mercoledì 9 settembre 2020

Covid

 Qualche mese fa, trascorso Natale e le vacanze invernali tutti si aveva il desiderio di affrontare il nuovo anno sperando che il 2020 potesse portare un po' di serenità. Soprattutto economica all’interno di un sistema complessivamente sempre alla ricerca di uscire dal gorgo della crisi economica permanente in cui il nostro Paese versa da tanti, troppi anni. Milano, da anni punta di diamante dell’economia, della cultura, dell’innovazione era stata invasa dai turisti natalizi provenienti da tutti i Paesi del mondo. Uno spettacolo la Galleria stracolma di persone e Piazza Duomo attraversata, in continuazione, da miriadi di persone. Locali, di fuori città, di fuori…in ogni declinazione. Si sentivano notizie di una strana influenza in Cina. Notizie non proprio confortanti. Ma la Cina, lo sappiamo, è lontana e poi, figuriamoci se il Partito che tutto vede, che tutto sa, che tutto fa, che tutto nasconde avrebbe mai potuto farsi sfuggire il controllo della situazione.

Ma così avvenne perché non di influenza si trattava ma di una pestilenza. Era un flagello inarrestabile ma lo avremmo capito qualche settimana dopo e con grande sgomento. Perché nessuno era preparato ad affrontare questa pestilenza. Anche quelle Regioni che avevano predisposto un Piano Epidemico per il controllo delle pandemie. Mai verificato, mai aggiornato, male utilizzato, forse neanche utilizzato. Ad un certo punto abbiamo capito che quanto accadeva a Vò Euganeo e a Codogno ci avrebbe raggiunto ben presto. Abbiamo capito che la Cina era accanto a noi e che non eravamo preparati a nulla. L’unica cosa che pareva funzionare era l’abnegazione di molti, era il coraggio di tanti, era l’incoscienza di alcuni che stavano sfidando la morte per salvare vite. Ci hanno spiegato che una sorta di bomba atomica biologica era esplosa nel centro del mondo (ciascuno ha ed è un centro del mondo) e che il futuro sarebbe stato, per molto tempo, accecato “da questo male” invisibile. Anche se in molti lo avevano reso visibile con i microscopi elettronici. La guardavamo quella immagine, quasi avvinti dall’immagine perfetta che emanava dalle sue forme. La guardavamo e ci chiedevamo come, quell’essere infinitesimale, avesse potuto fermare l’economia, le partite di calcio nei nuovi sacrari degli Dei, bloccato treni ed autostrade, tenuto a terra gli aerei, creato lunghe file davanti ai supermercati e negozi, rinviato interventi chirurgici e visite mediche, chiuso città, chiuso negozi, chiusi alberghi, chiusi affetti, separato amici, fratelli, famiglie, chiuso le scuole, chiusi e cinema e i teatri, cancellati i concerti, chiuso le Università, chiuso le chiese, annullata, per certi versi, la Pasqua “costringendo” un Papa stanco e preoccupato a celebrare una spettrale liturgia in Piazza San Pietro e nella Basilica di San Pietro per impetrare misericordia a “Colui che sta nei cieli”. Il mondo, ad un certo punto, si è spento e brillavano solo rari segnali di vita. Che poi erano quelli che cercavano di salvarle le vite oppure che ne certificavano la morte. Abbiamo saputo di migliaia di persone decedute senza un saluto, una carezza, un conforto. Senza un funerale. Accompagnati solo dal dolore, lacrime e disperazione da parte di parenti, amici, figli, consorti.    

Abbiamo imparato che le giornate erano scandite da bollettini di morte. Alle 18, implacabile, la televisione segnalava contagiati, ammalti, ricoverati, ricoverati in terapia intensiva, deceduti. Poi a questa contabilità dell’orrore che, in Italia, avrebbe superato quota, oggi 9 Settembre, 35.563. Immaginando che questo è un numero per difetto. E la contabilità della morte non si è ancora fermata….Numeri, volti, storie, tragedie, paure, speranze. Maledizioni e benedizioni che si sono incrociate alla ricerca della salvezza. Una, qualunque fosse. Poi abbiamo incontrato un acronimo non necessariamente noto a tutti : RSA. Il posto dove si “inviano” gli anziani. Spesso per poter stare meglio che a casa. Spesso per…Questa volta il secondo “spesso per…” si è mostrato purtroppo in tutta la sua potenza distruttrice con una media di decessi alta. Molto alta, troppo alta…Guardavamo in casa nostra, ma anche nel resto del mondo…Russia, Cina, U.S.A., Brasile, India, Iran…ed altri Paesi, la contabilità della Signora in Nero continuava senza sosta.

Ospedali da campo, Ospedali in Fiera, medici Russi, medici Cubani (“noi non lanciamo bombe ma creiamo dottori”, diceva Fidel nei suoi infuocati comizi), infermieri Albanesi e tanti altri venuti ad aiutarci. E poi il richiamo dei medici in pensione, la richiesta di infermieri anche se non ancora laureati. Si, quella era proprio una bomba atomica biologica lanciata sulla Storia. Quella con la A maiuscola. Che non perdona. Oppure che salva. Ma in questo caso la direzione era chiara ed innegabile. Era la prima…Era la contabilità a dirlo non l’umore. Ognuno, in quei giorni, aveva paura di contagiarsi, di ammalarsi, di morire. Nessuno, in quei giorni, avrebbe mai immaginato che qualcuno, mesi dopo, avrebbe affermato, sprezzante che “qua non ce n’è Coviddi”, offendendo, umiliando, violentando morti e famiglie, dottori ed infermieri, disoccupati a causa della pandemia, cassintegrati, chi era alla ricerca di un lavoro, insegnanti senza alunni, alunni senza insegnati. Anche se poi la tecnologia…ma la distanza era siderale, ma il danno, ormai, era compiuto…

Iniziavano a spuntare le bandiere sui balconi insieme ai cartelloni che erano sicuri che “Tutto andrà bene” anche se poi non si capiva bene che cosa sarebbe andato bene e perché e per chi sarebbe andata bene. Perché anche nella pandemia il mondo si è diviso in due: i garantiti e i perduti. Banalmente. I ricchi/benestanti e i poveri senza speranza. Ma non solo: anche il ceto medio, i negozianti di piccole cose, i bar, i ristoranti, i locali non da movida, gli alberghi. Tutti presi nel turbine dell’economia. Senza tregua e, per alcuni, senza speranza. Molti i giorni trascorsi affacciati alle finestre oppure ai balconi e, all’improvviso, alcuni si sono accorti dei vicini di casa vedendoli spuntare, appunto, dai balconi. Un saluto e poi uno scambio di parole bene auguranti e poi un invito a pranzo per quando tutto si sarebbe placato.

Intanto i computer iniziavano a macinare parole, connessioni, sguardi. Lavoro agile, smart working, lavoro da casa…questi i titoli di un nuovo modo di lavorare ma, anche di studiare, di incontrarsi senza uscire di casa, di continuare a mantenere il contatto del mondo al di là del contatto fisico. Un altro mondo, un altro tempo era entrato nella vita di ciascuno di noi e nessuno pareva accorgersene troppo presi dal contagio generale e dal conteggio dei morti particolare. E poi le mascherine, entrate a far parte della vita di tutti, ma che all’inizio della storia non c’erano e venivano vendute a prezzi da contrabbando. E il gel, questo fantomatico gel che nessuno aveva (mancava anche l’alcool denaturato) e che in tanti anelavano. E le sanificazioni forse inutili, forse vitali, ma chi poteva dirlo. E i virologi, epidemiologhi, medici, ricercatori spesso in contrapposizione gli uni con gli altri, a volte maestri involontari nel confondere le idee “al popolino”, ma non solo.

Tanti i genitori a casa: i “fortunati” continuando a lavorare, altri in cassa integrazione. Altri senza lavoro avendone uno precario oppure saltuario. Molti a “dissossare” il proprio conto corrente cercando di resistere fino all’ultimo giorno di pestilenza. Tante le violenze domestiche, accentuate da una costante vicinanza. Tante le preoccupazioni di chi temeva per il proprio futuro. Fosse il magazziniere o il padrone della ditta. Perché questa è una società strana dove il liberismo selvaggio uccide le speranze e dove le tasse uccidono i sopravvissuti…Tutta la sua debolezza ha mostrato questo sistema economico, perennemente in crisi, costantemente assediato, continuamente dimostrando quanto sia “escludente” e divisivo.

Abbiamo “assistito” a grandi episodi di coraggio ed abnegazione ma, forse, li abbiamo immaginati perché i veri atti di eroismo sono nascosti. Come le cronache delle partite di calcio in cui non c’era la televisione: i racconti sono orali e, come tali, diventano leggendari. Come i gesti degli “eroi oscuri” che portavano cibo, medicine, conforto, malati, speranza, futuro. Eroi nascosti fianco a fianco delle nostre porte, eroi nascosti che continueranno a nascondersi perché il bene si fa, non si proclama.

Abbiamo vissuto nel silenzio delle nostre case (almeno per chi una casa intorno a sé ce l’ha) per mesi attendendo la risposta che, anche in questa occasione, soffiava nel vento. E abbiamo iniziato a sentire un vento di negazionismo e di follia, di superficialità con ripristino di vecchie sentenze senza storia. Ci siamo accorti, attoniti, che qualcosa, nel ritorno alla vita, non stava funzionando. Troppe misure di sicurezza eluse, troppa “allegria” quasi che, avendo evitato il virus tutto potesse essere possibile, anche a proprio discapito, quasi che ci si aspetti che lei, la pestilenza, afferri i malcapitati contagiati per il tallone e trascinarli nell’Ade.

Ora abbiamo di fronte uno scenario di macerie economiche, emotive, umanitarie, famigliari che il tempo dovrà ricostruire. Ci sarà il Recovery Found a dare una spinta alla rinascita e bisognerà che chi ne ha responsabilità e competenza lavori il meglio possibile per utilizzare queste risorse nel miglior modo possibile. Ma dobbiamo essere consapevoli che non siamo diventati migliori, anzi, probabilmente il motto latino “homo omini lupus” si esalterà con il passare del tempo e l’aggravarsi (ma Dio non voglia) della crisi economica che c’è, che ci sarà, che persisterà. Ora dobbiamo ritrovare la via, come nomadi, sbandati nel tempo e dal tempo, privi di difesa ma con l’irrefrenabile fiducia non nel fato ma dalla presenza di eroi oscuri che hanno vegliato anche quando non lo sapevamo.

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