere. “Non parlate, non scattare foto, applaudite alla fine dei brani…grazie” dirà sempre all’inizio dei suoi set del tour, Bruce, per rendere ancora più manifesta l’importanza dei testi e delle storie raccontate. Novello Omero, come abbiamo detto, Bruce verrà chiamato a dare il suo contributo per risollevare gli Stati Uniti d’America colpiti dalla tragedia delle Torri Gemelle, del Pentagono e del volo UA 93. “Bruce, fai qualcosa, abbiamo bisogno di te…” gli gridò un anonimo automobilista ad un semaforo e lui fece esplodere dentro di sé la potenza di un album come “The rising”, che racchiudeva la potenza del rock e la devastazione interiore di “Nebraska”. Un album nato anche grazie alla spinta della rinata collaborazione con la E-Street band che nel 1999 aveva ripreso a macinare chilometri con il suo front man, con il suo vate, con il suo Boss. Un album potente e ricco di testi affascinanti ed intensi.

Un album ricco di passione civile che si ritrovò in alcuni passaggi del successivo “Devils and dust”, mentre gli Stati Uniti d’America erano impantanati nella guerra di rivalsa contro Saddam Hussein ed Osama Bin Ladin, in Iraq ed in Afghanistan. Una quasi guerra lampo di cui il mondo conoscerà gli strascichi mortali e terrorizzanti con le successive devastazioni e guerre targate Isis e con un Afghanistan non ancora pacificato dove ancora oggi, diciotto anni dopo le Torri, gli attentati suicidi sono all’ordine del giorno. Un album intenso ed  un tour ugualmente empatico con, alla fine delle esibizioni, una versione di quella “Dream baby dream” dei Suicide che avrebbe fatto da colonna sonora ad un successivo clip di su Bruce ed i suoi fans. Sarà poi l’album tributo “all’altro cantore dell’altra America”, Pete Seeger, a far capire la grandezza artistica di questo musicista “non più ragazzo” ma con l’animo giovane come forse nessuno in quei giorni…Arrivò a sorpresa “We shall overcome – The Seeger sessions” dove si raccontavano storie antiche, eppure così moderne che alla fine, quando arrivò il momento di ascoltare l’epopea di “American land”, capimmo che cos’era l’America e, soprattutto, chi l’aveva edificata, che l’aveva santificata con il suo sudore, sangue e dolore…

Il successivo tour rese evidente anche la sua capacità di dirigere una band che non andava a memoria come i suoi leggendari E-Streeters…. Con questo album riemersero storie antiche che tutti pensavano fossero provenienti dalla preistoria industriale ed invece erano le solite, vecchie e nuove storie, solo che avevano un diverso nome, una differente ambientazione, differenti vestiti. Ma erano lì, da ascoltare per riflettere sulla durezza della vita e sull’esistenza, ancora (?) degli sfruttati e degli sfruttatori…Mentre in precedenza Bruce aveva speso quindici anni per produrre quattro album, dal 2005 al 2009 ne produsse ben quattro di cui “Magic” (con il suo saluto all’amico Terry Mc Govern, ex Marine e sua guardia del corpo per tanti anni) e “Working on a dream” (con l’ultima presenza di Danny Federici) avrebbero potuto far parte di un album doppio. Ma il nostro è così…o tanto o poco…come ben dimostrano i cofanetti con le sue out takes usciti negli anni a riprova della sua grande capacità compositiva. Si trattò, forse, di due album di transizione, con molte sfumature pop ma molti di quei brani dal vivo avrebbero potuto essere maggiormente valorizzati dopo i rispettivi tour di promozione…Ma verrà il tempo che molti giudizi critici potranno essere modificati…
Arriverà, subito dopo, il clamore della potenza di “Wrecking ball”, con la presenza di temi scomodi quali la crisi economica, la potenza delle banche e delle grandi corporations, della disperazione di chi perde tutto: casa, lavoro, speranza, vita…E’ l’album del saluto di Clarence che lascia la band e questa dimensione dopo Danny. Saranno ora lui, “Big Man” e “The Phantom”, a custodire, da un altrove sconosciuto o da immaginare, Bruce e gli altri E-Streeters mentre attraversano il pianeta a raccontare storie e meraviglie varie. “High Hopes” sarà una sorta di patchwork di brani assemblati in differenti momenti e, anche, scritti da altri artisti. Vedrà la presenza portante di Tom Morello e della sua chitarra lancinante, come ben testimoniato dall’incredibile versione di “The ghost of Tom Joad”. E si potrà anche ascoltare quella di “Dream baby dream”, che lo aveva seguito nel tuor di “Devils and dust”. “Springsteen on Broadway” racconta dei concerti, in solitaria, tenuti dall’Ottobre del 2017 al Dicembre del 2018 al Walther Kerr Theatre di Broadway, New York. Concerti in cui Bruce si è psicanalizzato ed ha psicanalizzato il suo pubblico. Un’esibizione sempre uguale a se stessa, sera dopo sera. Una sorta di stordimento artistico per raccontare la sua vita anche attraverso la musica…Poi arriverà, e siamo ai giorni nostri,  “Western stars” (di cui abreve sarà presentato il relativo film documentario), l’album del crepuscolo; un lavoro di una bellezza accecante che verrà valorizzato dal tempo, come avvenne con “Nebraska”. Un album pieno di suggestioni e malinconie che racconta di viaggi e solitudini, di luoghi in cui emerge il bisogno di relazioni e di amore, di amore, di amore…             

Ci ha raccontato molto, Bruce, di sé e di noi. Ci ha fatto sognare e ha indicato una via da percorrere. E’ apparso sul palco per darci una momento di serenità e di felicità pur se, talvolta, anche lui era inseguito dai fantasmi interiori, da depressioni più o meno gestibili che, all’improvviso, all’apparire del pubblico, svanivano per vivere tre ore di libertà insieme agli altri. “Il nostro amore è reale” raccontava la scritta fatta da venticinquemila talloncini colorati ed esposta allo stadio Meazza (per Bruce, “San Siro” e basta…) all’inizio del concerto del 3 Giugno 2013. Questa scritta potrebbe essere scolpita nella pietra tanto è vera per l’empatia che quest’uomo, questo musicista, questo sognatore, questo caparbio ex ragazzo del New Jersey, visto dai suoi compagni di classe e dagli insegnanti come una personalità “problematica”, ha saputo trasferire nel cuore e nella vita di milioni di persone che, anche attraverso le parole delle sue canzoni e l’energia e la potenza profusa sui palchi di tutto il mondo, ha trovato una ragione in più per resistere alle intemperie della vita.

Credo che Bruce sia il primo ad essere lontano anni luce dal voler rappresentare una sorta di icona carismatica di questi decenni ma, certamente, il tempo trascorso da quando sua mamma Adele gli comperò una chitarra acustica economica, pagandola a rate, lo ha utilizzato davvero bene. Per il bene e la felicità di tutti. Il mondo si è trasformato da quando quel giovane barbuto entrò con la sua chitarra piena di sogni nell’ufficio di John Hammond. Probabilmente non poteva immaginare che milioni di persone, invisibili ma presenti, stavano suggerendo all’uomo della Columbia di far firmare un contratto a quel ragazzo, malmesso ma pieno di dignità. Quelle voci lo avevano già fatto con Billie Holiday e con Bob Dylan. Era andata bene. Lo stesso poteva accadere con Bruce. E così, magicamente, accadde…

Buon compleanno Bruce…ti vogliamo bene, non settanta, ma settanta volte sette…        


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