mercoledì 12 maggio 2021

La Cina

 Nel 1967 il regista Marco Bellocchio, alla sua seconda prova cinematografica presentò il film “La Cina è vicina” e questo titolo mi è venuto in mente guardando la puntata di Report di lunedì scorso ed, in particolare, il servizio sulle telecamere di produzione cinese che, in determinate condizioni, possono essere “aperte” a distanza per osservare quello che avviene nell’area monitorata, oltre che riprendere i profili delle persone che passano davanti alla telecamera (e probabilmente lo stesso accade con i sistemi di ripresa della temperatura con schermo facciale. Questo il servizio televisivo che, comunque, lascia sgomenti. Perché le telecamere in questione sarebbero presenti a milioni sul nostro territorio e, per di più, anche in ambiti delicati dal punto di vista della sicurezza delle istituzioni.

Abbiamo sentito che la tecnologia utilizzata è di ottimo livello e che il prodotto è stato acquistato in grandi quantità, da Consip, l’ente che ha gestito le grandi forniture e contratti per conto dello Stato. Se tutto rispondesse al vero sarebbero stati installati strumenti di controllo, monitoraggio e profilatura della nostra popolazione e/o, comunque, di quella che è passata davanti alle telecamere in anni ed anni. Fondamentalmente un atto di spionaggio a nostro danno. Quindi, che fare se il problema fosse realmente definito? Intanto sarebbe necessario sostituire tutte le telecamere almeno negli ambiti istituzionali (Ministeri, caserme, commissariati, ospedali, etc.) con costi ovviamente esorbitanti a carico della collettività, rimpiazzandole con telecamere di differente costruttore. Poi riconsiderare la commercializzazione di telefoni di produzione cinese se si ravvisasse che anche questi hanno il medesimo “difetto”. Dopo verificare tutta la filiera dei prodotti informatici utilizzati per le realtà statali di ogni ordine e grado ed anche pe usi universitari, di ricerca etc.

Ma sono decine di altre le funzioni che dovranno essere monitorate per una adeguata pulizia (i server, ad esempio, da chi sono prodotti e quali componenti e di che tipo/funzione utilizzano…). La querelle con la Cina per la questione delle comunicazioni con il 5G aveva il suo fondamento in quanto l’Intelligence USA aveva già sub dorato che qualcosa non tornava nei prodotti di fabbricazione cinese. Ricordiamo, per capirci, che la maggior parte delle società strategiche (e le comunicazioni e l’informatica lo sono) sono partecipate dal governo cinese e, quindi, sono fortemente influenzate dalla politica. Che è una politica di espansione ormai chiara ed evidente da almeno 20 anni e, per mantenere il tenore di vita della popolazione, mai così alto nella storia, necessita di espandere l’influenza geo politica ed economica ovunque. Gli esempi di questa espansione colonizzante sono molto vicini a noi come, ad esempio, in Macedonia che ha un immenso debito con la Cina oppure anche in Italia con gli interessi nel porto di Taranto. Già, perché nel porto commerciale della città pugliese oltre alla società turca Yilport, legato alla società cinese Cosco, vi è stata la cessione quarantennale alla società Ferretti di un’area di 200.000 metri quadrati un tempo di Belleli. Questa società è all’85% di proprietà dell’azienda Weichai (Cinese). Oltretutto a circa 15 kilometri da quest’area vi è la base delle forze navali della NATO. Forse, quindi, la presenza cinese non è soltanto commerciale. Ma siamo partiti dalle telecamere per arrivare al porto di Taranto…

Ma tutto questo è davvero collegato…? Certamente si perché alla presenza “invisibile” non può non sommarsi quella concreta, industriale, che fa affari, che incontra, che pesa e misura, che si parte attiva nel consolidare una presenza discreta ma pesante nel tessuto industriale e commerciale. E, come noto, da cosa nasce cosa…per ultimo non va dimenticato il tema Covid. Stante che parrebbe scontato il fatto che trattasi di un virus naturale e non creato, si rimane perplessi di fronte ad alcune situazioni “inspiegabili”. Parrebbe che il virus abbia iniziato a circolare ad ottobre del 2019. Se si fosse tenuto in considerazione quanto alcuni medici andavano affermando circa l’estrema contagiosità del virus probabilmente la stessa sarebbe stata arginata in maniera differente non solo in Cina ma in tutto il mondo. Un mondo invaso dalla pandemia, basti pensare i danni in vite umane ed economici subiti da Europa e Stati Uniti e, probabilmente anche in Russia (di India e Brasile sappiamo. Non tutto, ma sappiamo).

E in Cina…? All’improvviso parrebbe che tutto sia finito, che la popolazione sia stata vaccinata e tutto sia finito. Ma è davvero così? Probabilmente no. Innanzitutto non si conosce il numero reale delle vittime da inizio pandemia. Inoltre, anche secondo le stesse informazioni cliniche provenienti dal Paese asiatico, il vaccino creato dalla scienza cinese sarebbe efficace al 50%. E quindi? I vaccinati sono tutti a rischio, comunque. Mistero e silenzio. D’altra parte chi si può arrogare il rischio di esprimere un parere o dei dati al di fuori della vulgata del Partito? L’esperienza insegna, basti osservare quello che è successo a Hong Kong. E potrebbe accadere a Taiwan. Una sottolineatura: all’inizio del primo lockdown arrivarono, con magna laude, tonnellate di mascherine provenienti dalla Cina. Poi venimmo a sapere che non erano gratis e che, purtroppo, non erano tutte certificate correttamente. Non un gesto di amicizia e sostegno, a ben vedere, ma un po', come direbbero a Roma, “’na sola”.

“L’imperialismo è una tigre di carta”, diceva una delle massime del “Libretto Rosso” e oggi, in effetti, la Cina è diventato un Paese imperialista. Le cause? Ci vorrebbe un libro di storia contemporanea per “cercare” di spiegarlo.

Certamente la mentalità rimane legata alla forza delle dinastie, come un tempo e dal 1° Ottobre del 1949 la dinastia che governa è quella del Partito Comunista Cinese. Dalla guerra partigiana de “La Lunga Marcia” si è passati alla ricerca di espansione politica per condizionare i Paesi limitrofi con il rischio di guerra con gli USA negli anni ’50 causa la guerra di Corea e con l’Unione Sovietica alla fine degli anni ’60. Nel mentre il Paese cercava di trasformarsi in potenza economica per sfamare ed emancipare centinaia di migliaia di persone. Un cammino altrettanto lungo e faticoso della guerra con i nazionalisti e, con la cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, un tentativo di creare una situazione di tensione nei confronti di coloro che discutevano sulla linea di Mao e del PCC. Ma alla morte del Grande Timoniere molti di coloro che erano stati messi da parte o incarcerati, ritornarono sulla scena e, come Deng Tsiao Ping, lanciarono la parola d’ordine “arricchitevi” aprendo le zone commerciali speciali e lanciando la campagna di trasformazione forzata del Paese che ebbe il suo culmine con la rivolta di Tienanmen, quando i giovani studenti e lavoratori, ritennero che era arrivato di fare sentire la propria voce. Una voce che venne rapidamente spenta. E ben poco l’occidente ha saputo delle decimazioni e deportazioni degli oppositori. Era la primavera del 1989. L’anno della caduta del Muro di Berlino. Come diceva Confucio, “Non importa il colore del gatto, l’importante che prenda il topo”. Questa è una massima da tenere ben a mente quando si vuole cercare di capire la Cina. Anzi, per farlo bisogna iniziare proprio dalla lettura e comprensione del pensiero confuciano. Ma questa è un'altra storia…Magari ci ritorneremo…

Certamente il Dragone vuole mettere la sua firma egemonica nel futuro del mondo. Certamente 1 miliardo e 400 milioni di persone da gestire e guidare in un Paese così grande e complesso non è facile e, certamente, alle spalle della politica c’è il retaggio di antiche “umiliazioni” da parte dell’occidente. Ma la storia del Tibet e della sua colonizzazione non può che rendere esplicito un giudizio di forte prudenza e di attenzione per non essere fagocitati in un boccone dalla potenza economica, e non solo, di questo Paese. E, comunque, che qualcuno venga a spiare la nostra vita “dal buco serratura” proprio non mi sta bene. Ma se così fosse, interessi economici o meno, una solida muraglia la dovremmo erigere noi…               

Lavorare uccide...

 E’ di ieri la notizia del reintegro di un lavoratore (e 17 altri suoi colleghi) facenti parte di una cooperativa che era impegnata all’interno dell’Istituto Palazzolo di Milano. Reintegro deciso, due mesi fa, da una sentenza del Tribunale del lavoro di Milano. Questo lavoratore (e i colleghi) era stato licenziato perché avrebbe leso l’onorabilità della casa di riposo e cura intervenendo sui media per reclamare condizioni di sicurezza all’interno della struttura all’inizio della pandemia in quanto, questo il punto critico, veniva sottolineata la mancanza di interventi a difesa degli ospiti, soggetti fragili, e dei lavoratori. La sentenza indica, invece, che quello espresso dai lavoratori non solo non è imputabile ma, anzi, era un dovere. E se ciò era un dovere, si presume che altri non hanno adempiuti ai propri. E questo è doppiamente grave in quanto si è cercato di allontanare chi aveva espresso una legittima preoccupazione a vantaggio di tutti. Come poi sia finita lo sappiamo tutti con migliaia di decessi nelle case di riposo per mancato uso di dispositivi di protezione ed altre mancanze che la magistratura sta vagliando. Ci vorrà tempo ma a qualcosa si arriverà per fare chiarezza sul perché, in quei giorni del primo lockdown, quanto la conta dei morti era, quotidianamente, di centinaia e centinaia, non si è fatto tutto ciò che era umanamente possibile per proteggere i soggetti deboli nelle case di riposo. E le tante interviste fatte a componenti del personale sanitario (generalmente camuffate per paura di ritorsioni) sono lì a testimoniarlo.

Questo tema è simmetrico a quello delle morti sul lavoro dove ci è chiaro che un agente di pubblica sicurezza che opera sulle volanti o in ambiti esposti possa, quotidianamente, avere “incontri” pericolosi; fa parte del lavoro e chi lo compie sa che potrebbe vivere momenti spiacevoli e a rischio di morte. Ma morire in una fabbrica, in un campo agricolo, in una officina, in un cantiere…no, questo non è più accettabile. Nel 1962 (!) Dario Fo e Franca Rame, che presentavano “Canzonissima” (incredibile, ma così è…) vennero allontanati dalla RAI a causa di un monologo, censurato, che parlava proprio delle morti sul lavoro…Sono passati ben 60 anni e la situazione parrebbe non cambiare, nonostante leggi e normative stringenti che, però, non sembra fare la differenza. Si può morire in una officina ma, anche, non usando i dispositivi di protezione. E se per quanto accaduto un anno fa qualcuno adduce scuse quali la mancanza di questi dispositivi o l’ignoranza sulla forza del virus, oggi il mancato rispetto delle regole all’interno di luoghi di lavori ristretti, con poca circolazione d’aria non è superficialità bensì atto deliberato di attacco alla salute dei lavoratori che, talvolta, dovrebbero ribellarsi e denunciare quanto accade. Ma per farlo dovrebbero avere la sicurezza di essere tutelati dagli organi di garanzia e controllo quali INAIL che, però, segnala di avere pochi ispettori e che la cadenza media degli stessi, in Lombardia, sarebbe di una ispezione ogni vent’anni…Se questo dato corrispondesse al vero, non sarebbe difficile pensare ad una complicità dello Stato per queste morti. Tante la ragioni per queste risorse limitate ma, alla fine, il risultato è sempre lo stesso: si muore sul e di lavoro, si muore giovani, si muore per stipendi di basso livello, si muore per sopravvivere. Ma il diritto alla cittadinanza e al lavoro, allora, dov’è…?   

domenica 9 maggio 2021

9 Maggio

 Oggi 9 Maggio…1978…mentre sono presso le Industrie Elettriche di Legnano, una società che costruiva trasformatori di alta tensione e facente parte del gruppo in cui avevo da poco iniziato a lavorare, parte il suono grave ed acuto al contempo di una sirena. Sembrerebbe un allarme antincendio. Un attimo di occhi che si fissano per capire che cosa sta accadendo. Poi arriva la notizia: a Roma, in via Caetani, è stato trovato il corpo inerte di Aldo Moro. E’ all’interno di una Renault di colore rosso. La sirena sembra grida l’indignazione verso un atto orribile quale è l’omicidio, per di più di un uomo inerme e prigioniero. Il sesto dell’operazione “Fritz” come i brigatisti chiamarono l’operazione Moro espressa nella famosa frase della rivista metropoli come “la geometrica potenza di fuoco”.

Oggi è ancora il 9 Maggio, ma è il 2021…un tempo lontano da quei giorni eppure ancora così tanto vicino… Da quel momento nulla sarà come prima e anche se la verità assoluta su quella vicenda non è ancora nota (e quante vittime si è trascinata dietro di sé…) certamente quel momento, insieme alla morte di cinque lavoratori della sicurezza, è stato uno spartiacque profondo, tra un prima e un dopo della storia del nostro Paese. Questo prologo per sottolineare le parole, di una delle persone fermate a Parigi, che ho letto sulla stampa, nelle quali si sottolineava il fatto che, in fondo, le vittime sono state risarcite mentre lei/loro, avevano vissuto trent’anni da esuli.

Il terrorismo in Italia è stata, purtroppo, una cosa seria. Lo stragismo fascista, innanzitutto, con tutte le vicende legate ai depistaggi, ai servitori infedeli, ali servizi deviati (ma ne siamo sicuri…?), alla vicenda del “Noto Servizio” o “Anello”, utilizzato per i lavori sporchi. Per non parlare di Gladio/Stay Behind e delle sue deviazioni. Questo senza dimenticare gli omicidi assurdi, decretati in nome del popolo (ma il popolo non decreta assassini, semmai è assassinato dalla Storia). E mi viene da pensare alla morte di Guido Rossa, operaio, ucciso mentre andava a lavorare al mattino presto in quel di Genova. Oppure al generale dei Carabinieri, Riziero Galvaligi, che rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò, incarcerato, fuggiasco, partigiano, ucciso il 31 dicembre 1980, di ritorno dalla celebrazione del Te Deum.

Ho riletto più volte quelle parole e mi sono chiesto se, davvero, per salvare se stessi (da cosa poi…? Da un carcere che non verrà mai scontato realmente…?) si possa pensare che chi ha perso un padre, un figlio, un fratello, una madre, un amico possa mai sentirsi “risarcito” da qualcosa. Si può risarcire il dolore? Si possono risarcire le assenze, la fatica di tirare avanti, i Natali, le feste “comandate”, i compleanni assenti? E’ risarcibile il dolore e il lutto per le vittime di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Piazza della Loggia, di Bologna? Si può immaginare di sentirsi risarciti per un padre ucciso su un autobus, a Roma, con colpi sparati alla schiena? Oppure alla fermata del tram in quel di Torino? “Lo Stato ha risarcito le vittime, allora che cosa volete da noi” sembrano dire quelle parole, vigliacche, come se, ad esempio, la morte di Fausto e Iaio potesse essere mai risarcita dal denaro e non dalla giustizia con l’arresto degli assassini e dei mandanti.

Mi viene spontaneo, allora, rileggere le parole dei condannati a morte della Resistenza. Uomini di ogni ceto, semplici ed essenziali, che rischiarono la vita sapendo che la loro scelta era potenzialmente mortale ma che non si tirarono indietro e non si nascosero dietro scuse infingarde. Sapevano che rischiavano la morte in combattimento, la tortura, la deportazione, la fucilazione o impiccagione. Senza processo, senza pietà. Loro, quelli lì, che combatterono con coraggio e durezza, con accanimento e forza, con determinazione e speranza per un Paese libero ed una Costituzione saggia. Leggo quelle parole e sento il coraggio di chi ha paura ma rischia i propri vent’anni per essere libero, per un Paese che potesse essere libero. La Resistenza è stata tradita? Si, probabilmente si. Ma questa è materia di storici, di studiosi, di chi sa leggere le vicende del nostro Paese e dare la migliore risposta. Una visione del film “Una vita difficile”, di Dino Risi, con il grande Alberto Sordi, potrebbe aiutare. Un film apparentemente “leggero” ma ricco di spunti sul tema.

Ripenso alla parola “risarcimento” e, insieme, alle parole scritte da quegli uomini che ebbero il coraggio di ribellarsi al nazi fascismo e sento che la differenza è il quel prima e quel dopo è, paradossalmente, quella tra la vita e la morte. Quella subita e quella data….