giovedì 5 dicembre 2019

“Western stars”, il docu-film.



Buon viaggio, pellegrino…” sono le parole finali del docufilm “Western stars” che vede Bruce Springsteen protagonista (e co-regista insieme al fido Tom Zimny). Girato in un ex fienile oggi parte della sua tenuta di Colt Neck e riadattato a splendida sala concerti, feste, studio di registrazione, questo documentario traduce il suo ultimo album (“Western stars”) in una versione rock/folk-orchestrale con l’ausilio di una classica band rock (chitarra, lap steel, batteria, basso, bandeon, tastiere, sezione vocale e con la presenza di Patti Scialfa in alcuni brani) ed una sezione di archi e di fiati. Il risultato finale è possente e riveste le canzoni di un album già bello di una veste di sublime intensità emotiva. Ma oltre alla musica ci sono alcune indicazioni da considerare per comprendere lo svolgimento e, forse, il significato del documentario proposto. Innanzitutto, le immagini della strada polverosa che taglia a metà una vasta area semidesertica. Poi la presenza di cavalli ed auto. Le immagini dell’interno del fienile e dell’immensità dell’esterno.  Poi ci sono i primi piani del volto di Bruce e i suoi silenzi. La sua mano destra che stringe il volante all’inizio raggiunta da quella di Patti alla fine. Le sue parole, dettate a voce bassa, soffusa, quasi con timidezza rispetto, invece, alla potenza da rocker che esprime nelle esibizioni (tra l’altro l’audio e le immagini sono formidabili…) dove si racconta di un viaggio, quello della vita. La sua e quella di ciascuno di noi. Credo che si possa tranquillamente affermare che “Western stars” altro non è che una confessione, il racconto della parte oscura di se stesso, la lotta per vincere le proprie negatività e scoprire il dono della vita attraverso l’amore, la famiglia, la percezione del Divino. 

Abituati come siamo a percepire i grandi artisti come semi Dei, non siamo spesso obbiettivi nell’immaginare che anche possono essere fragili ed indifesi nei confronti delle avversità della vita. Magari non quelle economiche, per alcuni ma, certamente, interiori per molti altri. Qualcuno cerca poi conforto il alcool e droghe mentre Bruce ha sempre affermato che la sua consolazione è rappresentata dalla musica e dallo stare sul palco, nel vivere quell’esperienza come momento di catarsi interiore dove tutti i fantasmi fuggono nell’abbraccio con la musica, la E-Street Band ed il suo pubblico al quale lui, come sappiamo, dona sempre il massimo, serata dopo serata, perché lui, come ben sanno i suoi inossidabili fans, suona solo per ciascuno dei presenti ai suoi concerti. E’ quindi, questo, un documento molto personale nel quale l’artista del New Jersey si confessa (come già aveva fatto nelle pagine della sua autobiografia) raccontando d’essere giunto ad un grado di consapevolezza interiore “denunciando” che per molti anni ha vissuto con una profonda incapacità di amare, ferendo le persone che più gli stavano vicino e gli volevano bene. Atteggiamento, questo, frutto di un disagio interiore (o forse di un disagio psicologico ereditato dal lato paterno) al quale ha cercato di porre rimedio con anni di analisi ma sui cui, più di tutto, ha influito l’amore di sua moglie e della sua consapevolezza d’essere padre. E’ un racconto intenso e profondo dove anche gli sguardi ed i silenzi sono parte importante della narrazione. Così la strada polverosa che ti spinge a viaggiare, che ti invita a superare i limiti rimanendo, però, intrinsecamente “pericolosa” e misteriosa perché non se ne veda la fine. Così i cavalli che corrono o che vanno al passo possono essere l’immagine “del tempo prima delle auto”, in cui vi era una simbiosi tra gli uomini e la natura mentre oggi il mezzo è meccanico e non dà ritorni empatici. 

“Western stars” è il racconto, la riflessione della vita, della propria vita, in cui in maniera molto semplice, diretta e mai “cervellotica”, si dipanano le fragilità di un uomo che ha lottato, che ha combattuto, che si è “dannato”, che è diventato “il prigioniero del rock and roll”, che ha costruito una famiglia alternativa e l’ha portata sul palco per decenni, che ha saputo infiammare l’anima di milioni di fans, che è sempre stato generoso ed onesto con coloro che hanno macinato chilometri e speso risorse economiche per i suoi dischi ed i suoi concerti, che ha saputo lenire, per qualche ora, le sofferenze, le delusioni, le disperazioni di tanti suoi fans che, almeno nelle ore del concerto, hanno potuto sospendere il tempo delle lacrime e delle ansie. Bruce Springsteen è stato (ed ancora lo è…) una sorta di buon medicamento per tante sofferenze nonostante “il medico” stesso soffrisse di un malessere difficile da individuare, ma silente come un killer dell’anima. 

Osservando gli sguardi di Bruce e le immagini dei luoghi aperti appaio alla memoria le pagine di due grandi libri sul declino del west, della frontiera, della storia americana fatta di polvere e fatica, di sangue e di speranze. Si tratta di due capolavori del genere western (ma in fondo è come leggere Omero ai tempi di fine Ottocento…) come “Lonesome Dove” e “Le strade di Laredo” di Larry Mc Murtry, dove si narrano le gesta dei due leggendari rangers Augustus Mc Crae e, soprattutto Woodrow Call. Un film crepuscolare, come i due libri citati, che racconta la storia di un uomo anziano…anzi, di una generazione che sta invecchiando e che si aggrappa ai suoi miti per non perdere la speranza di rimanere sempre giovani, alla guida di un’auto per andare lontano. Ma poi, si ritorna, se ci si salva dalle temperie della vita. ”Buon viaggio, pellegrino…”, quindi, come augurio per la partenza e come bentornato da un grande viaggio, quello della vita. M apoi, come accade alle persone tormentate, c’è un uscio della porta da non varcare, per tornare sulle piste della frontiera. Come accade a Ethan Edwards, interpetato dal mitico John Wayne, in “The searchers”, che rende meglio l’idea rispetto a “Sentieri selvaggi”. “I cercatori”, quindi…di se stessi, dell’amore, del bene, dell’infinito, del Divino…

Nessun commento: